Come ogni anno, un giro lungo di lancette ed è di nuovo l’8 marzo, ed è di nuovo il suo compleanno. Trentotto anni, trentasette settimane di gravidanza. I calcoli sono esatti, e millimetrica è anche la crescita della pancia gonfia che tira sotto la curva turgida del seno e scolpisce una sfera di carne tesa e respira pregna, ogni giorno più pesante appena sopra il cippo d’epidermide spianata del pube dove Chiara da tre mesi deve depilarsi alla cieca. Con uno specchietto davanti alle cosce e il rasoio che annaspa e le lascia addosso pelucchi vaganti di gatto.
La città, come a tutte le latitudini meridionali, è un contenitore impersonale, la fotocopia in scala ridotta di vizi e virtuosità metropolitani. Le strade sobbollono di passi, effluvi meccanici di freni consumati, suoni artificiali che s’innestano alle voci robotiche, automatizzate dalla fretta feriale, della gente in uscita dagli uffici e di quella che non ha lavorato.
Oggi lei è tornata a pensarci. Pensa come ha deciso di fare un figlio a quest’età, oltre il limite che i medici statuiscono rischioso. Perché anche se il suo corpo sembra giovane ed elastico, anche se quando lei e Flavio hanno smesso la contraccezione è rimasta subito incinta, nell’opinione medica pare che i suoi ovuli – gli ovuli di una dona che ha superato i trentacinque - siano in qualche modo usurati, inefficaci. Esiste una sensibile percentuale che possano produrre difetti genetici o riservarle un parto complicato.
Eppure hanno scelto di avere questo bambino. E’ accaduto soltanto nove mesi fa, ma la vita di prima è già un emisfero estraneo. Sono scomparsi, disintegrati nell’azione venefica di un implacabile acido secreto dal tempo, i giorni in cui loro due facevano l’amore di pomeriggio, sulla tela ruvida di certi copriletti sudici, riesumati dalle cassapanche imbalsamate nel ripostiglio di case chieste in prestito agli amici, o in mezzo alle assi polverose di soffitte oberate di mobili, stoviglie e vecchie pentole Lagostina fuori commercio, cornici soprannumerarie. I giorni in cui Flavio era un uomo sposato e Chiara l’amante, e l’idea di un bambino era un doloroso grumo di desideri irrealizzabili, un progetto non incasellabile in quell’esistenza precaria.
Improvvisamente oggi Chiara sta tornando ad avere paura, le paure delle prime settimane, quando non credeva fino in fondo di essere incinta. E aveva paura di tutte quelle percentuali, dei suoi tessuti corporei poco affidabili.
Mentre cammina il ventre diventa rigido, e Chiara immagina il bambino, il minuscolo astronauta nella capsula spaziale del liquido amniotico, che si muove nelle viscere schiacciando in basso lo stomaco e gli intestini, premendo sulla vena del cuore. Sente una fitta tagliente percorrere l’osso pubico. La vagina, infilzata da una scossa, è un muscolo remissivo. Dovrebbe essere felice, o quanto meno euforica, per l’incombenza della nascita, invece prova un’assurda depressione, quel genere di tristezza che accompagna la fine di qualcosa che sembrava fosse eterno.
Oggi, il compleanno di Chiara, è l’8 marzo. Nella piazza che sfocia sulle parallele delle larghe strade signorili del centro, sono apparsi i rituali banchetti per la raccolta di firma a favore di iniziative femminili. Chiara nota un manifesto con grandi caratteri in stampatello, le lettere rosse di qualche slogan militante. Il cartoncino del manifesto è leggero, ancora plissettato delle crepature di una lunga permanenza dentro una custodia tubolare. C'è un trio di ragazze da centro sociale. Maglioni oversize, cappellacci di lana con le nappe e l'incongruo ammennicolo oriundo di tamburelli che tintinnano sospinti dalla pressione intermittente delle dita. Il vento infittisce la trama gelata dell’aria che a marzo ha ancora una consistenza invernale, uno spessore che promette la coriacea neve a bassa quota delle città del Sud, dove il freddo dilaga eroico, da ardimentoso vincitore di una mutazione climatica non del tutto collaudata. Una donna che indossa un basco di camoscio e ha sulle labbra un rossetto troppo viola e pastoso le allunga un foglio lucido: «Vuole leggere? Qui spieghiamo tutto delle nostre attività». Chiara lascia cadere il foglio nella bocca socchiusa della borsa. Nel manifesto, calcificato nell’ottica contundente dello stampatello rosso, c’è scritto qualcosa sulla violenza contro le donne. Lei si chiede quanti anni abbia la donna che le ha dato il volantino. Le sue labbra violette hanno abbozzi di spighe verticali sulla pelle, e sul torace di Chiara, dove inizia l’arco gravido, s’è impressa una diafana retta rosata, come l’ombra lasciata da una cancellatura malriuscita. Per un attimo pensa che l’età delle donne possa essere letta così, come la vita vegetale incisa negli anelli di un albero anziano.
