mercoledì 19 ottobre 2011

Tutto era verde a Teheran

Nei giorni scorsi al regista iraniano Jafar Panahi è stata confermata la condanna a sei anni di carcere e vent'anni di divieto di girare film. Panahi, autore tra l'altro di un film neorealista girato durante la protesta per i brogli elettorali di Ahmadinejad (e mai ultimato) è accusato di "propaganda contro il regime" e di essere soggetto "pericoloso per la sicurezza dello Stato). Tahereh Saeedi, la moglie del regista, è una delle protagoniste del mio libro 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini, edito da Laurana. Posto il capitolo del libro dedicato a lei, che s'intitola "Tutto era verde a Teheran


Il portone blindato stava per aprirsi. Dopo un mese Tahereh avrebbe rivisto suo marito. La luce della mattina sbatteva negli interstizi della parete di mattoni, contro la grande insegna nera con il doppio nome, in arabo e inglese, della prigione di Evin.
Suo marito era lì da trenta giorni, e nessuno di loro sapeva in quale reparto fosse detenuto. Tahereh Saeedi sentì la pelle tirare, brividi rappresi che s’appuntivano sulla superficie delle braccia. Sotto il sole il tetto del gabbiotto azzurro all’ingresso svelava incrostazioni di ruggine.

Forse Jafar Panahi era recluso nella sezione 209, destinata ai prigionieri politici, dentro una delle novanta celle d’isolamento ristrutturate da Ahmadinejad. Adesso c’erano stanze insonorizzate per gli interrogatori, celle dove un neon galleggiante, appeso al soffitto, rimane sempre acceso e l’imputato non riesce a capire se sia giorno o notte. Oppure suo marito poteva essere nella 325, fatta di cubicoli che sembravano gabbie per polli. Lì li tenevano bendati e vestiti con una divisa di colore diverso dagli altri, dicevano. Nessuno poteva saperne di più, le visite dei giornalisti erano burocraticamente confinate agli uffici: la 209 era territorio segreto.

Tahereh non avrebbe mai dimenticato l’1 marzo del 2010. La sua memoria aveva conservato una precisione traumatica, ogni dettaglio esatto come se i fatti fossero proiettati fissi su uno schermo.
Poco dopo la mezzanotte, nella casa di Teheran del regista Panahi fecero irruzione gli agenti dei servizi di sicurezza iraniani. Quella sera avevano lavorato al documentario, oltre alla loro famiglia c’erano circa venti persone. Attivisti, attori, tecnici, altri registi. Jafar aveva esaminato con i colleghi il materiale filmato lo scorso giugno nel subbuglio della rivolta contro la rielezione di Ahmadinejad. In quelle immagini Tahereh aveva rivissuto tutto: i cartelli e i fazzoletti verdi, le mascherine antifumo, il riflesso bruno delle fiamme sui caschi dei pasdaran, le paraboliche divelte sui tetti come scheletri deformi. Un cadavere con le cicatrici di tre pallottole, come asterischi di sangue inaridito.
“Il mondo ha potuto sapere della protesta grazie ai blogger, ragazzi che aggiravano i divieti d’informazione su facebook”, aveva spiegato suo marito. “Le riprese dai cellulari hanno sostituito le telecamere, sono state la nostra voce. Ora con questo film dobbiamo restituire l’umanità, la paura”. Voleva incentrare la pellicola sulla storia di una famiglia che durante la protesta perde un figlio, imprigionato e condannato a morte.
“Ancora neorealismo, come in Ladri di biciclette di De Sica”, notò Mohammad Rasulov, uno dei colleghi di Panahi presenti quella sera.
“È esattamente quello che intendo per cinema”, chiarì Jafar. “Sono cresciuto in una famiglia povera e mi sento realmente vicino alla sofferenza di chi vive così, senza possibilità né libertà. Credo che un film debba rappresentare questo, la condizione umana”.
“Dovremo aggirare la censura”, aveva commentato Tahereh.
Jafar aveva espirato dalle narici: “Finché ci sarà questo governo, gli iraniani non vedranno mai i miei film nel nostro paese. È il prezzo che pago da anni per aver scelto di essere un regista indipendente. Tenterò di trovare qualche scappatoia nella sceneggiatura, ci sono abituato”. Fece una pausa: “Ma all’estero il film andrà nelle sale, e lo manderemo ai festival”.
Quella notte gli agenti spintonarono Jafar fino al furgone blindato, poi portarono via anche lei e sua figlia Solmaz. Li separarono. Aveva sentito suo marito ripetere: “Ho il diritto di sapere di cosa sono accusato”.
Due dei poliziotti staccarono i cavi del computer di Jafar, confiscarono dischetti e batterie. Furono arrestate diciassette persone.
Tahereh si ritrovò in uno stanzone con letti a castello schermati tra loro da teli. Le vennero in mente le voci degli stupri consumati sulle detenute. Dietro le palpebre chiuse passarono le immagini del film di suo marito che lei aveva amato di più, Il cerchio, otto storie di donne recluse nelle carceri iraniane. Poi un altro pensiero, lucido come una lama: Jafar non era in quello stesso penitenziario.
Quando rilasciarono tutti i fermati di quella notte tranne il regista Panahi, ne ebbe la certezza. Il procuratore di Teheran Jafari Dolatabadi le disse che lui si trovava in un’area protetta dal segreto giudiziario. Suo figlio Panah, sfuggito alla retata perché quella sera non si trovava in casa, l’abbracciò forte: “Mamma… l’hanno portato a Evin”.
“Non posso confermare nulla”, replicò il procuratore.
Lei aveva stretto i pugni: “Dovete dirmi come sta. Lo nutrono? È affidato a un medico? Non potete tacere anche sulle sue condizioni fisiche!”
Il procuratore annuì. “In questo momento delle indagini non siamo autorizzati a dare informazioni. Ma”, aggiunse, “una cosa posso dirgliela. Panahi è accusato di precisi reati, e finora non ha espresso l’intenzione di cambiare il suo punto di vista”.
Panah diffuse la notizia su Rahesabz, il sito internet dell’opposizione politica. Tahereh sillabò con gli occhi le dita di suo figlio che digitava il testo della denuncia. “È come se fosse scomparso. Non ci fanno sapere nulla, solo che l’hanno portato in una località sconosciuta, e dai servizi di sicurezza iraniani non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale”.

