«Se osservi bene le lucertole, te ne accorgi. È facile: alcune hanno le zampe anteriori più grosse, di queste ti puoi fidare. Perché pure se evolvono, sono discendenti dei brachiosauri». A quel punto, il ragazzino si alzava sulle punte delle sneakers spellate ai bordi, e allargava le braccia in una circonferenza sbilenca di spazio: «Sono grandissimi, così… i brachiosauri, però buoni. Non te li ricordi sulle figurine di ieri?»
«A me le lucertole sembrano tutte uguali», obiettava Sara.
«Perché non le guardi con attenzione», ripeteva il ragazzino. Intorno a loro, in strati sovrapposti di rumore, si srotolava il movimento caotico della ricreazione in una quinta elementare, nel cortile del convento con la statua della Madonna e in alto, a raggiera, le finestre nude delle stanze che le monache affittavano alle studentesse. «Però se non sono brachiosauri – concludeva il compagno – le devi ammazzare per forza. Ricordatelo, quelle diventano ti-ra-nno-sau-ri. Carnivori che sterminano tutti gli esseri viventi della Terra».
«Ma quando ritorneranno ad essere dinosauri?», chiedeva lei.
Il ragazzino diventava serio, la fossetta adombrata sul mento come una ditata nella pasta fresca: «Tra... cento milioni di anni. Però noi dobbiamo farle fuori lo stesso. Per salvare i futuri abitanti della Terra».
Quel giorno nel cortile della scuola, Sara era una bambina. Dieci anni dopo, quando ebbe tastato il mento cartilaginoso dell’uomo che la mattina le portava il caffè in cella, s’era ricordata del ragazzino dei dinosauri.
L’uomo indossava il cappuccio e nel suo campo visivo non aveva testa, solo la vaga sensazione di elasticità che le era passata sotto le dita percorrendogli il collo, guizzante come quello di un rettile. Anche la voce scabra aveva lo strascico rapido delle zampette di un geco quando guadano tra le foglie secche: «Lo sai che ‘a chidda ‘i Comu ‘a ‘mmazzàru con le pillole nel caffè?»
In bocca lei sentiva la granulosità della polvere depositata in fondo alla tazzina. Aveva spazzato l’arco del palato con la lingua, l’aroma s’era dissolto sulle papille: «Ma questo qui è solo caffè. Non ci avete messo niente».
L’uomo aveva fatto un fischio, l’aria cigolava tra i denti invisibili: «Brava, capiscìsti tutto. Tu sei fortunata, ma ‘ddu figghiòlu preso lo stesso giorno tuo, chiddu già è morto». Dopo una pausa aveva aggiunto: «Ricordatelo: chidda ‘a ‘mmazzàru uno dei vostri… uno del Nord, ‘u capiscìsti?».
Sono usciti insieme dal maneggio, poi Sara si è staccata dal gruppo nel suo modo urgente e perentorio. Loro hanno visto la sua schiena flessa in avanti sul dorso del purosangue inglese, poi un cinetico incresparsi che non è più la fisica tangibilità di lei. Per un po’ distinguono nitidamente i capelli di Sara: sono una macchia giallastra e immobile, alla remota estremità di quel corpo ellittico che si fonde con l’animale e quasi muta nell’uguale genetica – tessuti e organi governati dal puro istinto - simile ad una mimesi. Da lì – dai capelli, dalla schiena di Sara – si continuano a scorgere il prolungamento dei muscoli del cavallo tremolanti sulle anche, e il carboncino sfocato della coda, che frusta i fianchi a sincrono con il ritmico sollevarsi e abbassarsi degli zoccoli.
Il cielo è al limite della saturazione di luce, un cobalto brillante come vernice appena stesa, quando Tarquinio torna al recinto dove loro aspettano di ricoverare i cavalli e dirigersi verso la città. Al riparo dal subbuglio dei locali, in casa insieme a mogli, mariti e figli. E Sara pure lei invitata dall’uno o l’altro, perché nel carattere sociale del sabato si è inclini ad allargare l’alveo familiare alla dimensione quasi esotica dei singoli. Ma lei accetta di rado, preferisce raggiungere i genitori a Spinetta Marengo, da dove, nella placida traiettoria dall’infanzia alla maturità, non è mai andata via. Neanche dopo che un aneurisma ha sottratto il padre all’incastro domestico tra luoghi e corpi, e nulla è stato più come prima.