E pensa anche che lei, pure se è nata l’8 marzo, non c’entra niente con le rivendicazioni femministe. Se, ad esempio, quella donna sapesse di Flavio, la ripudierebbe dal corale pulpito della sorellanza. Lei è una di quelle indegne, una che con la sua pervicace sottomissione all’amore per gli uomini, del femminismo rovina sempre tutto. Per queste donne lei è una macchia vergognosa: amante clandestina prima, oggi movente di un divorzio. Con i suoi trentotto anni di imperfetto funzionamento procreativo ha defraudato una ventinovenne infertile. Alla moglie di Flavio ha rubato l’uomo e l’incrollabile speranza del seme. E’ un reato che non finirà mai di scontare, un delitto femminile che non si sconta assommando le ore sui copriletto puzzolenti di muffa, i tragitti alternativi per non insospettire i condomini delle alcove in usufrutto amicale, gli inappaganti amplessi sbrigativi da erodere anche senza voglia, coatti come un dovere per consolidare la routine adultera. Chiara si sente l’esempio incarnato della sottintesa ipocrisia dell’8 marzo. Con le altre donne ha sempre vissuto da estranea, nello schieramento dei nemici. E adesso che sta per diventare madre i suoi geni hanno plasmato un maschio. La solida protuberanza della pancia le infiamma la schiena. Avverte una puntura verticale che irradia verso le costole e tronca il respiro. Continuare a camminare somiglia a una penitenziale apnea. Ma dicono che faccia bene alla circolazione, e così lei cammina. Cammina e sopporta il dolore, come camminava da sola, scarmigliata e con il trucco sfatto, fino all’auto posteggiata a distanza di sicurezza dalle case in prestito, visualizzando la probabile sequenza di Flavio che qualche minuto dopo di lei usciva dall’appartamento, sbloccava le sicure della Volvo, apriva lo sportello, sedeva e accendeva il motore. In quei pomeriggi rapidamente scoloriti nell’opacità coesa della sera c’erano c’erano passaggi ombrosi di cartelloni pubblicitari sempre uguali – una concessionaria Renault, le promozioni dell’Enel con l'albero elettrico stilizzato, foto di quattro modelli di cucine Snaidero intersecate in un parallelepipedo - strade accerchiate dai cassoni dell’immondizia, lampi opachi di metallo grigio con l’adesivo a strisce rosse e blu affiancati dai giovani container di plastica verde ancora intonsi della differenziata, agri esalazioni di spazzatura che le rinsaldavano addosso l’odore del corpo sudato, l’umido retaggio del sesso senza il ristoro quietamente coniugale delle docce post-coito.
Negli ultimi mesi le sogna, tutte queste cose, come il preciso testamento mnemonico di una fotografia. Nei sogni rimbalzano le tappezzerie stinte, gli strappi sdruciti sulle stoffe e gli aloni di sperma assorbiti dai copriletti, i blocchi ottusi dei cassoni, la tinta cinerina dei marciapiedi affumicata dai tubi di scappamento che si svuotavano le budella nel traffico periferico come in una cloaca legalizzata. Forse sogna queste cose perché con la coscienza non riesce quasi più a ricordarsi com’era prima della pancia. Il corpo e l’ascendente sensuale che esercitava su Flavio sono diventati un’amnesia, quasi un’incurabile demenza che le intacca la mente sottraendo porzioni di vita ormai desuete. Il sesso, la passione. Oggi sono ricordi inservibili, un abito stretto nel quale non sarà più in grado di entrare con questa carne diversa, questa scorza coriacea di pulsazioni e cicatrici.