Il giorno in cui Tahereh varcò la soglia di Evin era il 30 marzo. Nella sua borsa c’era il documento con i bolli che essudavano sul retro, il dattiloscritto che le permetteva di vedere suo marito. Quando il portone del carcere iniziò a cigolare sul perno, lei si forzò di non pensare alle impiccagioni che venivano eseguite nel largo chiostro del carcere.
Jafar sedette di fronte a lei, dietro lo schermo del parlatoio. Tahereh immaginò l’atto di strofinargli una guancia, scorticandosi i polpastrelli contro le ciocche invecchiate della barba: “Sei dimagrito, e così pallido…”
“Parla con i giornalisti, Tahereh. Dobbiamo spiegare che io non ho fatto niente di illegale”. I tendini del collo erano l’unica materia elastica visibile nel suo corpo ossuto.
Lei gli guardò le braccia, le vene sembravano radici d’albero: “Ora è più importante come stai tu qui dentro. Sei nella sezione dei dissidenti politici, non è vero? I ragazzi… mi chiederanno”.
Jafar deglutì: “Sì, mi hanno messo nella 209, sono stato otto giorni in isolamento. Poi sono stato trasferito in una stanza con altre quattro persone e lì c’era più spazio, potevamo camminare”. Fece aderire le dita alla superficie del tavolo, la pelle attorno alle unghie schiarì premuta contro la bordura rosa vivo delle cuticole. “La cella dove sto adesso è molto stretta, va bene solo per dormire”.
Lei ritrovò lucidità, doveva informarlo di quello che stava accadendo fuori: “Hanno rilasciato Shamsolvaezin, Tajik e Mozaffar”.
Jafar si passò una mano tra i capelli folti: “Sono i giornalisti arrestati durante le proteste antigovernative?”
Lei incurvò le sopracciglia: “Su Bahar hanno scritto che è soltanto una concessione simbolica per l’inizio dell’anno nuovo. È tutto quello che possiamo aspettarci da questo governo. Bastoni, e una carota il 21 marzo!”
Tahereh lasciò Evin accaldata per la rabbia. In quale altro modo si potevano definire le modalità di prigionia di Jafar, se non tortura?
Per tutti loro le ultime elezioni erano state un sogno infranto. Ricordò la cerimonia funebre di Neda Aqa-Soltan, l’attivista ventiseienne di Onda Verde trucidata dai pasdaran. Il 31 luglio 2009, quaranta giorni dopo quel corpo in jeans e scarpe da ginnastica imbrattato di sangue sull’asfalto di Karengh Street, anche lei e Jafar avevano dato la loro adesione al rito programmato nella moschea di Mosalla, su iniziativa dei capi dell’opposizione Hossein Moussavi e Mahdi Karroubi. Invece il governo aveva negato il permesso e il corteo commemorativo si era spostato al cimitero di Behesht Zahra.
Davanti alla tomba di Neda, un rettangolo di marmo bendato di fiori e sormontato dalla foto della ragazza, si radunava un centinaio di persone. Mentre aspettavano l’arrivo di Moussavi, lo scoppio dei lacrimogeni aveva bucato il silenzio. Lei, Jafar e Solmaz erano stati arrestati mentre i poliziotti disperdevano gli altri manifestanti a manganellate. Panahi aveva incrociato lo sguardo di Moussavi, fermato prima di riuscire a scendere dall’auto per entrare nel cimitero. Quel giorno, come sarebbe accaduto l’1 marzo del 2010, c’era anche la documentarista Manazh Mohammadi, assistente di Jafar: le avevano strappato dalle mani la pianta che avrebbe poggiato vicino alla foto di Neda, in quel girone di tombe vuote, le vittime della protesta.
Ma a Behesht Zahra continuava ad affluire gente. Gridavano “Neda non è morta, è morto il governo”. Dal tetto di una casa videro l’ombra in controluce di una giovane donna, che recitava “Allah u akhbar”, Dio è grande, l’inno di battaglia che nel ’79 animò la rivoluzione contro gli scià di Persia. I randelli strozzavano in frantumi i parabrezza delle automobili, da dove erano esplosi colpi di clacson in segno di solidarietà. Altri capannelli di gente si erano coagulati nella Grande Mosala, la piazza della preghiera pubblica.
Quella volta i Panahi erano tornati in libertà dopo qualche ora, ma in quei mesi Jafar non avrebbe potuto uscire dall’Iran. Era stato obbligato a rinunciare al festival di Berlino.
A gennaio dell’anno successivo i genitori di Neda avevano deposto la nuova lapide, una lastra marmorea nera con incisa l’immagine della figlia. Qualcuno aveva sparato colpi di proiettile sul piatto levigato, schegge immobili che schiarivano la superficie di bagliori spenti.

