La mattina in cui mi dimettono dall’ospedale, nello schermo dell’ecografia la prima immagine del mio utero non più gravido somiglia a un terreno dove fluttuano i fuochi fatui di spighe o di qualche esile pianta smossa dal vento. Il ginecologo che mi esamina dice quello che di solito in questi casi dicono i medici. Ci rivediamo l’anno prossimo, sei pronta per un altro bimbo.
Esco dalla sala visite, fuori ci sono altre due puerpere in attesa. Una sta parlando al cellulare e giocherella con una molletta per capelli che le cade a terra, così s’inchina a raccoglierla piegando le ginocchia unite da un lato: riconosco la mia stessa goffaggine nell’andatura costipata dai pannoloni post-parto, e le precauzioni di movimento per non risvegliare lo strappo dei punti. Mentre cammino nel corridoio terso e inondato di bande irregolari di luminosità, sospinta dai lievi aliti d’aria fresca che arrivano dalle finestre e asciugano il tepore dei termosifoni, ad aspettare nella mia stanza insieme alla nonna c’è Samuele, due giorni di vita.
Una settimana prima di tutto questo, concluso il tempo ufficiale della gestazione, iniziavo a pensare alla nascita imminente di mio figlio. E una delle prime cose che mi tornò in mente fu la paura del dolore. Sapevo che presto avrei dovuto affrontare nuovamente lo strazio fisico del travaglio e poi del parto. Così tentavo di riesumare dalla memorie le sensazioni dolorose della venuta al mondo di Alice, per provare a razionalizzare l’esperienza e prepararmi con la maturità del caso richiesta ad una secondipara. Tentavo, ma senza riuscirci: la sofferenza del parto era all’improvviso una galassia remota nebulosa, un nervo scoperto e reattivo che però trasmetteva l’idea del dolore in modo puramente teorico, incapace di richiamare la concreta materia dei fatti. Enza, che ci è passata tre volte, mi dice sempre che le donne inconsciamente dimenticano subito quanto faccia male dare alla luce un bambino perché altrimenti – se ce lo ricordassimo – non faremmo più figli. Una settimana fa, per me, era esattamente così. Nella memoria Alice nasceva, e appena espulsa dal mio ventre il dolore cessava lasciando posto ad un torpido indolenzimento. Quello che era accaduto prima si perdeva dentro una netta amnesia corporea. Restava solo la consapevolezza di aver sofferto, come un senso ideale ed emotivo, ma totalmente privo dei contorni palpabili.
Così, una settimana prima della nascita di mio figlio, tutto si assorbiva in una paura eterea. La paura del dolore era un’onda che sbatteva contro l’ipofisi del cervello, una minaccia intangibile che tallonava implacabile l’ultimo scampolo ormai consumato della nostra famiglia a tre che stava per diventare quattro. Le contrazioni prodromiche , simili a una sfiancante ma sopportabile mestruazione, scandivano i rintocchi dell’orologio che mi separava dall’evento, e dal dolore.
Quando sono entrata in travaglio, negli attimi fulminei in cui la morsa della dilatazione si allentava, ripetevo che questo sarebbe stato l’ultimo figlio. Non ricordo più se lo dissi anche per Alice, ricordo di averlo sentito, all’epoca, da un’altra donna che aveva seguito insieme a me il corso pre-parto. “Il prossimo lo adotto”, aveva commentato lei quella mattina in cui ci incrociammo in giro con i passeggini delle nostre bimbe: la mia aveva tre mesi, la sua quattro. L’altra era così convinta dell’assunto che evitai di dirle che io già non ricordavo più il dolore fisico del parto.
Samuele è con noi da undici giorni, e non penso a un altro bambino. Per l’età, per la difficoltà di crescere figli lavorando. In realtà sia io che il padre di Alice e Samuele siamo abbastanza corruttibili sull’argomento. E la mia età non è una controindicazione sufficiente. Il dolore invece - il mio dolore - è un contrappasso più efficace. O almeno lo credevo. Poi mi accorgo che, anche questa volta, sto incominciando a trasformare in miraggio la lancinante sofferenza che ho vissuto. Se frugo in questo passato recente la visione è sfuocata, un negativo piatto dove le scanalature scritte sul corpo sono state cancellate, o forse sedimentano da qualche parte non localizzata che io non posso raggiungere. E’ un trauma anestetico, un tempo già troppo lontano per bruciare. Al posto dello choc c’è un bambino del quale so ancora poche cose, che però sono abbastanza per amarlo. So che fa le smorfie quando ha fame, sorride dopo aver poppato, dorme con una manina ripiegata sotto la guancia. So che aspetta con pazienza la schiarita nelle crisi di gelosia di sua sorella. E so che forse, anche se mi sembra identico ad Alice neonata, Samuele somiglia pure un po’ a me, e questa trasmigrazione genetica – un dato che tutti sottolineano come un’aspirazione irrinunciabile e vanesia di ogni genitore e che invece a me non è mai importata – fa un effetto quasi commuovente, come se nelle tracce della fisionomia potessi vedere più nitidamente l’appartenenza, e la discendenza, di questa minuscola vita alla mia.
Intanto il fuoco di quelle brevi ore di travaglio si è stemperato nei liquidi che oggi scorrono umidi lungo le nostre giornate. L’urina di neonato nei pannolini, il sangue dei lochi evacuati dal mio utero, l’acqua saponata delle tutine messe in ammollo a lavare. L’acqua che spegne il fuoco e bagna la mia memoria. Ho smarrito il dolore, l’ho lasciato, inerte e innocuo, dove tutte le donne abbandonano la zona oscura del parto. Penso semplicemente che ce l’abbiamo fatta, io e mio figlio. Il resto è avvolto in una pellicola immemore, un animale assopito che rimarrà in letargo nella vecchiaia degli altri dolori a cui, gemendo e spingendo, siamo sopravvissuti.
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