Ma quel pomeriggio Tarquinio torna da solo.
Appena rintracciano il corpo di Sara, uno di loro non riesce ad evitare un pensiero indelicato, e infine la pronuncia, quell’idea che è quasi blasfema nella morte di una fantina professionista. Però è un fatto non rinnegabile. Che Tarquinio l’abbia lasciata lì facendo a ritroso la strada verso il maneggio, guidato dall’orientamento istintivo e crudele delle bestie. La congettura che qualcuno di loro argomenta è che un cavallo non può soffrire o provare paura per te. Né amore.
La materia esanime di Sara s’individua a distanza, focalizzata nella strada stretta tra i filari plebei delle latifoglie – com’è reale il loro verde intenso che sfida l’imbrunire, questa combattiva rivendicazione di spessore nelle guaine carnose. Lei è distesa sulla schiena, la testa supina che prima d’ogni referto medico evidenzia una spoliazione di dignità propria della morte: quella sorta d’impudicizia nella frontalità delle fosse nasali, le guance porose che rammolliscono la pelle tirandola verso il basso, il cavo oscenamente aperto della bocca. Però è ancora viva e rimane in questo mondo ancora un po’, mentre le sirene dell’ambulanza bucano l’aria fragile dei boschi di Golasecca nella forcella di un diapason invisibile.
«Stanotte tirerà vento», dice Sara scrutando un punto sulla linea di separazione tra terra e cielo.
Albertina tira fuori a fatica il respiro asmatico di nicotina: «Magari… dio bòn, non se ne può più di questo caldo».
«Sì – annuisce Sara – vento».
«Da cosa lo capisci? Ci sarà mica… che so, un movimento nelle nuvole?» Albertina sorride, stringe il gomito dell’amica. «Sono invidiosa di quelli che riescono ad interpretare i segnali della natura, per me sono… una specie di sciamani».
«Oh, neanch’io son capace, figurati», borbotta Sara. «Fa tutto lui, Tarquinio. ‘Sto cavallo qui è meglio di un termometro».
Ma non è soltanto quello che le piace, di Tarquinio. I cavalli sono come certi tipi di persone schive e leali, quel genere di persone in cui l’onestà è proporzionale a una timidezza catatonica che somiglia ad astrazione dalla realtà, e molti la scambiano per idiozia, per vuoto d’intelligenza. Si racconta che fanno così perché hanno i paraocchi, ma sugli uomini dicono qualcos’altro, di più cattivo. L’etologia non riporta tesi in merito, ma questa similitudine Sara l’ha sperimentata in trentasei anni di vita, con quel mestiere indissolubile che subito è stato un legame di sangue. Ha imparato a interagire con un cavallo nello stesso modo in cui farebbe con qualcuno che capti il mondo dentro il perimetro della propria sostanza, e che da quell’assenza di coinvolgimento sia capace di fedeltà e abnegazione. Ma a lei questa pare una cosa bella, non un motivo di dileggio.
Albertina schiaffeggia il collo nerboruto del suo Caio: «E te non mi dici mai niente, bisbeticone! Ogni tanto potresti mica avvertirmi che arriva una bufera, eh?». Si volta a guardare Piero, lui solleva il mento in direzione del cavallo: «Non prendertela Tina, uno di ‘sti giorni le nostre adorate bestie ci salvan tutti dal terremoto!»
Albertina ammicca verso di lei: «Che ne dici, Sara?»
Sara piega il mento da un lato, la sua infantile gestualità per dire sì: «Sicuro. Però devi stare ad ascoltarla, la tua bestia, perché…»
L’amica emette un mugolio d’attesa: «…mmh, perché cosa?»
«Niente, non importa».
Ma Sara capisce che gli amici non le credono. Pensare al vento in questi giorni è come evocare un miraggio. E pure oggi a Golasecca la muraglia del bosco ansima sotto un’altra tribolante sfilza d’ore di barometro alto, inadeguato alla stagione. È autunno ma pare ancora estate piena.
I cavalli soffrono terribilmente il caldo. Stamattina Sara ha spazzolato Tarquinio passando con cura le setole della spugna umida sul grande, tiepido corpo – avanti e indietro, la sottile faglia frastagliata del contropelo che scintillava rapida prima di dissolversi. Il cavallo respirava di gratitudine, lei ha potuto sentirlo. Ma, vento o no, stamattina era chiaro che per una vera tregua dall’afa avrebbero dovuto attendere l’attraversamento della canicola: che s’abbassasse il sole, inghiottito dietro l’arco della collina più acuminata del bosco, quella che avvistata da lontano, con il puntello dei vitigni, somiglia ad un Golgota stilizzato.
