(Questo mio racconto è stato pubblicato domenica 17 luglio sul Quotidiano della Calabria. Qui e qui il pdf del racconto)Il cestino era annodato a una corda pelosa lunga qualche centinaio di metri, e scendeva giù tentennando, con certe oscillazioni ritmiche e quasi aggraziate. Alba lo calava oltre la ringhiera del balcone, srotolando la corda fino a me, che aspettavo sul marciapiede con la busta che conteneva una spesa essenziale, appena sufficiente al fabbisogno di una svogliata sopravvivenza. Quando il cestino toccava terra avvertivo un sussulto sordo accanto ai miei sandali con la zeppa di sughero bucherellato.
Io avevo il compito di riempirlo, ogni martedì, con i prodotti di un banale casellario nutritivo, sempre gli stessi - o almeno lo furono nei due mesi di quell’estate temporalesca, crivellata da raffiche aeree estranee che spodestavano la tiepida vischiosità dello scirocco.
Quella di Alba era una dieta mediterranea sbiadita dagli efficienti sotterfugi dell’alimentazione industriale. Si trattava per lo più di pasta, soprattutto fusilli o pennette, bottiglie di salsa rustica e olio, panini al burro, monoporzioni di minestre pronte Knorr, mele o arance, cartoni di latte, acqua. E naturalmente dentro la sporta c’erano le scatolette per i cani, la cui presenza nella vita di Alba e i relativi obblighi di cura avevano consentito l’unica deroga all’isolamento coatto dei domiciliari. Infatti mentre il disco latteo della luna scoloriva tallonato dalla luce impura dei lampioni, Alba usciva per la canonica passeggiata in compagnia dei suoi quattro dobermann e ricalcava l’esigua striscia d’asfalto dall’appartamento fino al caotico estuario dei mercati generali, dove, al termine delle scalinate che conducevano agli stanzoni bui accalcati di magazzini e banconi alimentari impregnati del pizzicore speziato delle onnipresenti olive in salamoia, la pavimentazione non ancora lavata odorava di pesce e verdura stantia. Qualche volta, mentre ritornava, per terra c’erano già le prime pozze insaponate, con i rigagnoli lucenti che inaridivano tra le scanalature delle mattonelle evaporando nell’afa artificiale di una giornata di esalazioni urbane – gli scarichi delle auto, il gorgoglio sotterraneo delle fognature, l’acre umidore che slabbrava dai coperchi socchiusi dei cassonetti.
Quell’estate di cinque anni fa mi ero diplomata al liceo artistico. Non avrei più varcato il vetusto androne che s’apriva sulla parete di bronzo miniata con il profilo di Mattia Preti, a cui era intitolata la scuola, e che mi ricordava le sottili incisioni di uno stuzzicadenti su un ruvido foglio d’album pennellato con i pastelli – case, alberi e bambini stilizzati, i primi disegni della mia infanzia. Volevo partire e per me sarebbe stata l’ultima stagione nella città dove sono nata, l’ultima con i pomeriggi tra le cassette di frutta del nostro negozio, che perpetuava una sfiancante competizione con l’agglomerato rivale dei mercati, dove papà non era mai riuscito ad accaparrarsi uno stand.
Sulla strada nominata al martire della legalità Salvo D’Acquisto, ad accerchiare il grande padiglione del mercato c’eravamo noi, e anche l’esotico pescivendolo con la foto della processione della Vara sopra il bancone insieme al souvenir di un faro della Cornovaglia – come annunciava l’insegna con il richiamo alla produzione scandinava, lì si sdegnava lo spada in favore di stocco e ittica dei mari del nord; e poi il pulitissimo macellaio che esponeva la professionale cartina geografica di una vacca sezionata per generi di taglio, la bottega dove il sangue secreto dalla carne scompariva asetticamente alla vista – nessuna striatura collosa sulle assi di legno, niente ruggine sui ganci che dilaniavano le carcasse. Il nostro era un vicinato in trincea che la famiglia manteneva con le aperture festive e una fidelizzazione del cliente fondata sul carisma ruspante di mamma: lei conosceva nelle minuzie più intime le vite di tutti quelli che compravano da noi, e sapeva come usare queste informazioni a fini commerciali.
