«Una donna è un paese straniero del quale, anche quando vi si stabilisca da giovane, un uomo non arriva mai a capire a fondo i costumi, la politica e la lingua» Coventry Patmore, L'angelo della casa, 1854.
«Un uomo può mentire, rubare, perfino uccidere; ma finché resta attaccato al suo orgoglio è sempre un uomo. A una donna invece basta fare uno scivolone ed è una sgualdrina» Nicholas Ray, Johnny Guitar, 1954
«Rivolgiamo il nostro ringraziamento alla terra che ci dona la nostra casa. Rivolgiamo il nostro ringraziamento ai fiumi e ai laghi che ci donano le loro acque. Rivolgiamo il nostro ringraziamento agli alberi che ci donano frutti e noci. Rivolgiamo il nostro ringraziamento al sole che ci dona calore e luce.
Tutti gli esseri sulla terra: gli alberi, gli animali, il vento e i fiumi si donano l'un l'altro così tutto è in equilibrio. Rivolgiamo la nostra promessa di iniziare a imparare come stare in armonia con tutta la terra». Dolores La Cappelle, Earth Prayers, 1991
I saggi sull'eguaglianza e l'emancipazione femminile di John Stuart Mill e di sua moglie Harriet Taylor costituiscono un tentativo coerente di imporre all'attenzione del dibattito politico e filosofico la condizione di sottomissione subita dalle donne nella famiglia e nella società, conseguenza di un sistema educativo che faceva apparire l'inferiorità femminile come naturale e legittima. Caratteristici della stagione di riforme istituzionali, che a partire dalla metà dell'Ottocento hanno accompagnato la transizione democratica dei governi e della società civile europea, sono ancora una fonte molto stimolante di riflessione anche su come la donna vede se stessa e si racconta.
E viene in mente, da poco uscito per Laurana Editore, “Dieci grandi donne dietro dieci grandi uomini” di Isabella Marchiolo, che descrive e ritrae, con interviste inedite ed originali, il ruolo che le donne sanno costruirsi, oltre gli uomini cui stanno accanto. Dieci persone accomunate non tanto dal fatto di essere madri, sorelle, mogli, amiche di, quanto da una forza straordinaria, da una volontà, da sentimenti, dalla voglia di tenere insieme tante “lei” dentro se stesse, di far andare avanti tutto. Figure che si stagliano con la loro azione, con il loro essere, rompendo schemi e stereotipi. Figure il cui “sé” si distingue, è delineato in tutta la sua pienezza ed unicità. E tutto questo si nota attraverso una lettura diversa dei loro “personaggi”, visti in una prospettiva inedita: come una madre che si presenta al colloquio di lavoro con una bambina piccola, piuttosto che come first lady americana; come un’anziana del sud che viene scoperta, e si scopre, attraverso una forza ed una modernità che in realtà già aveva, piuttosto che come madre del presidente della regione; come una donna che guarda la figlia nel giorno delle nozze, piuttosto che come Segretario di Stato. Prospettive inedite per raccontare anche tanto di ogni donna “comune”, nel libro di Isabella Marchiolo, “10 grandi donne dietro 10 grandi uomini”, che inaugura una nuova collana di Laurana editore, dal titolo, appunto, “Dieci!”. Un libro che intende, chiaramente, ribaltare questo vecchio assunto, mostrando donne, più o meno note, nella loro valenza, ma attraverso prospettive di quotidianità. Momenti per mezzo dei quali tessere la storia di una vita, o parti di essa. Scoprendo o riscoprendo difficoltà e valori, che tante donne affrontano o portano avanti ogni giorno. E’ proprio la prospettiva nuova, lo stile che unisce fatti e frasi vere alla creatività narrativa, che ci porta a vedere in modo diverso donne che conosciamo grazie alle immagini che ci rimandano i media, ma anche a scoprire donne meno note, che vengono tratteggiate con un’umanità sentita dall’autrice, tanto che, in due casi, il racconto avviene in prima persona, proprio per sottolinearne il carattere di maggiore introspezione. Accade per Harper Lee, premio Pulitzer per “Il buio oltre la siepe”, descritta nella sua storia di