(Questa mia recensione del romanzo di Gabriele Dadati, che posto con colpevole ritardo per motivi tecnici, era stata pubblicata sul Quotidiano della Calabria)
Se si hanno tra i trenta e i quarant’anni e un qualche ideale civile inespresso, davvero viene da invidiarlo questo giovane uomo che è la voce narrante di Piccolo testamento, romanzo dello scrittore piacentino Gabriele Dadati edito da Laurana. Viene da invidiarlo perché il giovane uomo che racconta una lunga notte insonne in un appartamento afoso e infestato da fantasmi della memoria ha avuto il destino benefico di incontrare un maestro. Parola quasi estinta nell’Italia di oggi, il paese degli scandali e dell’incultura elevata a potere, dove l’idea stessa dell’educare - o meglio prendere intellettivamente in carico - e l’istinto di onestà nel condividere un’esperienza di vita e farne oggetto di fruizione – di eredità civica, persino – per un giovane sono divenuti concetti alieni e incomprensibili.
E’ quello che invece nel romanzo di Dadati ha fatto Vittorio, intellettuale eroso fino alla morte da un male rapido e violento, per un trentenne con aspirazioni di scrittore. La loro amicizia, nata come confronto culturale, si trasforma in un legame fatto di una materia affettiva e morale più forte, quasi nel rapporto tra un padre adottivo e un figlio che si sente prescelto per una vicenda di umanità indimenticabile.
Da Vittorio il giovane scrittore apprende innanzitutto un mestiere – altra cosa rara nell’Italia di oggi. E insieme a questo mestiere scopre la possibilità di un dialogo intergenerazionale che per una volta si svolge in una dimensione paritaria. Non importa chi insegna e chi sia il discepolo: tra i due vige un’assoluta indipendenza di pensiero, una forza bipolare che emana non da mere indicazioni comportamentali e filosofiche del più anziano nei confronti del più giovane, ma da progetti e riflessioni comuni che vivono dell’apporto concreto di entrambi. Un altro modo, forse oggi negletto, per diventare grandi e trovare la verità – e la responsabilità non assolta da fughe d’inerzia - di quello che si è. Proprio in questa libera ricerca, in questo livellamento tra uguali dignità, è lì che risiede la grandezza di un maestro. Non formare a propria immagine ma far uscire fuori l’uomo dall’embrione dell’allievo. Non chiedere supina emulazione ma sangue, rabbia, umori, e tutto quanto conduca al dolore e alla catarsi della crescita.
Per ammissione di Gabriele Dadati la storia è legata ad un lutto reale subìto dall’autore, e cogliendo il riferimento dello stesso Dadati (che rimanda al bel brano “Le parole dei morti nelle parole dei vivi” pubblicato sulla rivista Nuovi Argomenti) non si può non pensare a Stefano Fugazza, direttore della galleria d’arte moderna di Piacenza scomparso per una malattia incurabile. Leggendo il romanzo, che ha struttura scorrevole, ardisce e padroneggia una trama simile a un durevole piano sequenza ed è linguisticamente cesellato come un racconto, a volerlo si può anche intravedere il cordone ombelicale emotivo sotto il distacco dello scrittore. Un effetto di empatia amplificato dalla scelta di usare come immagine di copertina una foto reale dell'autore, intravisto sullo sfondo del primo piano intenso di una ragazza, la quale è facile immaginare sia molto coinvolta nella storia del libro. Ma io non credo che qui conti poi tanto l’identificazione tra storia e realtà (è questo, anche per motivi personali, un mio pervicace esercizio di lettura, quello di non sovrapporre scrittore e personaggio, neanche dove il calco è evidente e non negato: farlo mi sembra lesivo e sminuente dell'autonomia dell'opera che lascia il suo autore e si consegna al mondo, sempre in qualche modo ri-plasmata da occhi e menti altrui rispetto alla sua genesi). Dunque a contare non è reperire le tracce di un'autobiografia in forma di fiction quanto il “testamento” del titolo, che sicuramente ha una continuità con quell’osmosi che corre tra l’educare e l’essere educati e si calcifica appunto nelle parole che i morti lasciano incise nel linguaggio di chi rimane vivo, a continuare qualcosa che ha avuto e continuerà ad avere valore. Come quel “senso estetico” che il Vittorio del romanzo s’arrovella a cercare dentro il decadimento del male che lo sta consumando.
Nel romanzo accompagniamo il giovane scrittore nell’inquieto vagare tra le stanze della sua prima casa da adulto. La casa di cui Vittorio ha conosciuto solo i rudimentali, transitori disordini del trasloco senza poter vedere la sua metamorfosi in luogo della maturità – di uomo, di scrittore – del suo amico. La casa da dove mancherà la donna dell’unico amore, finito ma non spento, del protagonista, e nella cui camera da letto si avvicendano corpi femminili deputati unicamente alla liberazione del desiderio fisico, con cinica cautela nel non personalizzare relazioni che devono galleggiare insenzienti sulla superficie dei sensi.
Nelle pagine che sono l’arco breve e interminabile di una notte ci sembra di poter conoscere ogni cosa di Vittorio ma pure di una tumulata storia d’amore – innocente e passionale come lo sono tutte quelle nate negli anni dell’eterno possibile – e dei dubbi della scrittura, della puntigliosità di osservazione appresa dal maestro, e soprattutto di un tempo che è insieme intimo e sociale perché incarna un’intera classe anagrafica italiana, quella dei figli di oggi.
Nonostante la luminosa parentesi con Vittorio, non è indolore il procedere del giovane narratore del libro. Al quale, proprio per averlo posseduto e poi perso, manca qualcosa che è ormai come un arto o qualcosa di necessario per vivere. Vittorio, come la donna amata e perduta, erano il contrario della solitudine, quella condizione che adesso bisognerà sperimentare perché si possa, nel futuro che comunque incombe, stare al mondo.
lunedì 14 novembre 2011
Piccolo testamento
Pubblicato da
isabella
a
lunedì, novembre 14, 2011
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