Alice fa una pausa, la voce si affievolisce in una nota bassa, triste. “Ma io non riesco”, ripete. E poi conclude con un tono di rassegnata impotenza: “Non riesco…a parlare”. Sento la voce di mia madre che le risponde come avrei fatto io se fossi di là in cucina. La nonna ha un tono dolce, quasi commosso, lo stesso che è rimasto in gola a me e ha cancellato la quieta emozione di tenerezza di Samuele che solleva la testina per sorridermi prima di tuffarsi nuovamente a succhiare il capezzolo. La nonna risponde che non è vero, Alice sa parlare benissimo.
E’ chiaro, certo. Mia figlia ha iniziato a parlare presto, a due anni usava un vocabolario precoce ed ha continuato a farlo fino alla nascita di Samuele. Poi improvvisamente le sue parole sono diventate una filastrocca altilenante, una successione straordinariamente razionale di sillabe ripetute e insensati prefissi. Alice rispetta le regole del suo nuovo linguaggio, ma applicarle è faticoso. Spesso arranca, balbetta, strimpella vocali e iati. Alice, che forse ha iniziato per un gioco dispettoso contro l’inedito assetto familiare che qualcuno ha deciso al posto suo con l’arrivo di Samuele, adesso non sa più tornare indietro. E dice “non riesco”. Decide con caparbia autorevolezza di non riuscire a parlare, e di non saper più fare tante cose di quella precedente abilità in esercizio che ora non intende elaborare. Non le interessa imparare. Soprattutto non vuole crescere. Diventare grandi è una porta aperta nel buio, affacciata su un orizzonte sconosciuto che non deve varcare altrimenti accadrà qualcosa. Poco importa se saranno cose belle o brutte: è futuro, è qualcosa che interrompe una monotona e soave certezza. E Alice ha capito che se qualcosa accadrà, nulla potrà essere come prima.
Dunque ha capito che ormai deve difendere le minuscole oasi di passato – il passato in cui lei era l’unica bambina della casa, il centro assoluto e totale della mia vita – rimaste a respirare ossigeno nel continente straniero in cui s’è mutata casa nostra con questo neonato che pretende il latte e il seno della sua mamma, che, lui sì, può essere tenuto in braccio e cullato per ore. Perché pesa poco, perché non sa fare nulla da solo. Perché lui, per adesso, non è cresciuto. Alice deve difendere quelle foglie quasi morte che stanno per essere spazzate via dal vento della sua nuova età di sorella maggiore. Il suo bastione è un rifiuto del tempo. E cosa c'entra se quest’estate lei è più alta dell’anno scorso, se le gonne le vanno troppo corte e quando dorme distesa nel lettino già le vedo la promessa di un corpo flessuoso, la fisionomia della futura giovane donna che sarà. Alice vuole fermare il suo tempo e l’unico modo che conosce per farlo è dire “non riesco”.
So bene che esiste un nucleo di esperienze materne indistinguibili, e che tra queste c’è la gelosia dei primogeniti verso i fratelli minori. Ma adesso ci siamo solo io e mia figlia, la mia bambina che rimpiange l’infanzia ancora tutta intera eppure lievemente erosa, che soffre la prima insenziente e dolorosa idea di perdita. Ci siamo noi due, e ad attraversarci c’è un muro di pensieri e paure che io posso soltanto indovinare perché lei non vuole nominarle. Qualche volta ci arrivo, altre no. Qualche volta mi spiega chiaramente che non vuole dirmelo, e allora tento di trovare la risposta e se è quella giusta lei annuisce. Non voleva dirmi che strattonandola dopo l’ennesimo capriccio le ho fatto male. Non voleva dirmi che si vergogna di aver macchiato le mutandine perché io insisto a negarle il pannolino – un altro passo oltre quella porta che significa crescere, diventare grandi. E io però non le dimenticherò quelle lacrime davanti alle cosce sporche per cui all'improvviso Alice capisce di non ottenere infantile assoluzione, la prima volta in cui mia figlia collega il corpo all'idea della vergogna: mai più la gioiosa e perdonabile inconsapevolezza delle funzioni organiche, mai più gli escrementi vezzeggiati come oggetto ludico che vede perpetuati in Samuele. Cose che a tre anni sono un'inedita, lancinante esperienza di paura.
E mi domando che sia anche un riflesso della mia, di paura. Forse le sto trasmettendo qualcosa, un'osmosi della solita insicurezza che mi blocca in un eterno presente paralizzando nella nostalgia ogni evoluzione della vita: tutto purché non debba esistere un nuovo ieri a cui non sarò capace di ritornare.
Neanch'io, a lungo, volevo diventare grande. Ed è una proiezione che continua ad estendersi ciclicamente nei miei giorni di adulta, di donna e madre. Ad esempio nella paura e malinconia per quando, finita la nostra lunga vacanza di madre e figlia, io dovrò tornare al lavoro e Alice inizierà l’asilo. Gliel'ho detto tante volte, con arrendevole sincerità, che la mamma sarà molto triste di sottrarre dai giorni troppo brevi le ore trascorse con la sua piccola. In questo modo totalmente inerme - quella trasparenza che si riesce ad esprimere solo davanti ai bambini - le ho comunicato che ho paura, le ho rivelato quello che non è mai troppo presto per scoprire: che diventare grandi è un compromesso, una somma di importanti progressi e piccole, vitali diminuzioni.
Lo sarà per me, soprattutto. In quel momento, - l'asilo, il lavoro, la cura di un altro bambino con le sue esigenze - in un impercettibile frammento di passato scomparso per sempre, Alice sarà un po’ meno la mia bambina ed entrerà nel suo individualismo di persona staccata da me. E io perderò l’ultimo ricordo di quando, a ritroso nella memoria materna registrata dal corpo, lei viveva nella mia pancia e poi, nascendo, ha trasformato la mia esistenza. Allora sono davvero diventata grande. Oggi, forse, sto davvero diventando vecchia. Alice, dunque, non vuole diventare grande: avverte lo stesso languore acuminato che trafigge me quando lei fa finta di truccarsi con l’astuccio del mio fard consumato, o quando la vedo correre con le mutandine da bambina che però svelano le sue forme acerbe dove fino a pochi mesi fa c’era l’ingombro del pannolino. Penso che vederla diventare un'adulta felice è quello che più desidero al mondo. E penso che ugualmente mi farà male in qualche posto insidioso ed egosita accanto al cuore.
Se sento la delusione nella sua voce che dice “non riesco”, mi ferisce un empatico, affettuoso smarrimento. E poi ricordo quella sera, la prima volta che, seduta sul vasino, Alice ha ascoltato insieme a me il suono della pipì che scendeva tintinnando nella conca di plastica. Ci siamo guardate sorridendo. Io ho fatto una faccia sorpresa, ho agitato il mento su e giù come per dire, ecco. E il visino di mia figlia si è illuminato. Ha detto: “Ce l’ho fatta, mamma”. Ed entrambe sapevamo che è impossibile fermarla, questa cosa del diventare grandi.
Non lo dimenticheremo, mai, nessuna delle due. A quel punto potevamo solo gettarci contro il tempo con lo scudo dell’amore come grandi braccia aperte, di sfida ed errore. Ed è quello che stiamo facendo ogni giorno, una accanto all’altra per non avere paura.
0 commenti:
Posta un commento