Quello che segue è un brano che ho scritto per un progetto della poetessa Antonella Pagano, che sta per pubblicare il libello "Evviva l'Italia" con 150 contributi sull'essere italiani
Oggi è il 24 ottobre 2011 e come quasi ogni giorno in redazione mi occupo delle pagine di politica nazionale. Dalle agenzie leggo un intervento della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che, in relazione alla polemica dialettica del giorno, dice: “Non è accettabile che Merkel e Sarkozy si permettano di fare risolini su un grande paese come il nostro”. Devo ammettere che il mio primo pensiero non è stato da italiana ferita nell’orgoglio, quel pensiero opportunamente esternato dalla Marcegaglia con il suo sdegno verso il presidente francese e la cancelliera tedesca (i quali se ridacchiavano non di Berlusconi ma a proposito della crisi economica italiana hanno per lo meno peccato di stile – su questo anch’io sono d’accordo con lady Confindustria). Però, al di là del tema dibattuto, il mio piccolo, amaro pensiero c’è stato. E’ durato un attimo, ma ho istintivamente assunto una mimica spazientita – sopracciglio sollevato, gli angoli della bocca piegati all’ingiù ai lati delle labbra raggrinzite da un’espressione di supponenza – e mi son ripetuta: “grande paese”. E quello che pensavo sillabando quell’aggettivo onorifico era: no, l’Italia non è un grande paese, forse lo era ma adesso no. Preferisco non dilungarmi sui motivi di questa degradazione, credo che siano sotto gli occhi di tutti, forse persino di coloro che di tale declino sono gli artefici. Altri ne hanno scritto con più chiarezza ed esperienza di me.
Poi però mi sono un po’ vergognata di quel piccolo pensiero infettato di cinismo, uguale ad altri che ho già fatto e altri che probabilmente verranno. Un pensiero che scorre sottopelle insieme alla speranza illividita che è ormai delusione per il futuro mio e dei miei figli, per le mie aspettative frustrate e per quelle di tanti amici, per questo sentirmi straniera e sola nella mia terra, e sognare – con la forsennata disperazione simile alla frenesia iniettata dai sogni che sappiamo essere interamente irrazionali – di trasferirmi un giorno in un altro, più civile paese. Mi sono vergognata di un sentimento che forse io non sono capace di addolcire, eppure sento come non mi abbia ancora colonizzata del tutto con il suo malanimo. In uno dei miei romanzi, “Nome d’arte Goran”, uno dei personaggi, Melania, più o meno dice: “Però cacchio, questa è casa mia e non me ne vado”. Ed è quello che penso anch’io, sempre, ed è il motivo per il quale qui ho fatto due figli invece di restare sola e partire libera verso quell’altro, più civile paese. L’Italia grande per la quale Emma Marcegaglia si sente offesa, io non la misuro con i calcoli statistici, con l’economia o le esportazioni. Per me è altro: uno spirito collettivo genetico, una gestazione della storia e delle origini che rende unito un paese ed è irrinunciabile, anche se qualcuno che ne ha facoltà questo paese tenta di violentarlo, dividerlo, abbrutirlo.
Non sono nata italiana per scelta, e devo dire che per mia natura non sono sensibile allo spirito d’aggregazione suscitato dai luoghi (almeno nella mia apparenza di contestatrice “ruvida”, in realtà puramente difensiva). Ma sono italiana nella cosa più vitale che possiedo: la mia parola. La mia parola che è anche la scrittura, ed è lo strumento immediato con cui amo i miei figli. Essere italiana è questa parola che mi definisce e che non sono riuscita a sostituire con nessun altra, nonostante io abbia studiato molto alcune lingue, nonostante io abbia viaggiato. Dalla parola io traggo il senso di comunità che mi permea ogni volta che parto. Quando, per non sentirmi sperduta, so di dover tornare nel luogo del mio atavico linguaggio, quello che oggi tentano di sottrarmi mistificandolo, come accade per una spiaggia deturpata dal cemento, una latitudine affettiva dell’infanzia cancellata dal progresso, o persino per l’estinzione di un vecchio negozio che delimitava esatte geometrie del passato, l’inamovibilità della memoria. Un luogo privato, e nello stesso tempo condiviso nel possesso identitario di milioni di persone sconosciute. Gli altri italiani come me.
lunedì 24 ottobre 2011
Un grande Paese
Pubblicato da
isabella
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lunedì, ottobre 24, 2011
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