Il cielo è diviso in due bande di colore sovrapposte ed equivalenti. Guardando dall’alto un denso turchese è interrotto da una piattaforma di azzurro biancastro, come se l’ora fosse capovolta e la sera dovesse schiarire anziché portare oscurità. Ma forse è lei ad essere ignorante e non conoscere l’essenza del cielo. Forse il buio non nasce all’orizzonte, non si propaga dal basso come crede lei. Da qualche parte troppo lontana dalla città - chilometri e lingue rattoppate di strade provinciali costeggiate dagli spettri di una segnaletica erronea, che mistifica le distanze - c'è la costa, e il mare. Da qualche parte è un altro territorio, e le ultime nevicate annunciate dai meteorologi evaporeranno prima di raggiungere il suolo.
Un aroma di dolci e crosta di pane le invade le narici. Sta passando davanti a un negozio di parrucchiere che prima su questa strada non c’era. Anzi, se si concentra nel ricordo, durante le sue ultime passeggiate le porte a vetri del locale erano bendate da una muraglia di giornali, e presumibilmente da qualche parte nel collage di carta era incollato un cartello di prossima apertura.
Adesso però le due vetrine sono sormontate da un’insegna e la porta è aperta su un volume di illuminazione soffusa. All’interno ci sono tre donne, una che potrebbe avere cinquant’anni e due ragazze, tutte con Lacoste arancioni a maniche lunghe, jeans neri e una mimosa appuntata sul bavero delle magliette. La più anziana indossa un lupetto bianco sotto la Lacoste, si vede la corolla compatta del colletto che sbuca dall’apertura della maglia. Le ragazze stanno sistemando alcuni vassoi su un grande tavolo coperto da una tovaglia arancione, e anche le pareti del locale sono arancioni, e gialle. Ci sono tralicci di fiori finti, scaffalature di lustri flaconi per capelli, specchi e lampade alogene che spezzettano la fila di poltroncine dove si fanno le messe in piega. La sagoma solitaria di una piastra Wella brilla su una mensola come dentro la teca di una gioielleria.
«Prego signora, entri». E’ la donna con il lupetto, che la sta invitando affacciata sulla porta del negozio. E le guarda la pancia, quella sporta di carne ponderosa che tiene in sospensione il giubbino comprato di taglia XL per l’utilizzo nell’ultimo trimestre. Chiara solleva il mento, evasiva: «Scusi, non volevo disturbare… guardavo il locale nuovo, è molto bello».
La donna sorride: «E quale disturbo? Inauguriamo oggi, se ha sentito i dolci ora deve assaggiarli… sennò lascia la voglia al bambino».
«Ma non c’è ancora nessuno… veramente, magari passo più tardi, quando avete finito».
Una delle ragazze, bionda e con occhiali senza montatura, si aggrappa dietro le spalle della donna: «Se lei è la prima, a noi va bene. Il pancione porta bene».
La donna annuisce: «Visto che è la prima, le facciamo la piega omaggio».
Chiara sfrega tra le dita la radice dei capelli. Sono oleosi e ricadono piatti attorno al viso: la prospettiva di lavarli è un piacere che s'insinua passeggero. Poi scuote la testa: «Ma no, grazie ma non è il caso…»
La donna le ha preso una mano. Ha il palmo fresco e liscio: «Se non ha fretta, perde poco più di un quarto d’ora. Oriana è veloce e bravissima… e poi lei in cambio ci fa un po’ di propaganda con le sue amiche, eh?».
La ragazza, Oriana, le dà di gomito: «Molto disinteressata, mamma!»
