venerdì 13 gennaio 2012

Tempo che passa

Cercando non ricordo più cosa su internet, ho trovato una persona che conoscevo diciotto anni fa. Allora era una ragazzina un po' scontrosa e dedita in modo quasi spietatamente esclusivista all'esiguo gruppo di amici della Comitiva. I fondatori - quelli che erano dentro la Comitiva per eredità di nascita o famiglia, una genealogia ambientale conservativa e diffidente verso le novità - restavano per sempre i titolari; chi arrivava da fuori, oltre l'apparato di cortesie dell'accoglienza, era invece l'estraneo, e con lui ci si limitava a educate manifestazioni di integrazione. L'amicizia era un privilegio acquisito dai fondatori, intrasmissibile senza poi essere imputati di tradimento. Ma nella Comitiva a cui apparteneva la ragazzina quasi nessuno tradiva. Gli estranei - io, ad esempio - rimanevano a distanza di sicurezza. Nella Comitiva ci nasci, oppure no.
Adesso la ragazzina non vive più in Calabria, ha due figlie, fa un lavoro interessante che forse in Calabria non avrebbe fatto perché concerne la creatività - e da noi questo non può essere un mestiere, al massimo all'arte si riconosce il sembiante di una passione da esercitare nei giorni di festa. "Bello" è in Calabria l'aggettivazione generalista per descrivere queste attività. "Che bello tu scrivi, o suoni, o dipingi. Dev'essere bello, vero?"

