Lo scorso giugno, poche settimane prima dell’uscita del suo ultimo romanzo “Così viviamo per dire sempre addio” (Rubbettino), il regista e romanziere Andrea Frezza mi confidò di non voler più scrivere. Perché - disse - si sente stanco, perché della sua vita e delle sue storie ha già detto tutto, o almeno tutto ciò che era importante dire. Io non ho commentato. Capivo quello che intendeva, e sarebbe stato banale rispondere cose come “non posso crederci” oppure “spero che cambierai idea” o peggio “mi dispiace” e piaggerie varie sull’opera a venire sottratta ai lettori. Semplicemente un romanziere sa quando scrivere è un impulso vitale e necessario, e nello stesso modo illuminante e spietato riconosce il momento in cui questa scintilla si affievolisce e la scrittura – proprio quella forza passionale, trascinante – diventa uno sforzo quasi fisico, come un’amante troppo faticosa, di cui corpo e cuore non reggono i ritmi. E questo probabilmente è accaduto a Frezza.
Ancora di più ho capito leggendo il romanzo, una splendida saga familiare calabrese che corre dagli anni del fascismo e la grande guerra fino ai giorni nostri. A raccontarla ovattato in un eremitaggio volontario nella terra natia è Matteo, l’ultimo rimasto dei Santavelica, gloriosa dinastia di Laurana di Borrello, ispirata alla cittadina dello Stretto che nel romanzo ammanta il nome di finzione romanzesca e viene intitolata a una letale nobildonna avvelenatrice.
“Così viviamo per dire sempre addio” è un verso del poeta austriaco Rilke, che Matteo ha appreso più di sessant’anni prima dallo stravagante zio Gioacchino. Dunque, perduta la moglie Stella, l’amore di tutta una vita, Matteo torna in Calabria e lo sente fiatare sul collo quell’implacabile addio a cui con estrema lucidità sente di dover arrendersi. E’ solo nell’avita casa dei ciliegi e mentre guarda il mare immutabile dell’infanzia, inizia a ricordare: nelle sue memorie prende forma una vicenda epica e insieme picaresca, attraversando l’esistenza turbinosa dei Santavelica ma anche oltre mezzo secolo di storia italiana e calabrese, che incrocia i suoi destini con l’America. Tra narrazione e reali riferimenti storici agiscono strepitosi personaggi: su tutti c’è l’impavido Gioacchino, che mantiene l’ex voto di viaggio in Terra Santa diventando pellegrino “circolare” con una bizzarra misurazione della distanza tra la Calabria e Gerusalemme da coprire con solenni giri della carovana di devoti attorno alla proprietà dei Santavelica; e poi c’è il maestro orologiaio Crono, che spiega la filosofia del tempo con l’aneddoto dei comunardi parigini che sparavano agli orologi per ammazzare quelle lancette che corrono sgretolando l’illusione dell’immortalità; e la bella italo-americana Sisina, fatta per l’amore e tanto ardimentosa da varcare il confine dell’oceano per crescere la figlia nel Texas, il paese del marito morto in guerra, e diventare imprenditrice aprendo una bakery; e Leone, reduce coriaceo e socialista testardo – viene in mente José Saramago, che si definiva “comunista ormonale” e diceva che in lui l’ideologia era un elemento organico come la crescita della barba sulle guance; ed Elena, moglie di Leone, che non si rassegna a perdere l’amato promesso sposo incarcerato dal regime, e arriva a farsi ricevere al cospetto di Mussolini: otterrà la liberazione del fidanzato rispondendo per le rime al Duce ricordandogli che, un tempo, anche lui era stato socialista. Ancora, nell’albero genealogico dei Santavelica, scopriamo il patriarca Bitto, solido come una quercia e acuto nel cogliere, da puro Gattopardo calabro, le prime avvisaglie della decadenza culturale nel malinconico feudo di Borrello, che si contamina delle ingiustizie sociali e dei vizi arroganti del potere; e c’è l’ombra lugubre dei lager e il canto silente dei riti ebraici nelle radici di nonna Ruth, devastate dall’odio nazista.
Attorno ai blasonati Santavelica si muovono pure comprimari indimenticabili come il fedele tuttofare Cirimpompò, o gli stralunati residenti nel castellaccio di donna Laurana, la Borgia calabrese, dentro la segreta ala adibita a ospizio e abbandonata da matti e sanitari, dove si è insediata una comitiva anarchica di ex prostitute e zingari, ribattezzatisi “Fulminante Fuerza Proletaria”. Citazione a parte merita infine Phil Cammarota, artista e prestidigitatore giunto da New York, che anima i capitoli americani della storia dei Santavelica. Ma, pur nascendo nell’alveo di Ellis Island, l’America di questo libro non ha nulla del folklore di tanti romanzi dedicati all’epopea meridionale degli emigranti. Frezza e il suo alter ego Matteo Santavelica affabulano su una terra luccicante e nostalgica, quella di Broadway e Hollywood, dove ad incarnare il sogno sono donne divine e uomini intraprendenti, fiammanti proiettori e auto d’epoca dai colori rubati a cartoline cinematografiche. In riva allo Stretto, l’ultimo dei Santavelica rivive il passato perduto. Sogna una lussuriosa donna ancestrale e cita il Prometeo di Eschilo, che soffriva il dolore lancinante del silenzio. Nella sua ostinata solitudine – unico superstite Santavelica e, parrebbe, unico uomo di un’età ormai scomparsa - Matteo si accorge di chiudere spesso gli occhi per prepararsi a quell’addio che il cuore agogna ma non riesce ad afferrare. Prima ho parlato di alter ego, e forse ho commesso l’ovvietà di chi identifica personaggi e narratori. Ma non è un caso se questo romanzo appaia a chi adesso scrive come l’opera più bella di Frezza, che con Matteo Santavelica ha in comune alcuni dati d’anagrafe e luoghi. E che, come forse sarebbe d’accordo anche il ritroso Santavelica, non ama che si inizi una conversazione con lui chiedendogli come sta, perché questo gli rimanda il senso di una opprimente certificazione della salute fisica.
Non so se di Andrea Frezza in futuro leggeremo un nuovo romanzo, però ho capito che il suo Matteo aveva bisogno di raccontare. E che tutte le grandi storie per diventare parola scritta hanno bisogno di un addio da se stesse, quella ineluttabile morte che le consegna all’eternità.

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