scrittrice, ma soprattutto di persona. Ed anche di amica, non delusa, bensì analizzatrice di un rapporto intenso, in cui aveva creduto, ma che sa guardare con realismo. Accade soprattutto per Pilar Saramago (moglie dell’autore portoghese), forse il ritratto più intenso: non un annullamento nell’amore per l’altro, ma una fusione di menti, di intenzioni, di pensieri, davvero rara, sull’onda della scrittura, con una novità ed un incanto femminili, che rendono la donna, ancora una volta, protagonista difficile da definire, descrivere o narrare. Quest’anno, la psicanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés, dopo aver stimolato il risveglio della Donna Selvaggia attraverso racconti, fiabe e miti con “Donne che corrono coi lupi”, ci ha guidati (nel saggio “Forte è la donna”) alla scoperta dell'aspetto più intimo della psiche femminile, quello legato alla spiritualità intesa come forza creativa e feconda. In tutte le religioni e culture ancestrali, infatti, esiste una potenza fertile e prolifica riconosciuta come Grande Madre, nel cui grembo il mondo è stato concepito e a cui tutti apparteniamo. Una Grande Madre, benedicente e compassionevole, che accetta e supera la sfida di affrontare il mondo così com'è, bello e terribile allo stesso tempo. Riane Eisler (nata nel 1931), colei che ha studiato la dicotomia tra l'androcrazia e la gilania (lo stato sociale in cui è la donna a pilotare i rapporti) nel saggio "Il calice e la spada", pubblicato nel 1987, ha messo in evidenza che l'androcrazia, insieme al suo retaggio di autoritarismo e violenza, nel corso della storia dell'uomo e delle società antiche e moderne, ha generato i moderni aspetti del paternalismo e del maschilismo, dopo un lungo, accogliente periodo matriarcale definito gilania. Le antiche società matriarcali, basate sull’azione avvolgente ed ospitante delle donne, avevano come valori fondanti il legame con la terra e la natura, l'equilibrio ecologico, la pace, l'amore, la non violenza, l'uguaglianza fra i sessi, la parità sociale e la spiritualità ed erano civiltà dove il profitto e il progresso tecnologico erano investiti nel benessere comune, nelle arti e nel godimento della vita. Le città, prive di fortificazioni, erano costruite in base alla bellezza dei luoghi e alla ricchezza delle risorse naturali locali. Il principio comune era l'amore per la vita in tutte le sue manifestazioni animate e inanimate. Immaginate una società che non conosceva la guerra, almeno non nel senso comune che oggi le viene dato. La profonda osservazione della natura nei suoi processi ciclici e legati alla fertilità delle donne, degli animali e delle piante, il porsi domande sull'origine della vita e il significato della morte, portò le genti di questa civiltà a immaginare l'universo come una madre onnidispensatrice nel cui grembo ha origine ogni forma di vita e nel cui grembo, come nei cicli della vegetazione, tutto ritorna dopo la morte per poi rinascere. La religione di questa civiltà, di tipo matrilineare, fu quindi quella della Dea Madre, del principio femminile, del rispetto e considerazione delle donne, sacerdotesse e capi clan. La Dea aveva il potere di donare e sostenere la vita, quanto di portare la morte ma anche la rinascita. Il principio maschile aveva anche la sua importanza ed era rappresentato dal figlio/amante della Dea; la loro unione era simboleggiata dal rito del "matrimonio sacro". Alla mascolinità era quindi associata, tra l'altro, l'energia della Terra e lo spirito selvatico della natura e gli sciamani erano coloro capaci di entrare in contatto con queste forze per operare rituali sacri e guarigioni. È certamente inutile riscoprire “l’acqua calda” dell’importanza decisiva assunta dagli interessi economici e dalla lotta per i bisogni materiali nella storia delle società di classe, centralità ormai riconosciuta largamente sia a livello teorico che di coscienza di massa. Il rilievo centrale assunto costantemente dai bisogni materiali