venerdì 31 marzo 2017

Cannes e Claudia, oh cara

Il cinema, si sa, è un meraviglioso inganno, e come accade in ogni arte secondo un aforisma del filosofo Gorgia (che si riferiva, però, al teatro), è più saggio chi più si fa ingannare. A questo tacito accordo con lo spettatore, aggiungiamo l'onnipotenza delle tecnologie capaci di realizzare qualsiasi fantasia di registi, sceneggiatori e produttori. Forte di questo assioma, Claudia Cardinale, lungi dall'offendersi per essere stata photoshoppata nel manifesto del 70esimo festival di Cannes, ha minimizzato, appunto, con un "E' solo cinema". Lapidario ma giusto, secondo la divina amatissima in Francia e per questo scelta come simbolo della kermesse 2017, ma non evidentemente non abbastanza per prevalere sui canoni di bellezza contemporanea che hanno imposto un suo dimagrimento digitale nella locandina. La foto risale al '59, quando la splendida ventunenne Claudia era una promessa del cinema e sfidava l'obiettivo con tutta la fresca malizia dei suoi occhi mediterranei e delle forme sinuose, svelate da una gonna che si sollevava a ruota mostrando le gambe. Che fosse bellissima chi può contestarlo? Forse però non era "perfetta" nel senso dei modelli dettati e riconosciuti dalla odierna società dello spettacolo. Per rimediare viene dunque in aiuto il dio dell'omologazione di massa, il ritocchino computerizzato, che ha assottigliato le tornite caviglie della Cardinale e, già che c'erano, tolto un centrimetro anche al girovita. E voilà. Da bellezza vera a Barbie, una fisicità ossuta e insieme maggiorata introvabile in natura e riproducibile solo grazie al chirurgo. Da qui in poi, per chi vuole mantenere tale rigorosa linea ci si potrà affamare liberamente, certe che le tette, opera del bisturi, resteranno piene e sode. La Cardinale stella cinematografica nascente degli anni Sessanta era staordinariamente bella e lo sapeva. E sebbene abbia ragione oggi a voler smorzare la polemica, il photoshop a quella foto è stato una caduta di stile da parte dei creativi di Cannes. Non un sacrilegio, ma semplicemente cattivo gusto.
Che poi dietro ci sia anche un messaggio subliminale sul corpo delle donne, è altra questione. Una questione che ci riguarda tutte e alla quale - se dobbiamo essere oneste - noi per prime indulgiamo senza severità, ad esempio quando usiamo i filtri. Chiediamoci se lo facciamo per vanità personale, per esibizionismo o per sottomissione a cliché maschili obbligatori. Da sempre l'apparenza è il fardello femminile più pesante da sopportare. Certo, dobbiamo essere belle, ma soprattutto dobbiamo essere oggetti di desiderio sessuale con precise fattezze. Lo spiegò bene Ira Levin nel romanzo "La fabbrica delle mogli": potesse scegliere, ogni uomo plasmerebbe la propria compagna con seni spropositati, culetti alti e rotondi, gambe lunghe e snelle. Ed è inevitabile che oggi, nell'epoca della finzione tecnologica, se si può trasformare una donna bellissima ma umana in una perfettibile macchina del sesso ideale, ben venga. Inizio a credere che questo non cambierà mai. Però se si profana un mito come Claudia Cardinale, tutta la cosa fa molta tristezza. A proposito di icone sessuali, verrebbe da dire che ne sanno i 2000, che passano notti insonni davanti alle pagine Instagram di Kim Kardashian, dei palpiti che riuscivano a provocare femmine carnali e vere come Claudia, Sofia e Gina...

mercoledì 29 marzo 2017

Nella macchina del tempo


Sono sempre stata legata al passato. E’ forse un malfunzionamento spirituale, che deriva da tratti nostalgici della mia personalità, da quella stessa instabile corrispondenza tra età anagrafica e anni percepiti che mi fa sentire alternativamente più vecchia dentro sin da quando ero adolescente, e che oggi, come in uno specchio stregato, non riconosce la distanza maturata tra la mia data di nascita e la donna che potrei o dovrei essere diventata. Sto dicendo che, da sempre, mi guardo indietro: alle cose che ho perso, alle persone che non rivedrò più, ai giorni rimasti impressi con straordinaria nitidezza nella memoria. 

Dimmi che c'entra la felicità

Questa recensione al libro "Dimmi che c'entra la felicità" di Margi De Filpo e Vincenzo Corraro è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud

Scrivere racconti richiede intrepida concentrazione e una buona dose di azzardo. Il racconto è un patto di complicità con il lettore, che s'invita ad un incontro senza certezze: le parole come scosse dei sensi, personaggi e luoghi come umori vivi e sciolti, ai quali non si può chiedere la linearità della trama, della risoluzione dei nodi. Per dirlo semplice, scrivere racconti è fermare attimi della vita nella sua irrevocabile imperfezione, sapendo di non poter offrire garanzie.