Dopo la visita a Evin, Tahereh iniziò a rilasciare interviste. Seguiva la causa legale di Jafar e intanto incontrava i giornalisti.
Vedeva l’avvocato insieme ai figli. La liberazione di Jafar Panahi era uno sforzo familiare: erano loro tre, le persone che più lo amavamo, a sollecitare il mondo del cinema e della politica internazionale a sostegno del regista incarcerato.
“Farideh”, disse all’avvocato, “quali possibilità avremo al processo?”
“Innanzitutto”, scandì il legale, “non è vero che il film non è stato autorizzato. Solo alcune riprese sono ambientate per le strade di Teheran durante gli scontri, e soprattutto non si tratta in nessun modo di un’opera antigovernativa”.
Lei corrugò la fronte: “E’ un film neorealista, che trae spunto dalla vita, come tutti i lavori di Jafar”.
“Inoltre”, concluse l’avvocato Farideh Qeirat, “non esistono prove che confermino queste accuse”.
A maggio Jafar avrebbe dovuto far parte della giuria al festival di Cannes. Il direttore Gilles Jacob lasciò una poltrona simbolicamente vuota, con il nome di Panahi appuntato sullo schienale.
Tutti i giorni Tahereh e i suoi figli sostavano davanti alla granitica facciata di Evin, chiedendo la liberazione di Panahi e gli altri detenuti politici privati dei loro diritti. A loro si era unita una piccola caparbia comunità.