Così la ragazzina è emigrata, e oltre a lavorare fruendo del suo incompreso materiale creativo che gli ex compaesani identificano come passione, è diventata "arte terapeuta" (qualifica che non mi è del tutto chiara ma così, a intuito, mi pare fighissima), e certe volte mette i tacchi - mentre io la ricordo in jeans e scarpe basse. Ma soprattutto, oggi ha una famiglia. E qui, leggendo dal suo blog, mi fermo. Perché la ragazzina, ormai donna, afferma di voler costruire la sua famiglia - marito e bimbe - in modo diverso da quella da cui proviene. Una determinazione che mi sorprende. Mi fermo per affacciarmi nel passato, e guardo. La famiglia della ragazzina, per come la ricordo io, era praticamente perfetta. Madre e padre affiatati e anche loro membri, per immutabilità atavica d'elezione, della Comitiva, nella sezione adulti; un fratello, e anche una sorella nata quando la ragazzina era adolescente (cosa che nell'adolescenza mia avevo sempre immaginato fighissima, avere un neonato in casa e fargli un po' da mamma). Insomma io (e non solo io) verso la famiglia della ragazzina nutrivo sincera ammirazione. Però lei come moglie e madre vorrebbe essere un'altra cosa. E spiega: «Non perchè (la sua famiglia di nascita) non vada bene, ma per il gusto di vedere come fluisce la tua acqua nel mondo».
Tra l'origine e il posto che tentiamo di trovare nel mondo c'è il tempo, che ci cambia senza possibilità di ritorno. Forse ce ne accorgiamo davvero soltanto quando smettiamo di essere figli per diventare genitori. Un salto nel vuoto, elettrizzante e pauroso, come imparare a nuotare dopo essere stati gettati in acqua e aver bevuto sale soffocante. All'improvviso - proprio quando rinunciamo alla condizione libera della solitudine, perché madri e padri da qui in poi lo saremo per sempre - siamo gettati nell'esistenza con una consapevolezza coriacea e necessaria di dover agire da soli. Da adesso non abiteremo più in una casa mandata avanti da altri, e al posto delle braccia dove ci rifugiavamo ci sarà qualcuno che allungherà le sue verso di noi per chiedere amore, e aiuto. All'improvviso siamo noi l'ago della bussola, e dobbiamo guidare, insieme al nostro, il destino di altre vite.
Ma quando si nasce nella città e nell'ambiente dove siamo cresciute io e la ragazzina, questo destino somiglia alla schiavitù di una frustrante reiterazione. E se la nostra famiglia è uguale a quella che ci ha generati, siamo inconcludenti come criceti che si affannano sulla parete cieca della ruota. Lei lo dice meglio: non è che le nostre famiglie non andassero bene. Ma non sono le nostre.
Non è un antagonismo sovversivo, non è quello che a vent'anni mi faceva sgolare per essere sistematicamente contro ogni regola stabilita da mia madre, contro la stessa concezione di vita e famiglia che vigeva in casa nostra. E' semplicemente successo che il tempo abbia fatto un altro giro. Certe volte, quando devo prendere una decisione che avrà conseguenze sui bambini, sono angosciosamente insicura. Il riflesso automatico è chiamare mamma e chiederle un consiglio. Poi, nell'attimo stesso in cui lo penso, mi avvampa una vergogna d'inadeguatezza. Mi sento come una che giochi con le bambole, impantanata in un'eterna e fasulla infanzia, un calco inanimato di esistenza dove non riesco mai a far scorrere vero sangue. Allora faccio da sola, perché è l'unica scelta possibile. Anche se sbaglio, e penso che invece mamma non avrebbe sbagliato. Faccio da sola perché, come dice la ragazzina, devo stare a vedere come fluisce la mia acqua nel mondo. Non sto giocando alla donna e alla mamma, tutto questo io lo sono davvero. E dopo aver deciso, mi sento, mentre scorre un istante luminoso e benefico, fortissima.
Però esistono e remano contro, le tare della nostre generazione nell’irrevocabile piramide familiare delle periferie meridionali: quasi tutte le mamme delle compagne di asilo di Alice sono nate e cresciute nello stesso quartiere dove vivono oggi. Molte non hanno neanche fatto la fatica di cambiare indirizzo, si sono sposate al massimo tra condomini, molte rimangono assoggettate alla morale egemonia materna – chi con il sussidio per il mutuo, chi con la prossimità coatta dei genitori al piano di sopra della villetta dinastica, trasformati in nonni creditori illimitati di ogni potestà educativa sui nipoti.
Io e la ragazzina abbiamo cambiato città, e poco o nulla abbiamo ormai in comune con l'involucro di pensieri, azioni e abitudini di vita del nostro passato familiare. Un tempo al quale, nel bene e nel male, dobbiamo tutto - è l'inizio, il cemento fondante - ma da cui serve lo slancio di liberarci, per prendere finalmente posizione in questo presente.
Sarà lo stesso per i nostri figli? Mi sentirò ferita dalla loro caparbietà di discostarsi da come sto agendo oggi io? Anche per questo, scrivo. Continuerò a cambiare insieme al tempo, e queste parole le avverto come una questione di sopravvivenza. Mi tramando per il momento in cui, forse, non sarò più capace di comunicare con i miei figli. E avrò "fatto la mia vita", come si dice, e per la presunzione di questa somma di anni già vissuti forse pretenderò di impedire a loro di fare lo stesso. Quando non ricorderò più quanto sia doloroso e ineluttabile lo sforzo di crescere, ritroverò qui questo giro di tempo, che tra sbagli, rimorsi e inattese gioie, inizia a risolversi, e ogni giorno mi pare il disvelamento di un mistero. Questo tempo che passa e si stratifica su quella che sono stata, scava solchi e riempie vuoti.
Sul suo blog la ragazzina ha postato vignette dove riconosco qualche caricaturale autoritratto. Scruto tra i tratti di pennarello ed emerge un dettaglio conservato nella memoria. Le sue labbra carnose, le sopracciglia importanti, il serico caschetto di capelli lisci e scuri. E' sempre lei, e nello stesso tempo è un'altra. Le ho scritto una mail annunciandole un articolo sulla sua attività artistica, non ha risposto. Forse non si ricorda di me. Ragiono sul fatto che mi sono presentata come Isabella, mentre lei mi conosceva con il nome dei registri scolastici, Elisabetta. Penso che forse la Comitiva ormai non c'entra niente con la sua vita di oggi, e la reincarnazione di questo zombie temporale non le garbi poi tanto.
Un mese fa, sulla posta, mi ha contattato una compagna di liceo. Scriveva di aver letto il blog e di trovarmi diversa dai suoi ricordi. Una differenza valutata "con gioia e sorpresa", precisava la mia ex compagna, invitandomi nella pagina Facebook della nostra ultima classe di scuola. "Ti aspettiamo, e comunque adesso so dove trovarti", concludeva. E neanche lei era realmente la ragazza ferma lì, nei miei, di ricordi.
In quel commiato evapora tutto quello che ci teneva incagliate all'ancora dell'età dove, proprio perché il futuro è ancora intatto, si può rischiare di smarrirsi per sempre, come è successo a Peter Pan. Ma la nostra vecchia classe non esiste più, i ragazzi delle fotografie con i loro mocassini, i fuseaux e le felpe fuori moda sono l'illogico pedaggio della nostalgia, quella che trasfigura in rimpianto tutto quello che rimesta nel passato, anche quando aveva significato dolore. Se abbiamo varcato questa soglia, sarà una puntura che prude appena. Siamo diventati adulti, e l'alveo protettivo dei genitori, della terra, del tempo interamente finito, sono anticorpi già consumati. Crescere è una convalescenza che questa volta tocca a noi terapeuticamente trasmettere, e lo sarà almeno fino a quando i figli non avranno più bisogno di noi. E' ora il nostro momento, quello che io - che la ragazzina, che la mia ex compagna -non intendiamo perdere: dobbiamo stare al mondo nella vita che noi abbiamo scelto.

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