Nel cielo il turchese sta colando cinico sull’azzurro, una salda massa di tempo ciclico che avanza inghiottendo la giornata di oggi. Sul marciapiede dirimpetto, irregolari scossoni elettrici scandiscono il movimento ascendente di una serranda, un ristorante che stasera farà la cena a menu fisso dell’8 marzo e tra qualche ora sarà affollato di comitive femminili. Ferma al confine della porta Chiara sente la spinta divergente del freddo serale e della temperatura tiepida all’interno del locale. Flavio rientrerà tardi, tra loro resta l’unico collegamento di sicurezza del cellulare, un contatto perenne per segnalare eventuali emergenze legate al bambino. E ora Chiara ha un tangibile, concreto bisogno di mangiare uno dei dolci che sprigionano zuccheri dal tavolo con la tovaglia arancione.
Nell’ambiente aleggia un ibrido di profumi fruttati, sconfitti dall’aroma persistente di torte calde di forno, una delle quali è sicuramente al bergamotto - da un vassoio s'effonde quell'odore agrumato pungente. Chiara prende un muffin, la pasta morbida si sfalda contro il palato, qualche briciola sciolta rotola sulla lingua, grattugiata dalle papille. L’altra ragazza, che ha ricci castani e una fossetta in bilico sul mento, dettaglia: «Usiamo solo prodotti senza ammoniaca… Questo l’ho imposto io, altrimenti sai che tortura lavorare sei ore al giorno qui dentro!»
La ragazza avvolge un asciugamano alle spalle di Chiara e le chiude la testa tra mani sottili, che hanno dita affusolate. Chiara sente la certezza cartilaginosa dei polpastrelli, un tatto nitido e preciso. La frizione della nuca contro la ceramica fredda del lavabo le provoca un brivido fulmineo. Poi sente un tocco differente: a bagnarle i capelli non è più la ragazza, ma la donna. Sussurra: «Quanto manca?»
Chiara riapre gli occhi che si erano chiusi per una piacevole inerzia: «Dovrebbe nascere tra due settimane circa».
«Cos’è…. bambino o bambina?»
«Un maschio».
«Ed è il primo?... Scusi l’invadenza, sono una mamma anch’io, ne ho fatte tre, tutte femmine».
«No, per me è il primo figlio».
La schiuma dello shampoo monta sulle tempie di Chiara, è una pellicola soffice che la donna massaggia in disciplinate creste ondulatorie. «Le prime volte – dice - non finiscono mai. Per me, dopo trent’anni, questo è il primo negozio mio. E la figlia che manca qui, la piccola, oggi ha fatto il primo giorno di lavoro». Fa una pausa. «Oriana e Flora sono truccatrice e naturopata, le ho assunte io. La piccola, Giada, è infermiera, ha preso servizio in ospedale».
Chiara non sa perché, ma dice alla donna che oggi è il suo compleanno. L’altra anima il tono di voce: «L’otto marzo? Che bello, sei una donna nata, allora!»
L’acqua calda si riversa sulla cute con uno scroscio soffocato, e Chiara lo sente in quel momento. Un fiume bollente che scorre in mezzo alle gambe, e l’imbarazzante, assurdo pensiero che sta sporcando il locale nuovo, dove quelle donne hanno disseminato mimose, vassoi di dolci e caraffe di bevande colorate come le pareti del negozio. Le vede soltanto adesso le caraffe, e le viene sete. All’improvviso le pareti della bocca sono disseccate, riarse come un terreno cotto dal sole.
Chiara balza in piedi, colpita da un’invisibile frusta: «Ho rotto le acque».
La donna le appare davanti, in un istante il rumore dell’acqua nel lavabo s’è zittito. Le gambe di Chiara seguitano a rigarsi di liquido caldo, reiterate esondazioni di ruscelli sempre più massicci, che incollano i pantaloni alla pelle e subito s’asciugano. Forse è sangue, solo il sangue si secca così in fretta.
«Vuoi chiamare tuo marito?... tua madre?», sta chiedendo la donna mentre le tampona la testa bagnata dentro un panno di spugna. Lei registra che la donna ha iniziato a darle del tu e corrisponde quella confidenza con un'indecente impudicizia dei pensieri. Si sente ripetere a voce alta un rigurgito di sofferenza imploso in gola: «Non la vedo da dieci anni, mia madre». Il bambino si muove, Chiara fa aderire la mano al contorno di un piccolo piede, o forse una mano, non lo sa. Lo porta dentro ma finora non è mai stata capace di discernere la fisionomia di suo figlio.