Il 12 maggio 2010 venne inaugurato il festival. Dopo l’unico colloquio del 30 marzo, Tahereh aveva potuto parlare con suo marito soltanto al telefono. Settantasette giorni senza vederlo, e senza che Jafar potesse mettersi in contatto con l’avvocato. L’ultima volta la sua voce all’orecchio di Tahereh era catturata nella piega sfalsata di un’eco. “Ti darò una lettera”, le aveva detto, “voglio che la leggano a Cannes”.
“Come stai?”
“Adesso sono molto debole. Ho iniziato uno sciopero della fame, non sto mangiando né bevendo nulla”.
“Pagheremo la cauzione, ti tireremo fuori di lì”.
Il tono della voce di Jafar si era affievolito: “So che siete in ansia per me. Ma questo è l’unico modo che ho per protestare”.
Aveva ripreso a parlare, lentamente: “Per favore, se morissi così… chiedi che vi restituiscano il mio corpo. Sarete voi a decidere dove seppellirmi”.
Lei inghiottì il respiro, e rispose: “Va bene”. Si rianimò: “Sai, quasi tutti i governi europei stanno facendo pressioni in tuo favore”.
“Tahereh, sia chiaro che non voglio trattamenti privilegiati. Sono un detenuto come gli altri”.
Lei annuì: “Devono riconoscerti i tuoi diritti. E farlo con chiunque si trovi qui senza potersi difendere”.
Dopo la telefonata, Tahereh contattò le agenzie di stampa: “Mio marito continuerà a digiunare fino a quando non lo rilasceranno senza condizioni. Dovrà essere processato legalmente”.
Se n’era accorta facilmente di quanto lui fosse debilitato dal digiuno. Il medico del carcere le aveva detto di averlo visitato due volte per dolori al torace. Ma in quei giorni lei sentiva crescere dentro di sé l’orgoglio per il lavoro di Jafar, ed era più potente della paura di perderlo.
A cinquant’anni suo marito era uno dei registi caposcuola del nuovo cinema iraniano. Aveva iniziato come assistente di Abbas Kiarostami e nel ’95 aveva esordito con Il palloncino bianco reclutando attori per le strade di Teheran, come nei film di De Sica e Rossellini, che da ragazzo lo avevano convinto che sarebbe diventato regista.
La condizione delle donne nel mondo arabo era stata un tema predominante nei suoi lavori. Scherzando, Tahereh gli diceva sempre che il suo lato femminile era troppo marcato per essere un maschio mediorientale. Tutti i festival europei lo avevano premiato, da Venezia a Berlino. Dopo la censura a Oro rosso, storia di un giovane costretto a rubare, la proscrizione ufficiale in Iran era iniziata nel 2006 con il film Offside, che raccontava le disavventure di un gruppo di ragazze che si travestivano da uomini perché nel loro paese alle donne è proibito assistere agli eventi sportivi. La pellicola fu bandita dalle sale iraniane, ma vinse l’Orso d’argento.

“Cari amici, vi saluto dalla mia oscura cella nella prigione di Evin”. Al palazzo del cinema di Cannes la lettera di Jafar era un groppo alla gola. Durante la conferenza stampa di Copia conforme, il film di Kiarostami, una giornalista iraniana ricordò la reclusione di Panahi e le lacrime spezzarono a metà le sue parole. Dietro il tavolo degli artisti, alla notizia dello sciopero della fame l’attrice Juliette Binoche chinò la testa, nascondendo la bocca dentro una mano.
Kiarostami interruppe la conferenza e prese per la prima volta posizione contro Ahmadinejad: “Se il governo iraniano”, disse, “continua a rifiutare di liberare Panahi allora ci deve spiegare perché un film può essere considerato un crimine quando neppure è stato iniziato”. In sala applaudirono, e il regista proseguì: “Speriamo tutti di non vedere mai più imprigionato un artista per motivi legati alla sua arte, e di non vedere i giovani cineasti indipendenti sottomessi al disprezzo e alla discriminazione”. In Francia il ministro degli Affari esteri, Bernard Kouchner, e il ministro della Cultura, Frederic Mitterrand, chiesero a titolo personale la scarcerazione di Jafar Panahi.