Adesso Sara e Tarquinio prendono velocità. Gli amici sono fermi al maneggio – Sara non è capace di sottrarsi all’assuefazione agonistica e cavalcare in gruppo – e lei va incontro da sola al solido schieramento di acacie e castagni.
Prima, mentre salivano a Golasecca, Sara ha ricevuto una telefonata: le proponevano un’iniziativa divulgativa sul vincolo di monumento nazionale al quartiere ippico di San Siro. Parlando aveva nominato l’ippodromo, e non le era sfuggita l’impercettibile tensione nel profilo di Albertina, incastonato nel sedile anteriore dell’auto. Ci sono, nella sua storia, vocaboli ancora non del tutto esorcizzati – però è davvero più un pregiudizio degli altri, perché lei ha già superato il trauma. Con gli altri invece l’imbarazzo circola sulle sillabe cantilenanti di San Siro, o se si cita la Calabria – ma da parte sua no, Sara riesce a scindere i ricordi privati dall’oggettività inoffensiva di volumi o parole che esistevano già prima dell’esperienza del sequestro.
Quando la telefonata si era interrotta, troncata a metà nella zona neutrale dove i cellulari azzerano la copertura, Albertina aveva alzato la voce: «Ma quand’è che arriviamo? Piero vai più veloce… dio bòn, mi manca l’aria, mi sento soffocare!»
Sara le aveva posato una mano sulla spalla: «No, la velocità ti farebbe più male». Aveva sentito un sussulto di resa scorrere sul palmo, all’altezza della scapola sporgente dell’amica. «Respira, Albertina. Qui siamo in mezzo al bosco, liberi. Soffocare è un’altra cosa». Poi nell’abitacolo l’unico suono era stato il ronzio regolare del motore, e fuori il frullio leggero degli animali nascosti tra le piante.
Ora finalmente l’aria inizia a sbollentare. D’improvviso, senza gradualità, il bosco è pressurizzato dentro una bolla fresca. La sensazione è piacevole, ma lo balzo di temperatura le provoca un’impercettibile oppressione al seno. Le tempie di Sara sono irrigate da piccoli guizzi fiammeggianti, se potesse guardarsi il viso lei sarebbe rossa – il riflusso del sangue silenzioso e inevitabile come liquido che si espande su una carta assorbente. La pelle scotta, il cuore è sfasato. Tarquinio se n’è accorto. Se Sara non lo governa, diventa nervoso: e ora, mentre lei rallenta la presa sulle redini, il cavallo perde stabilità, sgroppa privo di direzione, quasi gli avessero cavato gli occhi.
Prima di finire disarcionata, Sara vede tante scene, tutte insieme.
C’è il camice verde spianato sul suo petto in quella clinica di Washington, mentre l’anestesia iniziava a circolare nelle vene, quel sonno calloso che aveva cancellato in un ottuso mutismo la densità della materia, la stessa carne del petto che stava per schiudersi incisa dal bisturi.
Poi pensa a Federigo Caprilli, il capitano morto a trentanove anni cadendo da cavallo nel centro di Torino, agli inizi del Novecento. E pensa pure a quei numeri che rotolavano via dalle labbra, la conta cieca con le palpebre sigillate dai cerotti mentre gli uomini incappucciati erano ormai immateriali e il borbottio del motore s’affievoliva in un’eco spezzata.
La mattina del rilascio l’avevano istruita con le minacce, ma Sara lo sapeva che era finita, e sentiva la paura solidificare in impazienza, una lastra già scheggiata che a frantumarla bastava un niente. Per togliere i cerotti doveva arrivare a cento, invece aveva barato. Uno, ventuno, novantaquattro. Cento. Aveva bisbigliato quella sequenza monca e s’era strappata via i due ritagli di scotch, le sue mani tremavano, disabituate alla motilità. La prima cosa che aveva visto dopo quattro mesi di buio erano state le scuderie di San Siro.
