martedì 7 agosto 2018

Dalla vergogna alla gogna degli haters


E' dura vivere nell’era dei social se non hai un aspetto fisico che rientra nei canoni della bellezza mediaticamente statuita. La lingua inglese, forse per la sua immediatezza, ha maggior efficacia della nostra: “body shaming”, cioè vergogna del corpo, restituisce subito l’essenza della gogna a cui su internet vengono sottoposti tutti coloro che mostrano sui social difetti e imperfezioni, anche minimi. Sono quasi sempre donne. Basta non essere magrissime e pure sexy e pure con le tette grosse e sode e con il culo marmoreo, e subito scatta la pubblica umiliazione. Che è terribile, spietata, come non ci si immaginerebbe da qualcosa che, in fondo, arriva dallo schermo di un pc o un telefono. Invece la portata di quest’odio virtuale è enorme: quasi uno sfogo onnipotente di cattiverie, colpi bassi e rabbia astiosa che sfiatano dietro la protezione di un account falso o una foto-profilo mendace.


Ho sempre sostenuto che la libertà di espressione fosse la grande rivoluzione e insieme il grande limite di internet. Non mi dispiace che con un post tutti possano improvvisarsi poeti, scrittori, umoristi o commentatori politici: la scrittura, anche quando è concentrata in pochi caratteri, è sempre un esercizio del pensiero, quindi preferibile al silenzio e all’apatia. La tentazione del protagonismo sul web ha accarezzato ciascuno di noi. E' come far parte di un immenso talk show dove, quando qualcuno scrive qualcosa che ci piace - o ugualmente una idiozia - abbiamo facoltà di partecipare, dire la nostra, manifestare empatia o dissenso. Anche perché, se un illustre nessuno può sparare a zero e improvvisarsi opinionista, nella terra del clic selvaggio siamo tutti autorizzati a far cantare le tastiere e replicare, tutti ospiti del grande talk show.
Ciò che trovo preoccupante è altro. E' l’inesauribile riserva di malevolenza che promana da chat e social network. Sotto ogni foto si srotola una lista di commenti che seguono le vie parallele dell’affetto degli amici (cuoricini e complimenti a raffica, spesso sollecitati dall’onda emotiva della condivisione più che da un bene autentico) o di una dirompente volontà di aggressione. Insulti, parolacce, meme offensivi e faccine volgari, tutto è concesso se vuoi colpire qualcuno e guadagnare like e seguaci con la tua creatività da hater.
La cronaca racconta di depressioni e suicidi avvenuti in questo ambiente immateriale dove la vergogna – il sentimento più distruttivo - brucia e avvampa con furia crescente, annientando le vittime. Gente fragile la cui vita è diventata una condanna per colpa di un video. 
Negli ultimi tempi però mi turba anche il disprezzo verso le celebrità che, per il solo fatto di essere personaggi pubblici, vengono bersagliate da commenti che trasudano violenza pura. Parlo ancora una volta di donne, perché siamo noi a portare, in ogni tempo, il carico di aspettative legate al desiderio sessuale degli uomini, che mai ci leveremo di dosso. Donne bellissime e mature che postano fotografie in cui appaiono in splendida forma vituperate al grido di “sei vecchia”, “copriti”; donne bellissime e giovani su cui si cercano ossessivamente il segno della cellulite, un brufolo, una depilazione imperfetta. 
Certo, sono vip e devono prendersi, oltre agli onori, anche gli oneri della popolarità. Ma proprio la loro fama fa da cassa di risonanza a questi attacchi, che veicolano un’idea di corpo femminile sempre più lontana dall’indipendenza dai modelli imposti. Se un giornale importante fa un titolo sui chili in più di ragazze bellissime e fortunate perché le hanno invitate a un addio al nubilato di tre giorni a Ibiza, ragazze la cui unica pecca è avere un po’ di pancia e cosce formose, cosa penserà una ragazza comune? Penserà che per non essere insultata non basta neanche essere amica di Chiara Ferragni, alta come lei e con gli stessi costumi firmati. Forse non basta neanche essere Chiara Ferragni, che dopo il parto sfoggia un corpo armonioso e snello, ma non essendo più filiforme come prima, nonostante i proclami contro il body shaming, è indotta suo malgrado a photoshoppare il lato B. 
No, il corale ludibrio di “cessa, cicciona, fai schifo, sei senza tette” dice alla ragazza comune che nell’Instagram tra le bonazze lei non ce la può fare. E per riflesso può essere insultata anche nelle chat più circoscritte come Ask o ThisCrush.
Ho parlato di body shaming a scuola con molti studenti, i loro commenti si dividono nettamente – a quell’età è sempre tutto bianco o nero senza mezze misure. Ci sono ragazzi – e ragazze – che ritengono sbagliato postare foto in short se si ha la cellulite. Detto senza giri di parole: se non hai il fisico devi essere umile, e se non lo sei, allora tieniti gli insulti perché le tue gambe piene di bozzi sei stata tu a darle in pasto al pubblico. E non puoi aspettarti che alla gente piacciano. 
Il ragionamento è lineare, ma io ho provato a obiettare. Se le gambe cellulitiche non ci piacciono, è proprio necessario insultare? Non possiamo ignorare la foto e basta? Sembra di no. Ed è questo che mi fa paura di questa era social. Che è privata (i profili Facebook lo sono) ed è forzatamente pubblica. Siamo obbligati all’esposizione e alla condivisione. Siamo tutti potenziali attori e liberi spettatori. Dobbiamo prendere quello che arriva, accettare la mancanza di filtri e l’eventualità di avere a che fare con persone sgradevoli, che ci odiano immotivatamente, anche se non le conosciamo. O forse è vero il contrario. Sui social tutti conoscono tutti, perché chi sta su Facebook o Instagram vuole essere conosciuto, ricevere commenti ai post, commentare quello che scrivono o fanno vedere gli altri. 
Siamo un po’ famosi quando mettiamo le foto delle gambe sulla spiaggia e per questo momento di gloria si gioca il massimo. E vale tutto, l’odio e la vergogna. Persino il rischio di non reggere l’urto.

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