collettivi nel guidare e determinare, almeno in ultima istanza, le simpatie/antipatie e le pratiche collettive delle diverse classi in campo economico, sociale e politico, risulta nel XXI secolo ormai un dato di fatto accettato quasi generalmente, includendo nella categoria della praxis anche l’inerzia e la passività di massa, l’acquiescenza tacita alle pratiche dominanti dei nuclei dirigenti statali e delle classi egemoni sul piano socioproduttivo, l’accettazione forzata delle “regole del gioco” fondamentali della formazione economico-sociale a cui si appartiene. Invece è necessario sviluppare in questo campo una profonda trasformazione nel modo di concepire e raffigurare il complesso dei bisogni ed interessi materiali-collettivi all’interno delle società di classe, attraverso un processo di elaborazione che superi una volta per tutte la concezione lineare e semplicistica dei bisogni-interessi ed introduca un nuovo modello e un paradigma alternativo e multidimensionale, partendo dal gradino inferiore dei desideri/preferenze economiche collettive per arrivare, senza soluzione di continuità, a quello superiore e più ambizioso. Infatti non esiste un solo ed unico bisogno materiale collettivo per i diversi gruppi sociali omogenei, ma viceversa un insieme di strati di bisogni materiali diversi fra di loro, per niente uguali tra di loro: sia sotto l’aspetto dell’espressione storica concreta che per quello della loro soddisfazione/insoddisfazione, i desideri e le aspettative economico-collettive sorte nelle diverse società di classe non formano una linea semplice e monodimensionale o un “grumo” di aspettative compatto ed omogeneo, ma sono costituiti da un insieme elastico di livelli e strati di bisogni molto diversificati tra di loro, che ininterrottamente coesistono ed interagiscono nella coscienza-praxis di tutti i gruppi sociali comparsi dopo il 3700 a.C., assumendo una forma a fisarmonica che contraddistingue la struttura dei bisogni di ogni classe sociale ripodottasi negli ultimi sei millenni. Oltre che per gli oggetti concreti, desiderati e bramati in ogni “strato” di bisogni, ciascuno dei livelli della “fisarmonica” si differenzia dagli altri principalmente per la diversa estensione quantitativa-qualitativa delle aspettative/esigenze materiali e collettive da cui è formato. La stratificazione della società e la creazione dei bisogni è tipica del patriarcato ed ignota alle società gilaniche, società che schiacciamno e marginalizzazono la donna, riducendola in condizioni assimilabile a quella degli schiavi, considerate, nel mondo occidentale e per un lascito aristotelico, solo come “oggetti dotati di parola”, con un disprezzo comune a quello manifestato dai signori feudali per i loro servi della gleba e contadini, con una perpetrazioni odierna, anche grazie alla simpatia espressa da una parte della borghesia moderna per le concezioni neo-aristocratiche di stampo nietzchiano, con una supposta divisione naturale che opera, fra l’altro, le pericolose categorie di superuomini e sottouomini ed anche le teorie razziste adottate dai padroni di schiavi e/o di colonie e contraddistinte da esplicite farneticazioni su una presunta divisione naturale tra razze e generi “superiori” ed “inferiori”. Così, dalla Eisler, è possibile, attraverso un recupero del femminile, immaginare possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia e al ripristino dell'armonia, con il recupero matriarcale dei connotati, dei valori e dei vincoli sociali. Nel 1995 Gavanni Paolo II nella sua “Lettera alle donne”, sottolineò il fatto che siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che in tutti i tempi ed in ogni latitudine hanno reso difficile il cammino della donna. Misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, e non di rado emarginata e perfino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa e ha impoverito l’intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali, che lungo i secoli