Alba era cliente da quando era venuta ad abitare con il marito nel palazzo ereditato dalla madre adottiva. Le prime volte veniva a commissionare le fragole per il marito, uno scultore austriaco dall’aspetto mite. Lui dal viso d’angelo e il fisico atletico, lei robusta e con l’atteggiamento di nostalgica autoironia delle donne che sono state molto belle e quell’avvenenza hanno perso per inattese traversie. Donne mai del tutto insicure, solo erose da una malinconia di cose perdute per sempre. Dietro la linfatica stazza di Alba mimetizzata da caftani e gonne a ruota orientali, mamma aveva sgamato subito un suggestionabile animo da femmina innamorata, e a colpo sicuro iniziò la rituale seduzione che applicava alle massaie di ogni ceto sociale: l’intuitiva psicologia sommaria appresa dai suoi giornali – quelle desuete edizioni di “Intimità” e “Rakam”, editoria quasi vintage che a casa nostra, in pile gualcite sotto la guida telefonica, non mancava mai - contro la frenetica spersonalizzazione dei mercati, dove ti davano del tu e parlavano il tuo dialetto ma in fondo eri nient’altro che un numeretto di carta nel rutilante avvicendarsi della folla. Con la mano guantata di velina frusciante e una busta sottile che vibrava allo spostamento d’aria del suo passo volitivo, mamma stringeva il gomito di Alba, e ammiccando alla frutta cantilenava: «Signo’, mo’ ve lo faccio affascinare io, il marito». Mio padre soffriva di un’idiosincrasia verso i germanici, ma lo scultore gli stava simpatico e aveva cancellato la vituperata nazionalità ribattezzandolo “il francese”. Anche se ai mercati ormai più della metà degli espositori erano gestiti da immigrati, per mia madre gli autentici no-global eravamo noi.
Poi il marito di Alba aveva incontrato un’insegnante di figurativo dell’Accademia di belle arti e se n’era andato portando con sé il quinto dei loro cani. La nuova compagna possedeva un dalmata, e la sua abilità domestica superava l’irrisorio limite delle cene precotte Findus di cui l’austriaco godeva con l’ex moglie. I primi tempi era tornato sporadicamente a fare la spesa da noi, sbarbato e ripulito come non l’avevamo mai visto. Pure il cane finito nella separazione dei beni coniugali pareva diverso, forse sbavava meno. Una volta Alba incrociò l’ex mentre andava via con un sacchetto delle nostre fragole galeotte, a dividere i due c’era la cappa rovente della strada surriscaldata nel traffico di mezzogiorno e un semaforo che s’inchiodò sul verde ammansendo i motori quando lei prese ad urlare insulti digrignati, le sue braccia bozzute che mulinavano simulando un’aggressione. Lo scultore ebbe la prontezza di girare la chiave d’accensione della sua vespa ed allestire un meccanico anonimato sotto la visiera del casco. In negozio non lo vedemmo più, è chiaro.
La prima infrazione alla legge Alba l’aveva commessa a sette anni rubando pallide pesche troppo mature e foglioline di menta piperita. Li sottraeva ai giardini che debordavano la verginale proprietà privata di rami e siepi languendo oltre i cancelli delle ville per rasentare con provocante innocenza i viali delle zone residenziali, oltre lo spartiacque del fabbricato della Motorizzazione civile - quello con il parcheggio degli impiegati colonizzato dai ragazzini delle periferie, che ci andavano a giocare a calcio. Alba e il cugino oltrepassavano l’insegna funerea del palazzone e raggiungevano la loro area d’azione su uno Scarabeo giallo limone maculato con gli adesivi di band psichedeliche note soprattutto da Roma in su. Avevano stabilito un’organizzazione sistematica: uno guidava e l’altro – Alba - prelevava la refurtiva incautamente esondata alla facile portata dei ladri occasionali.
