lunedì 16 luglio 2012

Una terapia anglosassone

(Questo racconto l'ho scritto per un'antologia al femminile su un tema molto insolito, a cui mi è stata proposta la partecipazione. Si farà? Il progetto è sfumato? Al momento non ho notizie dello stato dell'opera...)


“Hai sentito? Era la porta?”
Umberto sbarrava le pupille al buio come un gatto – adoravo il baluginare instabile di quei forellini nell’iride color miele, lui non avrebbe potuto scrutarmi a quel modo, troppo neri i miei occhi, strati sovrapposti e impossibili da separare anche sotto la luce più forte. Avevo scosso la testa, un fiotto di fumo che si contorceva in onde friabili fuori dalle mie narici.
Lui s’era seduto sul letto ed era rimasto immobile qualche istante. Poi aveva annuito: “Sì, era la porta. E’ tornata Abby”. Mi aveva baciato e dalla finestra avevamo seguito la scia puntiforme dell’ultimo volo per Milano. Conoscevamo a memoria tutti gli orari delle partenze. “Certe volte penso che è per questo che mi ami - aveva detto Umberto trattenendomi il mento tra indice e pollice – perché io sono l’aereo del tuo futuro”.