martedì 28 agosto 2018

Asia, non nel suo nome

Era la peggiore tra noi. E’ stato chiaro subito, fin dall’inizio. Asia Argento che accusava di violenza sessuale il pur credibile produttore maiale. Proprio lei, la trasgressiva figlia del maestro dell’horror, che sulla fama e i soldi del papà aveva costruito una carriera di modesta attrice e imbarazzante regista attraversata da eclatanti annunci di perversioni varie. Manifesto indimenticabile della sua vita ribelle fu la foto a quattro zampe e in stivaloni di latex mentre baciava un rottweiler "alla francese".
Nel suo nome una bandiera indesiderata, persino controproducente. Serviva molta immaginazione per mettere una così nei panni di vittima del porco - e per farle suscitare l’empatia necessaria a giustificare una rivelazione tardiva di anni. Poi, a quell’improbabile denuncia se ne sono unite tante altre: attricette e dive, sconosciute e potenti del jet-set hollywoodiano, tutte contro Weinstein. La protesta ha contaminato altri paesi e mercati cinematografici, tra verità, strumentalizzazioni e opportunismi. E’ nato il #MeToo, si è squarciato un velo. Un nuovo, agguerrito scontro dell’eterna lotta tra i sessi, i maschi alla sbarra dell’opinione pubblica e, in vista, le rese dei conti nei tribunali.

L’ultimo capitolo a sorpresa è un cerchio che si chiude. Ancora la maledetta Asia, stavolta sul banco degli imputati per un reato gemello e ancor più meschino: sesso con un minorenne. In alto i forconi. Ecco, lo sapevamo. L’avevamo detto. Questo sì è “suitable”, adatto ad Asia Argento. E’ quello il suo personaggio. Non vittima segnata per sempre dai rapporti indesiderati con il ricattatore Weinstein, ma giovane e popolare cineasta che per soddisfare i suoi vizi approfitta di un belloccio diciassettenne di cui era stata talent scout trasformandolo in attore di fama dannata. 
Apriti cielo, com'è giusto che sia. Anche se, nell’onda di risentimento, disprezzo e sarcasmo volgare che colpisce Asia, non mancano i commentatori che identificano la sua militanza col pugno chiuso con il decadimento dell’ideologia di sinistra, falsa e ipocrita come l'Argento profanatrice di ragazzini. Livello non più alto di chi si augura di "punire" ogni isterica denuncia di violenze con sevizie pornografiche sotterraneamente gradite perché - si sa - dietro ogni femminista si cela una troia.
Ma certamente, su Asia e l'amante ragazzino c’è da indignarsi. Asia Argento ha commesso un reato. Le versioni della storia sono contrastanti: lei parla di sesso consenziente, lui di episodio traumatico; lei cade dalle nuvole sull’età di lui (difficile crederci, visto che lo conosce da quando aveva 8 anni); e c’è la corrispondenza di foto sexy sgradita non si sa a quale dei due.
Un punto resta fermo. La relazione tra Asia e il suo attorino fu impari nello stesso modo in cui avveniva con Weinstein. Lì c’era un produttore che usava la sua posizione per ottenere sesso da donne che, in caso di rifiuto, avrebbero rischiato di vedersi ostacolate nella carriera. Qui c’è un ragazzo subalterno per età e maturazione psicologica. Non sessuale, certo. A diciassette anni si è fisicamente uomini e donne, e molti ragazzi conoscono già tutta la pratica possibile del sesso, a maggior ragione uno come Jimmy Bennett, svezzato nello show business del cinema. Il limite anagrafico è quasi un soffio: esiste differenza tra diciassette e diciotto anni? No, ma è quello che la legge stabilisce come demarcazione del reato. Serve a indicare che, davvero, corpi e abitudini a parte, un adulto e un minore vivono la sessualità in modo diverso, e che il più giovane investe nell’atto una peculiare fragilità. Lì sta l’abuso e Asia Argento è assolutamente colpevole, anche se per il ragazzo il loro incontro fosse stato piacevole e senza ombre.
Questo fatto è inconfutabile. Ma, al contempo, non toglie valore alla pentola scoperchiata da Asia contro Weinstein. Certo, avrebbe potuto stare zitta avendo lei stessa fatto ciò che oggi sappiamo. Ma scagliare quella pietra da peccatrice faceva parte del suo personaggio, figlia di papà con i soldi che aiutano a farla franca, presunta intoccabile alla quale tutto è concesso. 
Ma è stato meglio così, perché, paradossalmente, con quelle parole che pure a lei non spettavano qualcosa è iniziato. Poco importa se nel mucchio è finita qualche divetta in cerca di visibilità o se qualcuno ha infilato di straforo la solita questione femminista. Asia Argento deve dissociarsi dal #MeToo, perché è passata dall’altra parte, quella degli abusatori? Io la vedo da un’altra prospettiva. Asia ha subìto ciò che lei stessa aveva inflitto, come capita a tutti noi nel corso della vita. 
Né lei né il giovane, tormentato Bennett incarnano le vittime ideali da santificare. No, non nel loro nome. Ma neanche si può svalutare tutto il resto, accomunando ad Asia Argento le altre accusatrici di un sistema aberrante e reale, che adesso è sfiorato dal sospetto di essere una leggenda inventata da artisti finto-underground. E’ un rischio che le donne corrono – e alimentano - continuamente. Rebecca West scriveva: “Non so cosa sia il femminismo, ma la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti diversi da uno zerbino”.

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