L’ultimo reato di Alba, quarantun anni dopo, era stato inveire davanti al cantiere di un complesso turistico che quell’estate s’inerpicava sulla spiaggia di Cordova Marina. Il residence era un nemico esteticamente innocuo, un parassita che fermentava addosso al mare con quelle lucide impalcature ogivali che somigliavano a un castello di ossute luminarie di acciaio e cemento, come da queste parti si vedono nelle feste patronali. Al cantiere Alba s’era portata dietro anche i cani ad evacuare una studiata costellazione di merde dalla geometria millimetrica.
Poi i titolari dell’albergo-residence “Sea Venus” avevano chiamato i carabinieri, e Alba, denunciata per calunnia e molestie, quell’estate la trascorse segregata nel suo palazzo d’epoca nel centro storico, la facciata agonizzante sotto le greche friabili che si sbriciolavano in testa ai passanti, rovesciando una polverosa emorragia di calcinacci e cartelli stradali di pericolo.
Alba era rinchiusa nella gabbia toracica ammuffita del palazzo, e una linea a perpendicolo la collegava alle macerie che all’esterno stavano sotto sequestro civico dentro quadrilateri di plastica fluttuante a strisce bianche e rosse.
Io invece manovravo il transito del cestino, riferivo le ordinazioni della spesa a mamma, consegnavo la merce e ritiravo i soldi. Non parlavamo, il cestino era un ascensore muto: se Alba sgarrava, i dirimpettai erano piuttosto inclini alla delazione – più d’una volta, prima della vicenda del “Sea Venus”, le avevano mandato la polizia facendo allarmismi per l’emergenza sanitaria evocata dai quattro dobermann. Non parlavamo, dunque. Dopo il baratto nel cestino la sua sagoma sconfitta, quel grande corpo lievitato da farmaci e alcol, poteva soltanto apparire nello sfarfallio delle tende dei balconi, sempre avviluppata in una penombra asfittica del fumo delle sigarette, perché si era fatta tagliare l’elettricità e la casa fruiva della sola luce solare e, dopo il tramonto, dell’illuminazione deformante elargita dalle candele.
Adesso la spiaggia di Cordova sembra un’epidermide desquamata, qualcosa di prossimo alla consunzione. Prima della muraglia spezzata dei residence, che sono cubicoli sparpagliati nella superficie spaparanzata del parco di vegetazione esotica del “Sea Venus”, rimane un avamposto sgominato di sabbia, uno scalpo morto come la pellicola che si stacca da una cicatrice. Presto non esisterà più niente, tutto spolpato in una depravazione di contiguità tra mare e cemento.
Sono arrivata qui a piedi, l’auto l’ho lasciata all’inizio della Marina. La mia Twingo rossa targata Firenze è l’ultima di una fila diseguale di modelli fuori commercio e grandi cilindrate, che si alternano a costeggiare le case delle vacanze, il lungomare parallelo con una successione di muri ocra e bianchi. Ogni anno vedo nuovi piastrellati, le inedite bombature di una piscina, il languore cigolante di dondoli e altalene consumisticamente aggiunti all’arredamento dei giardini.
Come sempre d’estate la temperatura della canicola è una verniciatura bollente sulla sabbia. Vedo una famiglia di turisti – capelli biondo vaniglia e sopracciglia come orme piumose, il fototipo scandinavo – che oltrepassa la cancellata del “Sea Venus”: i genitori cercano la reception con la gestualità disorientata dei forestieri, i due bambini saltellano segnando il possesso del territorio lungo il lastricato a forma di ricciolo che si dirama verso gli appartamenti del residence e ricorda il sentiero dorato di Dorothy nel “Mago di Oz”.
Mia sorella Imma mi viene incontro nella sua divisa, maglietta polo bianca griffata dal logo del residence e pantaloncini blu con un risvolto che si arriccia lievemente al confine con l’attaccatura delle cosce. Non uno di noi cinque figli è rimasto al negozio, che l’anno prossimo, allo scoccare dell’età pensionabile di mia madre, sarà smantellato. In quattro, esclusa Imma, siamo andati via. Per scrollarci di dosso il nomignolo di verdurari che vociferava a scuola e nelle comitive di amici qualunque cosa noi facessimo d'altro che smerciare ortaggi.