Il 12 giugno 2009, dopo la proclamazione dei risultati elettorali, Jafar aveva guardato a lungo Tahereh. Lei aveva visto un tremito passargli nelle pupille e sbilanciarle per un attimo. “Ahmadinejad”, le disse suo marito, “continuerà a spargere umiliazioni sul nostro popolo”.
Tahereh si era stretta nelle spalle, anche lei rabbridiva come gli occhi di Jafar: “Cosa può essere peggio di quello che è successo oggi?”
Lui aveva agitato una mano, come l’atto di cancellare su una lavagna: “La sua faccia non era quella di non vincitore, ma di un perdente, e lui lo sa. Adesso deve dire nuove bugie, e per non essere scoperto dovrà agire per rafforzare le menzogne”.
Anche Tahereh lo capiva, avvertiva quell’identico presagio. “Ahmadinejad vuole portare avanti il suo gioco”, disse Jafar, “e userà ogni mezzo”.
Quello stesso giorno gli elettori marciarono per le strade di Teheran. Giovani con la fronte dipinta di verde ripetevano “dov’è il mio voto?”. I cellulari rimanevano spenti, si sospettava un accordo del governo con Nokia e Siemens per controllare le conversazioni. C’erano molte donne in strada: in mezzo agli chador ammantati di sciarpe con il profilo ciclostilato di Moussavi si muoveva anche il velo di Zahra, la moglie del leader che denunciava i brogli.
Poche ore dopo, la polizia ammassava sulle camionette governative i corpi dei dissidenti uccisi. Videro un uomo che ostentava il gesto di arrendersi, due mani sollevate e sudicie di sangue, ma non aveva smesso di indossare la bandana verde. Sotto la cortina azzurra dei gas e il giallo affumicato delle esplosioni, tutto quello che aveva vita rimaneva verde a Teheran.

Il 24 maggio 2010 Tahereh annunciò che suo marito era stato scarcerato da Evin. Per il rilascio pagarono una cauzione di due miliardi di rial, pari a duecentomila dollari.
“Sta bene”, aveva spiegato lei ai giornalisti, “e sarà subito visitato da un medico”. Continuavano a ignorare i capi di imputazione decisi dallo Stato. “Quello che possiamo supporre”, aggiunse, “è che sia colpevole per un film che non è ancora stato girato e perché al festival di Montreal ha presenziato con una sciarpa verde al collo!”
Al processo Jafar presentò un’autodifesa che Tahereh sarebbe stata in grado di recitare a memoria.
“Vorrei ricordare alla Corte”, disse suo marito, “che di fatto lo spazio dedicato ai miei premi al museo del cinema di Teheran è più grande di quello di cui disponevo in cella”. Poi abbassò gli occhi sul foglio della dichiarazione: “Hanno detto di aver trovato in casa mia materiale osceno. Erano classici della storia del cinema, quelli da cui ho imparato il mio mestiere”.

Il 20 dicembre 2010 la ventiseiesima sezione del tribunale islamico di Teheran ha condannato Jafar Panahi a sei anni di reclusione, cinque per aver fatto parte di un'organizzazione illegale “a scopo di sovvertire lo Stato”, e uno per “attività di propaganda lesive dell'immagine della Repubblica Islamica”. La Corte ha stabilito anche l’interdizione a girare film o firmare sceneggiature cinematografiche e il divieto di lasciare il paese per i prossimi vent’anni.
Tahereh trattiene il fiato. Guarda le fosse scure sotto gli occhi di suo marito, quella rientranza della pelle che da quando è tornato a casa se ne sta mummificata lì e non si è ancora riempita di carne asciutta: “È perché non abbiamo mai lasciato questo paese. Perché tu fai film per parlare della società e delle persone comuni”.
Ripensa a quel bambino in una famiglia di otto figli. A dodici anni dopo la scuola s’industriava in lavoretti saltuari, soltanto per arrivare alla domenica con qualche moneta in tasca. E ogni domenica Jafar pagava il biglietto del cinema.
Rimarranno a Teheran, i Panahi. Faranno ricorso in appello contro la sentenza. Per le strade della sua città, a bordo di biciclette o sotto la nebbia dei burqa, Tahereh continuerà a vedere gli attori di Jafar, le storie di realtà che suo marito non può smettere di raccontare.
Il verde delle sciarpe impresso sulle iridescenze di laser dei dischetti registrati per l’ultimo film interrotto. Ma che è ancora lì, insieme alla voce della gente.
 
(Le foto del post raffigurano la famiglia Panahi e la copertina di 10 grandi donne dietro 10 grandi uomini)

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