Sara sta cadendo sul selciato, un breve volo all’indietro e l’impatto secco che dura un istante. Pensa al metodo di equitazione di Caprilli, che sfrutta i movimenti naturali del cavallo rifiutando la rigidità dell’addestramento. Il cavallo nasce nel suo ambiente e conosce per natura il modo di comportarsi, chi dev’essere istruito è piuttosto il cavaliere. Non serve imporre sforzi all’animale, non bisogna disturbarlo o reprimere le sue inclinazioni fisiche, i movimenti e gli stati umorali.
Gli zoccoli di Tarquinio rimbombano: un suono in progressione, prima forte poi leggero. E’ così che funziona l’udito di Sara, adesso. Sente la schiena sorretta dal vento, un arco incorporeo che misura il vuoto, l’assenza compatta del cavallo. Tarquino non esiste più, lei è sola. Ormai il tempo è nuovamente fermo, nero. Sara rimbalza a terra: un dolore pungente al femore, poi la testa inchiodata al suolo, che perde un umor vischioso. È ancora il vento, l’afferra e la rigira come un lottatore. Sara inizia a contare, ma neppure questa volta arriva a cento.
C’era quel ragazzino alle elementari. Credeva nella resurrezione dei dinosauri. Estinti ma geneticamente racchiusi nella regressione dei rettili comuni. Un’evoluzione della specie retroattiva: lucertole, ramarri, scolopendre, gli epigoni dai quali la razza sarebbe ritornata in vita per debellare gli uomini. Il nuovo mesozoico era vicino, e quel ragazzo, addestrato a figurine e statuette di vinile, sapeva tutto dei dinosauri. Uno dei sequestratori aveva ordinato a Sara di toccargli il volto coperto dal cappuccio, e lei era caduta indietro nel suo tempo. Nove anni e mezzo nel cortile delle suore, insieme al ragazzino dei dinosauri: «Guardali bene, le squame, la testa…».
Nella cella, con occhi e orecchie fasciati, era immersa in un universo cupo: solo il tatto le restava, e quel gesto le parve umiliante, un’altra profanazione. Il sequestratore le tolse la benda e rimase di fronte a lei: trovarsi davanti la sagoma scura del passamontagna sembrò una doppia cecità, priva di vie di fuga. L’uomo aveva il mento sfuggente e labbra infossate. La sua fisionomia rammentava una lucertola, così le era tornato alla mente il ragazzino. Gabriele, no era Michele. Il nome riemerse dalla memoria e fu una nuova boa di salvataggio, come le tabelline aritmetiche e le capitali d’Europa che si ripeteva in testa per far passare il tempo.
L’uomo-lucertola le portava il caffè ogni mattina, era diventato il suo orologio: il liquido caldo sulle labbra indicava che aveva superato un giorno. Dopo aver tastato il viso del sequestratore, Sara aveva smesso di sognare uomini senza testa, quella condanna di tutte le sue notti. Perché almeno riusciva ad abbozzarlo nella mente, snodato e molle come un rettile. Una notte sognò di segarlo in due con un ramoscello – proprio lei che non aveva mai ucciso una mosca, pensò che la disperazione l’avesse abbrutita. Nel sogno il corpo e la testa tranciati si separavano asciutti, nessuna emorragia di sangue friabile, come accade negli insetti. Poi sgusciavano via in direzioni opposte, entità orbe ma ancora governate dall’automatismo dell’impulso vitale.
«Tuo padre ci pigghia pu culu, ma ‘havi a stare molto attento».
«Perché lo dici a me? Sto chiusa qua dentro, non so niente. Io non c’entro».
«Con noi nun ‘havi a zanniare o ti tagghiàmu i ‘ricchi».
Le parole in quel dialetto greve ma innervato di arcaica musicalità erano l’interruzione su un nastro inciso: per il resto la tonalità era piatta, apolide come la testa incappucciata del rapitore.
Sara non aveva creduto alla minaccia delle orecchie. Dicevano spesso cose del genere, ma fino a quando mettevano il passamontagna e lei non poteva identificarli, non l’avrebbero uccisa. Quella mattina, poi, si costruì la concretezza di una tesi: l’uomo-lucertola era un branchiosauro, faceva paura ma non era pericoloso.
La volta successiva, mentre lei ingoiava a piccoli sorsi il caffé misurando mentalmente l’ora, la voce neutra del rapitore si abbassò: «Pensi mai che si sono dimenticati di te?»
Sara aspettò che l’aroma della caffeina fosse evaporato in gola: «No».
«Io invece ci penso. Ogni iornu».