Quando ho saputo che Imma ha iniziato a lavorare al “Sea Venus” mi sono ricordata di Alba e del cestino che per una breve congiunzione di tempo ha sovrapposto il mutamento che stava per accadere nelle nostre vite.
Imma accende una Merit, il minuscolo tizzone emette un crepito soffocato che, nel desertico silenzio della spiaggia libera dove stiamo camminando, mi arriva all’udito nell’amplificazione irreale di un’eco - ha quasi la percezione materiale, corposa, di uno schiocco.
«Era qui – dico – che quella tipa veniva a fare casino… te lo ricordi?»
Imma strizza gli occhi, colpita da una folata di vento: «Chi?»
«La moglie dello scultore austriaco, la tipa a cui portavamo la spesa…»
Mia sorella annuisce risucchiando le guance mentre assorbe il fumo, come in una radiografia fosforescente immagino la nicotina che percorre il condotto delle vie respiratorie e s’attacca alle spugne inermi dei polmoni: «Ah sì, certo – riesce finalmente a dire Imma – quella ciòta con i cani».
Il sole frigge sulla linea d’acqua che tocca la battigia, minuscole creste fiacche spostano vortici di pietre che subito si depositano nuovamente sul fondo, calamitate dall’inerzia. «Alla pausa pranzo – dice Imma dopo un intervallo – posso usare l’idromassaggio. Se vuoi ti faccio entrare». Penso che la sua polo è trasparente: si vede il reggiseno, mamma non approverebbe. Oppure quello è un costume da bagno, sì, forse fa parte della divisa del residence. «Su questa spiaggia non si poteva costruire», dico.
«E’ una figata, la vasca – conclude mia sorella – ma c’è sempre qualche stronzo che la lascia lorda… la settimana scorsa un inglese s’è preso i funghi».
Adesso, non lo so perché, sto sussurrando. La mia è un’omertà al contrario, una impercettibile cruna d’ago: «Imma, questo residence e la tua vasca di merda, prima o poi li fanno sbaraccare».
Lei scrolla la sabbia dalle infradito: «Già, prima o poi qualcuno ci riesce, forse». Sentiamo un rimbombo opaco, è iniziata l’ora del corso di aquagym. Annie Lennox canta “Sweet Dreams”. «Me ne frego, andassero affanculo», dice Imma.
Una domenica di luglio che tremolava nel miraggio dell’afa, Alba non mandò giù il cestino con i soldi. Vedevo i suoi lunghi capelli bruciati dal sole che le aderivano al busto, come sterpaglia sui seni pingui di donna grassa. Si sporse dal balcone, diede un colpo di tosse da fumatrice: «Tu, figghiòla – mi chiamò – il latte non va bene».
«E’ il solito, parzialmente scremato, tre cartoni», recitai.
«Puoi salire un attimo?»
Non risposi. Sapevo che la gente agli arresti domiciliari non può parlare con chiunque o ricevere visite così. Magari c’era un poliziotto nascosto da qualche parte, che ci spiava. Non sapevo come funzionasse, ma forse a me avrebbero fatto una multa. O forse i cavoli erano solo di Alba. Cavoli amari.
Lei indovinò le mie reticenze. Aveva sistemato il cestino sul pavimento del balcone, dal cornicione di vimini emergeva la silhouette svettante di un pacco di spaghetti con la confezione plastificata che riluceva, colpita da un riverbero di sole. La ringhiera antica del balcone gettava ombre istoriate fino ai piedi nudi di Alba. «Oggi non c’è pericolo, fidati». Ritirò i capelli sulla schiena: «In città si schiatta di caldo, stanno tutti al mare».
Il portone era aperto, c’era un cartoncino attaccato con lo scotch accanto al microfono. Indicava la sede di una fondazione per artisti, il nome era scritto in stampatello con tratti fitti e grossolani, come quelli dei vecchi UniPosca, e da vicino si svelavano i punti dove il colore era asciutto e formava una criptata punteggiatura scura dentro le lettere.