Anche le ragazze si sono avvicinate, Chiara sposta gli occhi da una all’altra, poi soffia fuori un respiro strozzato: «Ho paura… deve nascere tra due settimane, non adesso».
La donna continua a sostenerle la testa, i capelli dentro il panno che già fiuta di umidità. «Hai contrazioni… dolori?»
Chiara fa un cenno di diniego. Solo acqua. Si sente bagnata fradicia.
«Non ti agitare, adesso chiamiamo tuo marito e l’ambulanza. Intanto ti asciugo i capelli?»
Chiara si divincola, il panno cade sul pavimento e diventa un ammasso informe di tessuto grumoso sul lucido del parquet. «No, io voglio andare in ospedale! Devo farmi visitare subito!»
Una delle ragazze le solleva i capelli raggruppandoli in una palla gocciolante. La donna sorride e le dà un buffetto: «Guarda che c’è ancora tempo. Non puoi stare così, con la testa bagnata».
Chiara deglutisce, la disinvoltura dell’altra la fa sentire idiota. La donna ha recuperato un altro asciugamani asciutto: «Tranquilla, guarda che si possono fare un sacco di cose durante il travaglio».
L’ultima cosa che Chiara vede del negozio è la punteggiatura gialla delle mimose. Qualche fiore si sta già rattrappendo, duro e consumato come questa giornata negli angoli di strada purulenti di scorie urbane fuori dei locali a menu fisso per la festa della donna.
Il bambino nasce alle 22.45. Mentre lo estraggono dal suo ventre lei vede un corpicino rubizzo a testa in giù, scintillante nell’involucro liquido pennellato dalla placenta. Flavio non ha fatto in tempo ad arrivare, è ancora in viaggio sull’asfalto merlettato di ghiaccio, sulla striscia di catrame reso lucente dalla neve sciolta. Tutto bagnato e sdrucciolevole, le secrezioni corporee della strada come quelle del suo parto di primipara trentottenne.
Avranno lo stesso compleanno, Chiara e suo figlio, un maschio nato l’8 marzo concepito per tradire, ancora una volta, il suo sesso. Trentotto anni e non è mai rinsavita lei, la femmina degenere. Come tra le pieghe stropicciate dei copriletti nelle case degli amici scapoli di Flavio, che adesso è il padre del suo bambino.
Un’autoradio fischia passando sotto la finestra della stanza d’ospedale. Il riquadro di cielo visibile le sembra incolore, interamente ripiegato nel groviglio di rosso vivo e bianco trasparente, carne e liquidi della sua maternità. Accanto al letto c'è un santino di Padre Pio, un mezzo rettangolo con gli angoli puntuti conficcato tra il comodino e la parete. Dal corridoio Chiara ascolta l'altilenare di voci che s'alzano in picchi acuti dove riconosce la musicalità del dialetto e brusii contratti che rimbombano nello spazio sgombro dell'androne. Dietro il paravento di plexiglass della culla il bambino è un perimetro tondeggiante, una collinetta di arti, organi e funzioni vitali che lievita sotto la copertina. Lo guarda e quasi le pare impossibile che il suo corpo, quella stessa origine di sè che lei per anni ha umiliato e denigrato nella pratica di sentimenti flagellatori, abbia creato tanta perfezione. L’unica cosa che, oltre gli errori e il dolore, oltre la sua stessa volontà, oggi l’ha resa una donna. E pensa che, da adesso in poi, lo sarà per sempre. Di questa condizione non si libererà mai. Quando quel piccolo globo di pura esistenza crescerà, quando diventerà un uomo, forse padre di altri figli. Madre, donna per tutta la vita.
(L'immagine del post è "The three Ages of Woman" di Gustav Klimt)
lunedì 7 marzo 2011
Nato l'8 marzo
Pubblicato da
isabella
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lunedì, marzo 07, 2011
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