mercoledì 17 dicembre 2014

Amodio

Questa mia recensione al romanzo Amodio di Maurizio Fiorino, edito da Gallucci, è stata pubblicata sul Quotidiano della Calabria


«Nella parola libertà coesistono l’amore e la ribellione. Ribellarsi è la forma d’amore verso sé più alta che esista. Nessun altro può cambiarci quanto possiamo farlo noi stessi». Maurizio Fiorino ha trent’anni e fa fotografie da quando ne aveva ventitré ed ha lasciato l’università e un lavoro con prospettive di stabilità per andare a vivere a New York. Non conosceva nessuno, non parlava inglese e non aveva mai studiato fotografia. Ha imparato, letteralmente, per strada, e dalla strada – dall’umanità, dalla realtà – continuano ad affiorare i soggetti delle sue immagini. Veniva da Crotone, “with love and squalor”, direbbe l’impavida Esmé di Salinger. Oggi vive a Milano, «la grigia», scherza lui con l’animo malinconico di sole che si portano dentro tutti i calabresi andati via, ma Crotone non l’ha dimenticata né rinnegata. Tanto da ambientare qui il suo primo romanzo, “Amodio”, edito da Gallucci e arrivato in pochi mesi alla terza ristampa.

E’ la storia di tre adolescenti che crescono in un ambiente retrogrado, ammantato della protervia mafiosa. Vincenzo studia danza con le bambine ed è umiliato dai compagni ma avrà il coraggio di cambiare sesso e diventare Vincenzina. Armando, insicuro e sensibile, ha ereditato dal nonno il talento per la fotografia e fatica ad esprimersi perché condizionato dalla minaccia di alcuni coetanei che sembrerebbero comuni bulli, ma in Calabria il bullismo ha anche una crosta dura di privilegi e obblighi verso la “Famiglia”, quel sacro tutt’uno che fonde legami di sangue e ‘ndrangheta in un patto che non dev’essere mai tradito. Per liberarsi, Armando deve affrontare le sue paure: la più bruciante è lo sfrontato Amodio. Bello come una divinità pagana della sua Grecia, le cui desiderate sponde tenta di far apparire fissando l’orizzonte liquido del mare, porta un nome di devozione religiosa e appartiene alla famiglia più potente della città. Spezzerà la continuità criminale perché vuole diventare un pugile, e poi frequentando apertamente Armando, nonostante la loro amicizia sia motivo di scandalo per i genitori. Un atto di rottura che non sarà indolore e cambierà per sempre la vita dei tre ragazzi.
Sulla copertina del libro c’è un’immagine scattata dall’autore, che sembra catalizzare insieme la fiera impudicizia e l’innocenza soffice della gioventù, due elementi che su un viso umano si deteriorano in fretta, e forse soltanto la fotografia può miracolosamente fermare. «E’ un mio amico – racconta Fiorino - si chiama Ennio, e l’ho fotografato al faro verde del porto vecchio di Crotone. Idealmente rappresenta Amodio, ma con lui ha in comune solo il diastema, lo spazio tra i due denti incisivi. Ho dovuto lottare per quella copertina. Per alcuni della casa editrice solleticava istinti pedofili, invece si è rivelata vincente».
Finora hai raccontato storie attraverso le immagini, quali differenze hai trovato nell’esprimerti con le parole?
«Sebbene io consideri le due cose analoghe, sono ben diverse. Scattare una foto è come sparare un colpo di pistola in testa, scrivere è trivellare di colpi una persona per farla agonizzare e morire lentamente».
Ad accomunare fotografie e romanzi mi sembra ci sia la scelta di soggetti “pasoliniani”. Nelle immagini molti giovani angelici, sospesi tra perdizione e salvezza; nel romanzo tre ragazzi che rifiutano di allinearsi a vite che non collimano con la loro identità. Scrivere è servito anche per spiegare questo?
«Ti racconto una cosa che finora non avevo mai raccontato a nessuno. Il personaggio di Amodio è nato da una fotografia che vidi anni fa a casa di un amico a New York. Era un ragazzo morto di Aids negli anni Novanta, si chiamava Donald. Da quel freddo pomeriggio di fine novembre, da allora, io quel ragazzo ce l’ho negli occhi. Se non avessi visto quella foto, chissà, probabilmente non avrei mai scritto il mio romanzo. Mi ha fatto riflettere il fatto che una fotografia così come un romanzo possano rendere un personaggio eterno. Scrivendolo, Amodio non potrà mai morire».
Sei partito da Crotone per imparare a fare il fotografo, ma non avevi, come Armando, una bottega di famiglia dove addestrarti. Come hai iniziato?
«A ventitré anni ho lasciato tutto e sono andato a vivere a New York da solo. Per sopravvivere ho dormito nei parchi o nascosto nei negozi di amici. All’alba dovevo filare via dall’uscita secondaria perché arrivava la donna delle pulizie. Mi lavavo ai bagni pubblici del Chelsea Market. In quel periodo ho scoperto la vera felicità. Non ho mai detto nulla ai miei genitori, quando mi chiamavano dicevo che stavo benissimo e che New York era magica, e infatti lo era. Ad un certo punto della vita bisogna strappare il cordone ombelicale, e diventare figli di se stessi. Ho vissuto in America per cinque anni e mezzo poi ho girato l’Europa in treno e autobus. Io, uno zaino e la macchina fotografica al collo. Ho imparato a fare fotografie in questo modo, senza nessuna scuola ma curioso di scoprire nuove culture e sempre identificandomi col diverso».
 In America c’è stato un incontro speciale con qualche maestro?