Lei lo guardava con incongrua intensità, come se tra loro il divisorio del passamontagna non ci fosse più: «Ma io ho la fede. Dio non si dimentica di me. Nemmeno quando muoio».
L’uomo-lucertola espirò, si poteva sentire l’emissione di fiato quasi fosse tridimensionale: «’Havi a essere ‘na cosa grande, la fede».
Due anni dopo la liberazione, Sara aveva iniziato la carriera agonistica di fantina. Nel suo quartiere, in uno dei monolitici palazzi che affacciano su viale Caprilli, abitava Alessandra Sgarella, ma le due non si erano mai incontrate. A San Siro le scuderie Tesio e De Montel furono vendute e nell’area si edificò un quartiere residenziale germogliato in mezzo alle piste d’allenamento del galoppatoio. Il casello della scuderia Tesio sconsacrata è diventato una portineria condominiale. Tra le fioriere corrono lucertole addomesticate dall’ozio, verdi e sottili come lamine di smeraldo.
La lettera era scritta in italiano perfetto e contava sull’effetto emotivo di toni drammatici. Limpide tutte le coniugazioni dei verbi, gli apostrofi al posto giusto. Eppure nelle eccedenze di oggettività che ancora fluttuavano dentro i sogni di Sara – una versione edulcorata e circoscritta all’inconscio onirico, l’unica forma di ricordo che lei poteva permettersi senza esserne sopraffatta - l’uomo lucertola non parlava così. E poi neanche Sara li usava sempre bene, i tempi dei verbi. Così la lettera, probabilmente scritta da un avvocato, sembrava un corpo estraneo: uno scambio d’indirizzo da parte del mittente, fatti e parole accaduti a qualcun altro.
“Un giorno lei mi disse di credere in Dio. In nome di quella fede, le chiedo di perdonarmi. Sono stato autore di un crimine orribile, del quale oggi mi vergogno. Non posso restituirle i quattro mesi di ignobile prigionia che le abbiamo inflitto, ma mi appello alla sua misericordia cristiana. Solo lei, concedendomi il perdono, ha adesso il potere di cancellare questa terribile pagina del mio passato e restituirmi ad una vita degna di un uomo”.
Albertina le sedeva accanto nella tribuna occidentale, una brezza disfatta avvolgeva entrambe con un ritmo meccanico. San Siro era un labirinto di curve e rette, sezionate dalla placida brughiera dei prati e i perimetri beige dei campi di sabbia. «Ma perché lo hai perdonato? Sara, io proprio non riesco a capirti».
Nelle scanalature dei viali si spostavano le miniature di fantini e cavalli, situati tra le casematte delle scuderie nell’equilibrio geometrico di un presepe. Mentre la voce di Albertina sfumava in una scia vibrante, Sara aveva ricordato la fiera di Melegnano: dieci anni, era andata con il padre e aveva assaggiato la pastella friabile che chiamavano il “dolce perdono”, in memoria dell'indulgenza plenaria concessa il 20 gennaio 1563 da Papa Pio IV agli abitanti della cittadina sul Lambro. Adesso fissava la protuberanza erbosa della montagnetta del quartiere ippico: «Perché? Perché non sono un giudice, e ho anch’io i miei debiti da rimettere. Io non sono Dio».
Tarquinio, dov’è finito? In questo corpo pesante, ancorato alla terra, il cavallo non la riconosce. Lei è immobile, nell’alone dolciastro del suo sangue proliferano uova di lucertola. La luce penetra dagli spazi sgombri tra gli alberi, rivoli abbaglianti diretti su di lei. Si è sentita così vicina al cielo soltanto la prima volta che ha montato un cavallo.
Lucertole e dinosauri si sciolgono come neve, assurda neve d’estate. L’esistenza che scorre è interamente fatta di sole, non è possibile intimidire questo momento perfetto.
«’Havi a essere ‘na cosa grande, la fede».
«Lo è»
«Per me è meglio di no. Se Dio esiste, adesso mi sta guardando. Iddu mi viri… viri tuttu. Ho paura di Dio».
Il cielo è massiccio, spiove inclinato sopra il corpo di Sara come il tetto di una mansarda. Il mondo è sbiadito di luce, e lei guarda oltre. Silhouette di cavalli che saltano, carcasse sconfitte di inermi dinosauri. I colori di San Siro imbevuti nella gloria del tramonto. Lei ha smesso di avere paura
(Nella foto Maria Sacco)
(Nella foto Maria Sacco)

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