Alba aspettava al termine della prima rampa di scale. Subito mi pizzicò le narici un tanfo di deiezioni animali. I cani erano da qualche parte: sentivo raspare, l’eco di volumi istintivi che s’impastavano tra loro, il suono cheratinoso dei cuscinetti sotto le zampe.
Seguii Alba in una specie di soggiorno con due poltrone coperte da teli stinti e uno sgabello che fungeva da tavolino dove un vecchio pacchetto di Pall Mall era stato riciclato in portacenere. In una rientranza della camera era incassata una scrivania che vomitava carte, libri, giornali e buste, i caotici montarozzi di una discarica privata. Appesa al muro, una borsa araba decorata con schegge di specchi e toppe di velluto – valutai mentalmente la posizione: proprio sulla parete di fronte al balcone, mi sorprese il fatto di non averla mai notata durante i viaggi settimanali del cestino.
Lei teneva nel palmo aperto uno dei miei cartoni di latte, lo faceva ondeggiare tra le dita come se lo soppesasse. «Ecco, il problema è questo – spiegò – oggi mi avete dato il Parmalat ma io da quella gente fitùsa non compro».
Fissai il cartone bianco e blu: «Non va bene?»
Alba fece un cenno di diniego con la testa: «No che non va, te l’ho appena detto. Quelli sono ladri. Mi dispiace per i cristiani che ci lavorano, però per me è una questione di principio».
Rimasi in silenzio, non sapevo cosa rispondere. «Ce ne stanno altri – aggiunse – tu devi portare un’altra marca, basta che non sia Parmalat mi vanno bene tutte».
Non ho calcolato quanto tempo trascorsi in quella casa senza elettricità, dove a un certo punto dal balcone si diffuse a spiragli l’estremità di turchese del giorno, quella tinta intensa e insieme limpida che non è ancora buio ma già non fa più luce. Accadde in pochi istanti, il cielo che s’ispessiva, e pensai che era ora di andarmene. Che dopo quel pomeriggio non avrei mai rivisto quella donna.
Per farmi strada nella lunga anticamera che conduceva all’ingresso Alba accese le candele disposte in fila su una mensola. Il fiammifero saettava da uno all’altro dei cilindri di cera e mi accorsi solo allora che il corridoio era seminato di sculture. Riconobbi il Discobolo di Fidia, la Pietà, la figura acefala della Nike di Samotracia con le ali frastagliate. Tutte copie perfette, sebbene in scala ridotta. All’apparenza gli stessi materiali dei modelli, proporzioni e dettagli impeccabili.
Alba ebbe un moto di fastidio, le vidi una ruga come un taglio netto al centro delle sopracciglia. «Le ha fatte il mio ex marito». Dalla fiamma di una candela fece bruciare il filtro di una delle sue Pall Mall. Aspirò brevemente e aggiunse: «Mica era un vero artista, quello. Copiava e basta». Fece una risata di gola: «Guadagnavamo bene. Non te lo immagini quanti tamarri arricchiti si piazzano in salotto ‘ste cafonate».
Non potei evitare di pensare che la situazione era affascinante, molto bohemien. Lo scultore che campa rifacendo capolavori per acquirenti ignoranti. «Mmhh – continuò Alba mentre un fiotto grigiastro biforcava fuori dalle sue narici – uno di questi… uno della soprintendenza, teneva certe statuette antiche fottute dal museo, Lothar gliene ha contate almeno dieci».
Il mio apporto al dialogo con lei era nell’interstizio di mugolii assertivi e rapide interiezioni. Alba parlava consumando tutti gli spazi liberi. «Roba archeologica rara – ripeté – però a stare sotto processo per aver bestemmiato contro un abusivo ci sto io».
Non mi andava di parlare dei suoi casini legali. Tentai subito di cambiare discorso: «Anch’io sono un’artista… cioè voglio studiare per diventarlo».
Le mie parole si spensero dentro gli scatti improvvisi di uggiolii accatastati, che scoppiavano uno sopra l’altro. Ricordai le dimensioni dei cani di Alba ed ebbi paura di trovarmeli intorno.
«Ora di pappa per i miei cuccioli», sentenziò lei. «Mi sa che la nostra amicizia appena nata mo’ deve proprio interrompersi qui».