hanno plasmato mentalità e istituzioni. Noi cristiani, per primi, dovremmo ricordare come l’azione di Cristo abbia avuto un’efficacia di accoglienza del femminile straordinaria, ma invece di essere imitata, ha prodotto una prassi discriminatoria, tanto sul piano pubblico che privato, con, ancora oggi, presenza della donna in ambiti di decisioni che sono ancora praticamente irrisori. Nelle prime comunità protestanti evangeliche del 1600, soprattutto nell’ambiente anglosassone (Stati Uniti e Inghilterra) che davano una possibilità diretta di lettura del testo sacro, le donne leggendo i testi evangelici dicevano: perché noi non dobbiamo partecipare alla vita pubblica? Nacque così Nasce un fermento religioso che, in fondo, determinò successivamente il femminismo, affermazione forte ma che trova la sua ragione nel fatto che è stato Cristo a portare questo messaggio di eguaglianza ed anzi di supremazia della donna, lo ha portato ed anzi realizzato. Dunque le donne leggendo il testo evangelico chiedono di partecipare direttamente alla vita pubblica, alla vita della comunità. E gli uomini reagiscono negativamente. Ci sono dei documenti interessantissimi in questa direzione. E allora le donne cominciano un lavoro di lotta, qualche volta anche molto forte; addirittura una lotta fisica, che in Inghilterra nel 1911 culmina in attentati. Ma che cosa è accaduto parallelamente? che si perdono le radici religiose della proposta femminista, perché tutta la cultura occidentale, come sappiamo, subisce un processo di laicizzazione; la laicizzazione investe tanti settori, tanti aspetti. Poi, ancora una cosa interessante: se le Chiese protestanti non recepiscono il messaggio proveniente dalle donne, è chiaro che scatta anche il meccanismo di lotta anche contro queste Chiese. Il processo di laicizzazione è ulteriormente rafforzato dal fatto che non trovano accoglienza dove avrebbero dovuto trovarla. Questo determina una laicizzazione molto profonda del movimento femminista che poi si schiera anche politicamente con forze schierate contro la dimensione religiosa. E’ stata la Stein, Stein, filosofa straordinaria, che aveva iniziato la sua riflessione sul femminile proprio legata agli ambienti del femminismo che lei conosceva molto bene, dopo la sua conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, a riflettere sul fatto riflette che la riflessione sulla condizione della donna non può essere affrontato al di fuori della sfera spirituale e religiosa. E troviamo nei suoi testi alcune cose straordinarie che sono di nuovo presenti nella Mulieris dignitatem. La Stein con una preparazione filosofica, teologica, antropologica, sociologica, esamina il problema del femminile da tutti i punti di vista, e ci dà una interpretazione straordinaria dell’essere umano articolato nel maschile e nel Femminile, dicendoci che il futuro non sta ormai più nella rivendicazione solo del femminile; infatti, nella cultura occidentale, il femminile ormai è entrato come momento con cui bisognava fare i conti, anche per la presenza obiettiva di molte donne in molti campi della cultura, soprattutto nel ‘900 ad esempio. Ma se questo è accaduto dobbiamo tener presente che bisogna lottare ancora, Non solo per indicare che cosa devono fare le donne, ma per stabilire, da un punto di vista teorico, religioso, pratico-politico, qual è il ruolo del maschile e del femminile, il che è enormemente più importante. Ciò su cui dovremmo concentrarci è il fatto che noi tutti abbiamo bisogno del maschile e del femminile, reciprocamente in una comunione intellettuale, spirituale, anche psicologica come sostegno e aiuto reciproco. E questo implica il ripensamento sul ruolo del femminile, certamente, ma anche sul ruolo del rapporto maschile - femminile, che è il vero tema che va affrontato con responsabilità reciproca e risolto con autonomi contributi in una visione globalmente condivisa.
Carlo Di Stanislao

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