La storia del padre che dimentica la sua bambina nell’auto mi ha rammentato alcune considerazioni che giorni fa elaboravo su responsabilità, istinto e osmosi affettiva tra genitori e figli. In realtà quando senti una storia del genere, se hai bambini, la prima cosa che pensi è: ma come è potuto accadere? E subito dopo, con un sillogismo rinfrancante e assolutorio, pensi anche: a me non sarebbe accaduto.
Perché tu – pensi ancora – hai i tuoi figli al vertice della piramide di pensieri, azioni, sentimenti e riflessi spontanei che costituiscono l’ordinario dispiegarsi della vita di ogni giorno. E se sei donna pensi che cose simili – già lette in passato sui giornali - accadono soltanto agli uomini. Perché tu riesci a sentire il germoglio iniziale dei vagiti del tuo bimbo – quel respiro appena un po’ più affannato, quel risucchio incerto di pianto ancora non risalito dalla gola che somiglia a un lamento debole, in esercizio – pure se stai dormendo. Tu, nei lunghi mesi della gravidanza, avvolta nel greve sonno delle donne incinte che pare un abbandono, una spossante resa del corpo dalle fatiche diurne, hai mantenuto una naturale tensione fisica per non assumere le posture che sapevi non gradite al tuo bambino. Non ti sei girata sul fianco che lo infastidiva, o non ti sei messa supina e non hai incrociato le gambe. Tu, se ti sei assopita dopo aver allattato, con il bimbo tra le braccia, per un inspiegabile e meraviglioso prodigio materno non hai lasciato andare la presa delle mani, preservando tuo figlio al sicuro dentro il nido di carne, muscoli e tessuti pulsanti.
Sì, anche a me sono venute in mente cose così. Ho immaginato quella bimba di quasi due anni e mi sono chiesta: possibile che la piccola non parlasse, che non richiamasse l’attenzione del padre? Poi però ho ricordato il modo arrendevole e totale in cui mia figlia si addormenta sul seggiolino quando il dondolio della guida si protrae troppo a lungo per i suoi tempi contratti, fatti di corse e giochi frenetici. Mentre siamo fermi nel traffico indolente e colloso della città, Alice, che un minuto prima riempiva l’abitacolo con la sua voce squillante, all’improvviso ha chiuso gli occhi e reclinato la testa sulla sponda laterale del seggiolino, quasi sempre nella mia direzione, se io sono seduta dietro accanto a lei. Le guance si rilassano, piene e rotonde, le labbra si tendono tumide, sotto la pelle del collo appare un battito lieve. Alice dorme, insensibile alle isterie sonore degli automobili, alle conversazioni più animate di mamma e papà, alla disturbante suoneria dei cellulari. Ho ricordato tutto questo e però ho pensato anch’io che a me, di dimenticare i miei figli chiusi in macchina, non sarebbe successo.
E in quel momento è affiorata nella testa un’altra scena. Ultimamente a mia madre è capitato due volte di bruciare le pentole. Uno. Un aglio soffritto mandato al rogo sul fondo d’acciaio marchiato da larghi anelli incrostati di carbone sfogliato, da dove si alzavano rancidi filamenti di fumo. Due. L’alveo denso dei ceci fuso e solcato da chiazze bronzee, riccioli bruciati che naufragavano nella crema rappresa.
La cucina s’era annebbiata dei vapori esalati dalle pentole affogate a raffreddare nel lavello, e io pensavo che, nonostante tutti i miei difetti casalinghi, avevo superato mia madre. Perché io stavo sempre all’erta: riassettavo casa, vestivo Alice, cambiavo e allattavo Samuele, controllavo la posta e aggiornavo il blog, preparavo il pranzo in anticipo per portare i bambini alla villetta. Io ero un ingranaggio collaudato che andava in automatico eludendo la stanchezza. Se rischiavo di dimenticare qualcosa me l’appuntavo sul telefonino: fin quando disponevo del mio promemoria elettronico con una scrupolosa lista di adempienze la spesa era stata sempre completa, senza buchi d’amnesia.
Una mattina però, mentre due pentole bollivano sui fornelli e io giocavo a cuscinate con Alice, la bambina scalata d’imperio dalla sua culletta sul lettone per le schermaglie mattutine prima della colazione, è accaduto il più banale imprevisto. Dalla cucina s’è sprigionato l’odore acidulo e nebbioso del fumo e io sono accorsa per assistere al sibilante gemito dell’acciaio arrostito. Una collana di pellicine color castagna lambiva la base delle pentole al di sopra delle lingue azzurrine e impavide del fuoco, che continuava a soffiare. All’interno, quel che restava dei fagiolini e della minestra di verdure era un indistinto collage di quadratini colorati interrotti da lucide scaglie nerastre. Ho spento i fornelli, con un cucchiaio di legno ho sollevato i tubi smembrati dei fagiolini rivelando l’asfalto appiccicoso di carbone. Ho svuotato le pentole nel secchio della pattumiera, poi le ho riempite d’acqua bollente. Stormi di farfalle bruciacchiate sono rimasti a galleggiare sul pelo dell’acqua annerita di scorie. Riflettei sul conclamato fallimento domestico.