Mi tese il cartone di latte Parmalat: «Quindi questo me lo cambiate insieme agli altri due. Mo’ te li scendo nel cestino, va ‘buono?»
Appoggiò una mano sullo stipite della porta e la serratura verniciata di marrone con la forma di un sommergibile ansimò un suono ferroso. Alba strinse gli occhi, il chiarore soffuso delle candele le vagava sul corpo in un’aureola rosa: «Ci andavo con mia madre alla spiaggia di Cordova». Tacque un attimo e poi riprese: «E’ morta l’anno scorso. Gran donna – con le dita a grappolo fece il gesto di acchiappare qualcosa - mi ha preso a vent’anni, giusto per salvarmi la vita». Si liberò della cicca ancora accesa lanciandola nella stanza, il mozzicone andò a sbattere contro uno spigolo della parete e ricadde giù come una zanzara stecchita. «Ma poi, come vedi, sono finita male lo stesso».
Non fui capace di ricacciare un pensiero cattivo: era bello lo scultore austriaco, così bello che a stare con quella donna sfatta che puzzava di cane sarebbe stato uno spreco. E sembrava che Alba me l’avesse letta dentro, quella crudeltà, perché disse: «Lui non durerà molto con quell’altra. E’ una senza ferite, l’opposto di quello che amava di me».
Non disse altro di Lothar, lo scultore austriaco. Poi seguitò a parlare di sua madre facendo riferimento ad episodi sconnessi, pensai pure che avesse bevuto o preso qualche droga. Del suo racconto ricordo soltanto le maree. Lei e la madre, già anziana e malata, ogni sera setacciavano la spiaggia computando le onde tracciate sulla rena molle, per enumerare le maree che avevano toccato la Marina. Era un’argomentazione bizzarra ma ugualmente io le vidi insieme, questa donna corpulenta a braccetto con un’altra anziana e fragile, che io mi figuravo pure lei pesante – geneticamente compatibile con la più giovane come se davvero anziché adottarla l’avesse partorita. Le vidi nella mia testa, e poi a un tratto, un risucchio del mare le aveva inghiottite, e nella curva di sabbia schiumosa che tornava indietro c’era stampato un solco profondo, come un ritrarsi della terra divorata dall’acqua.
La serratura a sommergibile si sciolse gemendo. Alba puntò l’indice verso il citofono, c’era lo stesso cartoncino incollato con lo scotch che avevo visto al portone. «Ho creato una fondazione per artisti, quello è il nome di mia madre… magari ti può interessare». Ma fino a quel pomeriggio di luglio, della sua fondazione Alba era stata la presidente e unica socia.
Tornai in strada ad aspettare il cestino, come se quelle ore fossero uno strappo temporale rimarginato, di cui era sopravvissuto solo quel colore cangiante della sera che dilagava lentamente nel cielo. Un cellulare squillò in tasca a un povero cristo, uno che non aveva i soldi per andarsene al mare, e seduto all’indiana sul bordo della saracinesca abbassata di una panetteria, si prendeva in faccia il sole fuligginoso della città.
Due mesi dopo ci fu il processo e Alba venne condannata. Da quel che ne so, ha scontato la pena in un istituto per detenuti psicolabili. I dobermann sono finiti chissà dove, nella nostra città non esiste un canile. Adesso m’è venuto in mente che potrebbe averli presi lo scultore austriaco.
«Gioiuzza, mo’ devo rientrare». Imma liscia i pantaloncini premendo i pollici sulle zone stazzonate. «Se ti fa sentire meglio prometto che oggi l’idromassaggio non lo faccio… per protesta contro gli ecomafiosi».
Mia sorella risale verso la frontiera del lido e vedo danzare la linea marcata del suo reggiseno, forse del costume da bagno, sul biancore acrilico della polo. La spiaggia di Cordova è un regno abdicato. Il padiglione edificato sul costone di roccia, dove ai clienti del “Sea Venus” stanno per servire i pasti, è un artiglio vigliacco in bilico sulle maree di Alba.
(L'immagine del post è tratta da internet e non risulta firmata)
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