«Quello con Annie Leibovitz. Fui assoldato per fare da tramite tra lei e una stamperia italiana in conference call da New York. Nel suo studio erano appese le sue foto più famose, che avevo già visto sui tanti libri. Solo a vederle tremavo. I ritratti a Susan Sontag e Patti Smith, fra gli altri. Arrivò in ritardo, coi capelli arruffati e nervosissima. La sua agente mi disse che era appena atterrata da Los Angeles dove aveva fotografato Beyoncé per Vogue. Sembrava fosse entrata la madonna, tutto si fermò. Quel giorno ho capito che ad alcune persone, come lei, la vita ha dato il dono di essere circondate da una specie di luce. Incontrarla mi paralizzò, infatti il mio servizio di traduzione fu pessimo e non mi chiamarono più...»
Nel romanzo Armando è un fotografo, nato e cresciuto a Crotone e poi emigrato all’estero. Quanto c’è di autobiografico nella storia? Hai subìto anche tu discriminazioni, hai dovuto difenderti dalle violenze inflitte ai calabresi dalla cultura mafiosa?
«Credo sia impossibile riuscire a non parlare di se stessi quando si scrive un libro. Io non sono stato vittima di bullismo o discriminazioni, ma della prepotenza della mentalità calabra, sì. Come tutti. Ho avuto però sin da piccolo un magico dono: non me ne frega nulla di quello che la gente pensa di me. A nove anni mi sono iscritto a danza, a sedici ballavo sui cubi in discoteca. Non ho mai fatto nulla per placare la mia irrequietezza, anzi l’ho sempre portata ai limiti e in questo sono simile ai personaggi del romanzo. Ho sempre fatto quello che ho voluto, a Crotone come a New York, preoccupandomi poco o nulla degli altri. Chi giudica ha un problema irrisolto con se stesso».
Credi che in Calabria le cose stiano cambiando? Stato e giustizia continuano a rivelarsi impotenti (e in certi casi conniventi): riusciremo mai a liberarci dall’arroganza mafiosa che non smette di affossare questa terra e arriva a liberarsi senza pietà (come accade nel tuo romanzo) di chi ostacola i suoi piani o la pensa diversamente?
«“Amodio” è un romanzo sulla libertà e sono contento che tu abbia visto anche una metafora del Sud tutto. Trascorrendo l’ultimo anno e mezzo in Calabria mi sono reso conto di quanto faccia comodo, ai calabresi, dire che le cose vanno male a tutti i costi. Bisogna lamentarsi sempre e si vive con un senso di malessere che non è produttivo. In Calabria manca lo slancio che solo la cultura può dare. Ma è una terra bellissima, unica. Ho deciso di ambientare il mio libro a Crotone perché sono grato alla mia terra e orgoglioso delle mie radici. Voglio che tutti conoscano le brioche del Bar Moka o la bellezza del faro rosso. Sono positivo di natura. Prima o poi la Calabria, la nostra Calabria, verrà fuori».
Il finale del romanzo, e mi riferisco proprio all’ultima “scena”, lo spettacolo di Vincenzina, sembra far venire fuor l’affetto e la solidarietà reciproca tra chi vive qui. Anche chi parte, chi fa scelte disapprovate dalla comunità, chi non si sente accettato ed è combattuto tra amore e odio per le sue origini, resta sempre uno della terra, amato e abbracciato dagli altri nonostante tutto e tutti.
«Le ultime parole le ho scritte prima che finissi il libro. Spontanee, dal cuore. Vincenzina canta in playback una canzone di Patty Pravo e dal pubblico una signora dice: “Come la fa lei, questa, non la fa nessuno. Neanche la Pravo”. Vincenzina è un personaggio talmente vero che anche in playback fa meglio dell’interprete originale. Solo chi ha sofferto e lottato per essere se stesso è una persona vera. Il resto è abitudine, noia, una vita che non ci è stato dato di vivere. Per questa scena mi sono ispirato a Divina, una persona di Crotone che ha sfidato tutti per essere se stessa. Sono cresciuto ammirandola e invidiando il suo coraggio, ho più rispetto per lei che per tutti i crotonesi in giacca e cravatta messi assieme».
Ed è questa la Calabria che questo giovane artista continuerà ad indagare, ad amare. Nelle sue fotografie ci sono donne crotonesi di forza immensa, come Rosalba Cusato, che lavora al Cie con gli immigrati, o la pasionaria Linda Monte, che combatte per salvare l’integrità del centro storico.
Sulla pagina Facebook di Maurizio Fiorino amici e seguaci raccontano le loro emozioni dopo la lettura di “Amodio”. Lo fa, di getto, lo stesso autore in uno spazio che sebbene di facile condivisione come tutti i social, appartiene alla sua intimità e non sarà qui cannibalizzato (il romanzo non ne ha affatto bisogno per farsi apprezzare). E lo fanno i lettori, quelli a cui ora il libro appartiene interamente. Qualcuno ricorda un’adolescenza ribelle a Crotone con addosso l’istintiva, fobica ostilità della gente e l’etichetta di “ricchione”, tanti altri rivendicano la faticosa resistenza del non nascondersi, del non mentire. E, ancora, la scrittura è una scheggia di miracolo, la “cosa piccola ma buona” di Carver: un ragazzo di Monasterace confida di aver dichiarato la propria omosessualità in famiglia dopo aver letto “Amodio”. E adesso a Trento una scuola ha scelto questo libro come romanzo da portare agli esami di maturità.
Fotografia e scrittura s’incroceranno ancora nella vita di Fiorino: «Sto scrivendo il mio nuovo romanzo. E ho in cantiere un progetto di mostra di fotografie a New York che ho messo da parte per la scrittura. Ma il mio più grande sogno è realizzare il film di “Amodio”, e ci riuscirò. Già li vedo in giro in moto per le vie di Crotone, lui e Armando, con Vincenzina in sottofondo che canta come una pazza».

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