Analizzai la situazione. Ce l’avevo con me stessa, collegavo i fatti con un più generale assunto di maturità, con una sbandierata efficienza tradita. Spiando nella grana prosaica, banale, degli eventi diedi una spiegazione incontrovertibile. Non avevo tenuto il mio mondo sotto controllo. Il tempo. Era soltanto accaduto che io credevo di avere a disposizione un tempo differente da quello reale. Giocavo con la mia bambina e nel nostro quadrilatero di lenzuola, fiato grosso e corpi ancora accaldati dal tepore notturno, eravamo ferme su una lancetta d’orologio già morta, corsa via mentre noi restavamo lì. Il tempo e la sua cognizione erano sfuggiti dalle dita, e un attimo dopo s’era fatto troppo tardi per rimediare.
Mi balenò, rapido e spietato, un pensiero terribile: e se mi capitasse un giorno di dimenticare una finestra aperta o il manico di una pentola sporgente nel vuoto? Se mi capitasse e proprio quel giorno Alice corresse radente a quel manico, o decidesse di arrampicarsi su una sedia e raggiungere il perimetro di promettente, esaltante libertà proibita dischiuso dalla finestra?
Adesso lo dico così, con una crudezza oggettiva che, proprio per la sua evidenza, è nelle mie intenzioni priva di giudizi o colpevolismi. Il papà che ha lasciato morire la sua bambina dentro una gabbia di lamiere roventi ha raccontato di aver perduto il tempo. Credeva di trovarsi nuovamente nello spazio di ieri, che aveva cancellato l’incipiente memoria dell’oggi. Ieri a fendere la città c’era il silenzioso brusio delle biciclette del Giro, ieri la bambina era al sicuro insieme alle maestre dell’asilo. Ieri lui ci aveva persino parlato, con una maestra, prima di andare al lavoro all’università.
Certo, io continuo a pensare che a me non succederà mai. Lo penso - come tutte le madri, come tutti i padri – perché devo pensarlo. E’ un’ipotesi che non può crollare, ne ho un bisogno disperato e forse anche codardo nella misura in cui si nutre dell’utilitarismo e il sollievo egoista di chi pensa: questa cosa, e questo dolore, non mi riguardano, sono affari di qualcun altro e lontani da me. Devo pensarlo per difendermi dalla sconfitta constatazione della nostra umana fragilità, dall’agghiacciante eventualità dell’errore, e della conseguente perdita, di una distruzione cagionata dalle proprie mancanze. Devo difendermi dall’evocazione che questa storia porta della morte di un figlio. Un figlio che muore per colpa nostra, per un nostro irrevocabile sbaglio.
Ma se in un’apparizione molesta rivedo quelle pentole agonizzanti sulla loro letale graticola, un brivido mi cresta le braccia e sale su, fino alla nuca e le tempie. So che il tempo è un invincibile nemico, so che non potrò mai addomesticarlo con una presunta rivendicazione di controllo sulla scansione prestabilita – ore, minuti, secondi - della mia vita. Avrò sempre chiara la spaventosa possibilità di un fatidico sfasamento: ciò che è la falla nel piano dell’omicida, il dettaglio tralasciato nel disegno accurato di un tradimento, lo spazio bianco nella preparazione di un esame. E che è più aguzza angoscia inespressa di un genitore. Un tabù a dirlo, a visualizzarlo: il cigolante rullio della finestra aperta in una casa dove vivono bambini.
Come madre so che devo fare i conti con questa paura, che è pure la paura – uno stordente rumore di fondo – di non essere perfetta. Ma, per avere meno paura, una sola taumaturgica cosa posso fare. Credere che l’amore mi salverà. Che mi permetterà, dal richiamo di un’arcana sicurezza, di non dimenticare mai i miei figli da soli da qualche parte, di slanciarmi estendendo gli arti come una donna bionica per salvarli sempre dal pericolo delle pentole bollenti e le finestre aperte sul vuoto. L’amore per i miei bambini compirà il miracolo di piegare, come metalli vinti da un fachiro, le sbarre del tempo e impedirgli di sfaldare in un miraggio le latitudini familiari di cura e protezione. Un attimo prima della colpa, dell’orrore. Grazie a questo amore non ho più paura e continuo ad essere, ogni minuto con coraggio, una madre.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
0 commenti:
Posta un commento