Ma dal mio punto di vista tanto paradossale non è. Non ho mai avuto l'aspirazione di dirigere un cantiere, ma qualche tentazione imprenditoriale legata ai temi che m'interessano come giornalista e scrittrice l'ho provata anch'io e non escludo di concretizzarla nella realtà, prima o poi. Capita a molte, è una questione di idee, campo generalmente precluso alle donne e per questo motivo fascinosamente anelato come tutto ciò che ha aspetti proibitivi. Diciamo intanto che, per la circostanza di doverle esercitare con maggiore costanza, le donne sviluppano più idee - la creatività finisce per diventare un apprendimento involontario, come chi impara una lingua sconosciuta vivendo in un paese straniero. Poi credo che sia spiegabile così: se lavori e sei donna, l'utopia che non smetti di inseguire è trovare un'occupazione che ti lasci il tempo di dedicarti alla famiglia che hai, o desideri avere. Prima che qualcuno contesti la mia riflessione bollandola nel modo più gentile come retrograda (la donna che "deve" conciliare carriera e famiglia, quale inconscio modo di perpetrare la schiavitù di genere...) e nemica dell'emancipazione femminile, consiglio di leggere i libri di Rebecca Walker, purtroppo mai tradotti nel nostro paese, per scoprire come il femminismo possa essere compatibile con l'amore materno, e come quest'ultimo sia ancora - e nonostante il carico di limitazioni e gabbie psichiche tramandate dalla società alle madri - uno straordinario beneficio.
Riprendo sulle imprese femminili. Per una madre lavoratrice l'equazione possibile è un lavoro nel quale sia la padrona di se stessa - quindi posso capire che cresca la voglia di rischiare e diventare imprenditrici per ottenere l'impossibile quadratura del cerchio. Se invece una donna non lavora è probabile che dopo anni di casa e figli desideri farlo, e dunque l'impresa rappresenta l'unica opzione tangibile in un mercato inaccessibile per le madri quanto per le donne che non hanno mai lavorato o non lavorano da molti anni.
Tornando ai dati, non sono miei ma li ho letti in Imprese da favola, il reportage di Angela Padrone, vice caporedattore centrale de “Il Messaggero”. Nel libro edito da Marsilio la similitudine con il fiabesco riguarda le scommesse vinte dalle imprenditrici che hanno “inventato” il loro lavoro (come si spiega nel sottotitolo), ma non tutte le avventure terminano con il lieto fine. Il mercato è il lupo cattivo della situazione, e non mancano streghe e boschi incantati da cui difendersi: per fortuna queste favole hanno chance lunghe una vita intera per concludersi felicemente.
Non è una novità, purtroppo, la premessa dell’inchiesta. Le donne che lavorano sono e saranno sempre acrobate tenute a conciliare professione e famiglia, dove alla seconda voce non sono enumerati solo i figli ma anche i mariti. Uomini per i quali bisogna pur cucinare e lavare. Lo abbiamo fatto da secoli e continuiamo a farlo, certo. Ma forse - fermo restando il piacere di occuparsi di chi si ama - dovremmo iniziare a pensare che in una coppia di lavoratori questa divisione dei carichi è un po’ sbilanciata... Ci pensavo qualche giorno fa. Sono una convinta sostenitrice della parità senza negare la differenza. Sono donna e tengo molto alle prerogative del mio sesso. Come ho scritto più volte, ribadendole non mi sembra di far torto al travagliato stato dell'arte condizione femminile. Ma mi pesano i sottintesi. Quando essere donna significa appartenere a una categoria ed essere classificata dentro una "fascia debole". Quando so che dovrò sopportare per tutta la vita certi commenti, certi dislivelli, certi pregiudizi sulla correlazione tra sesso e capacità o competenze, persino attribuzioni triviali come quello secondo cui il vero artista è solo uomo, assunto che il talento risierebbe nei testicoli. E dovrò sopportare che da alcuni la mia posizione di minorità puramente fisica sia sarcasticamente considerata un privilegio, che la parità sia rivendicata soltanto se c'è da comparare una violenza o le (scarse) tutele accordate a una madre che lavora. Quando so che anche mia figlia dovrà sopportare tutto questo, e un giorno nella sua adolescenza, d'improvviso, capire come sia vicino a una forma di razzismo.
Mi ricollego a un altro discorso, quello della maternità, barriera per eccellenza al mondo del lavoro. Perché la “vera” mamma italiana, per assolvere alla perfezione il suo ruolo, si dà per pacifico che debba stare a casa. Invece, come osserva Angela Padrone, all’estero le lavoratrici sono quelle che hanno (e che possono permettersi) più di due bambini. Però da noi la lavoratrice madre, con i suoi (pochi) diritti da far valere e magari la frequente eventualità delle malattie dei figli, è scomoda. Laddove un maschio padre per l’azienda è garanzia di serietà, il corrispettivo femminile lo si assume con cautela. Non stupisce che molte delle donne del libro siano diventate imprenditrici già con i capelli grigi per cambiare vita, sottraendosi tra l’altro alla recriminazione che porta il 27% delle occupate italiane a licenziarsi dopo la nascita del primo figlio.
