venerdì 15 giugno 2018

L'animale femmina

Ho letto “L’animale femmina” di Emanuela Canepa in un giorno e mezzo. Anzi, mezzo e uno: i primi capitoli in mezza giornata, poi, quando è entrato in scena Ludovico Lepore, ho dovuto proseguire fino all’ultima pagina senza potermi fermare. Perché l’anziano e coltissimo avvocato è un personaggio che cattura e non molla.
Capiterà infatti a Rosita Mulè, studentessa di medicina con problemi di sostentamento agli studi, alla quale Lepore offre un provvidenziale impiego di segretaria. La ragazza è il tipo ideale per opere da benefattori: origini meridionali e un rapporto irrisolto con la madre e il parentado all’antica che le rimprovera il trasferimento al nord; amante a richiesta di un uomo sposato scostante ma passionale; pochi soldi e tante ambizioni, tuttavia non suffragate dalla necessaria autostima. Il lavoro nello studio legale di Lepore sembra uscito dalla trama di una fiaba, ma presto l’avvocato, apparso come l’epifania di un gentiluomo d’altri tempi, si rivela cervellotico, cinico e ferocemente misogino. Rosita diventa destinataria di odiose litanie sulla debolezza e stupidità della donna, definita alla stregua di un animale insenziente che agisce per seguire ottusamente aspirazioni menzognere, sempre identificate con una figura maschile di factotum che la ami, la mantenga e la renda felice per tutta la vita. Qui, da lettrice donna, ho avuto un sobbalzo, condiviso da Rosita: Lepore, in fondo, non ha tutti i torti nelle sue considerazioni sulla natura femminile, e sebbene anch’io, come la disgustata studentessa, abbia provato a liquidare la faccenda come luogo comune sessista, devo ammettere che certi comportamenti biasimati dall’avvocato si riconoscono in molte donne. Donne che – devo precisarlo – non mi piacciono né ispirano in me sentimenti di “sorellanza” (parola fastidiosa applicata in modo onnicomprensivo al sesso cui appartengo non da semplice numero ma con la mia individualità). Lungi dall’essermi sorelle, le donne approfittatrici e ingorde, smaniose di uno status sociale da guadagnare attraverso matrimoni facoltosi, mi conducono quasi sull’orlo dell’empatia con il velenoso Lepore, ma… Ecco che risale a gallo l’orgoglio di genere, perché ciò che turba in lui è il sottofondo astioso della filosofia dell’animale femmina. Che non è più il semplice vezzo di un vecchio maschilista redattore di teorie sulla follia muliebre. No, Lepore esprime solido disprezzo contro le donne, tanto da escogitare situazioni ingegnose per rovinarle e umiliarle (la brillante avvocatessa Renata; le clienti delle sue cause di divorzio; la badante ucraina). E i motivi li scopriremo in tormentosi flashback nell’adolescenza di Ludovico, dove risiede il nucleo di una simile, lucida spietatezza. Non voglio fare spoiler, ma in questo romanzo il finale è meno importante dei sentimenti che creano ombre e rivelazioni nel dipanarsi della storia. Sentimenti senza filtri, che come in un thriller emotivo stanano e non danno tregua: violenza, vergogna, colpa, rancore. Soprattutto, “L’animale femmina” è una sfida, e non tra Davide e Golia come potrebbe sembrare addentrandosi nell’opera di sopraffazione psicologica di Lepore sull’insicura Rosita. No, mentre il gioco si fa duro, la vena sadomasochista si stempera e ne escono entrambi giganti e allo stesso tempo fragili. Ciascuno nelle proprie gabbie, i duellanti arriveranno all’epilogo con le proprie dolorose consapevolezze. Comune scoperta – offerta a uno dalla minaccia della morte e all’altra dalle prime esperienze di cattiveria - è che l’amore può confutare ogni tesi di umana miseria. Se è vero che, con mezzi più o meno leciti, puntiamo tutti alla felicità, soltanto l’amore è capace di andarci vicino. E in questa dipendenza maschi e femmine siamo ugualmente campioni di idiozia.

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