Ondate emotive che io conosco bene: l'irrazionale impulso alla lettera di dimissioni mi sommerge ad ogni privazione imposta ai miei bambini perché mamma non può accompagnarli di qua e di là, e ogni sera in cui Samuele piange perché vorrebbe addormentarsi insieme a me e per riunirci me lo attacco al seno che ha gli occhi chiusi e il fiato rumoroso del sonno, mentre Alice mi aspetta sveglia. E io certe volte, sfinita, proprio non ce la faccio a dedicare a mia figlia un quarto d'ora di giochi "nottambuli" e reiteriamo il compromesso rituale e intoccabile di una storia raccontata due volte dove le ultime parole impastate di sonno devono essere scherzosamente corrette dalla bimba.
Negli Usa la womenomics insegna che l’alternativa forzata si può evitare. Le giornaliste Kay Katty e Claire Shipman (4 e 2 figli a testa), hanno scritto un manuale edito in Italia da Cairo, dove insegnano ad ottenere, come loro, orari flessibili e autonomia organizzativa senza sacrificare i compleanni dei bambini. Ma, diciamocelo, le americane hanno Michelle Obama, assunta per un incarico prestigioso nonostante la “zavorra” delle figlie candidamente ribadita in sede di colloquio. Noi in corrispettivo abbiamo Mara Carfagna, le prostitute del bunga bunga e un’economia che, anche nelle sue epoche migliori, è sempre stata incapace di riconoscere i benefici messi in circolo da una madre lavoratrice: per esempio l’incentivazione del ricorso ai nidi (altro tabù nel paese delle supermamme, fomentato soprattutto dai nonni e spesso - faccio ammenda - autoinculcato per diffamazione sociale come appendice dell'inestinguibile senso di colpa della mamma "imperfetta") o il maggior potere d’acquisto delle famiglie con due redditi. Dovrebbe essere roba d’altri tempi, da seppellire insieme a certi ricordi della nostra infanzia quando, figlie di madri lavoratrici, in famiglia sentivamo quei commenti “cattivelli” sugli effetti futuri del lavoro materno fuori casa sulla nostra educazione. Frasi che ho captato fino ai tempi del liceo: C'è una riunione a scuola? Non importa se è lavoro, il bambino viene prima. Però a casa nostra ugualmente il pranzo era sempre pronto all'orario giusto, i vestiti lavati e stirati, gli strappi rammendati. Me ne sono accorta solo dopo i quindici anni che esistevano pure compiti da correggere, in attesa come cospiratori nel silenzio del dopo cena, in una cucina ormai rigovernata e sgombra delle nostre voci e del sottofondo neutrale della televisione.
E sebbene quelle figlie senza mamma casalinga non siano finite affidate ai servizi sociali, ancora oggi un’imprenditrice come Iolanda Ambrosini, erede del noto forno romano che lei ha rinnovato con un’attività di catering divenuta glamour nella Capitale, non si giustifica per la scarsa presenza in famiglia. I figli, invece, oggi che grazie all’impresa di mamma entrano gratis in discoteca, l’hanno ampiamente perdonata.
Tra le torte della modenese Antonella Gualmini, sempre nuove perché «i golosi sono per natura infedeli, amano cambiare», e i Pulcinella artigianali di Carmela Vitullo, ovviamente napoletana, felice - alla faccia della presunta gelosia femminile - quando i suoi giovani apprendisti si mettono in proprio, ci sono anche coloro che l’impresa l’hanno ereditata. Sebbene il ricambio generazionale sia a rischio di estinzione muliebre (le figlie delle figlie appaiono più restie a entrare nell’albero genealogico del lavoro), le donne intervistate da Angela Padrone sono riuscite a rinvigorire settori economicamente asfittici. Ma in tempi di crisi si vive in trincea. A Bassano del Grappa Giuliana Crestani ha sconfitto i cinesi con l’uovo di Colombo: semplicissimi pigiami per anziani che si aprono dietro la schiena e hanno conquistato ospedali e cliniche. Ma già prevede il plagio nella grande produzione, prospettiva contro cui una piccola come lei non avrebbe scampo. Mentre l’impresa tessile della biellese Marinella, soffocata dai debiti, è stata travolta dall’onda della “distruzione creatrice” di Schumpeter.
Le imprenditrici ardimentose però guardano avanti. Se hanno un difetto è quello (debito della genetica sociale affibbiata alle donne) di voler fare tutto da sole. Lorena Fantozzi, siciliana trapiantata a Cesenatico, dopo anni di carriera in Italia e all’estero con la sua ditta di moda, vuole mettersi ancora alla prova, con il suo primo bambino, che nascerà in uno dei paesi meno accoglienti per le madri lavoratrici. E' proprio il caso di parlare di donne da favola...

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