giovedì 10 marzo 2011

La scrittura amorale

Quali effetti ci si aspetta che susciti un racconto, o un romanzo, in chi lo legge? Immedesimazione. Puro e consumistico piacere di lettura. Bellezza o, a tradimento, il suo opposto, ovvero il contorno imperfetto e disarmonico della realtà. Queste considerazioni mi tornano a galla dopo aver riletto "Il male naturale” di Giulio Mozzi, ripubblicato da Laurana editore e richiamato alla memoria le polemiche che accompagnarono tredici anni fa l’uscita del libro di racconti.
Certamente in pochi, quando leggiamo, desideriamo star male. Nessuno, per lo meno consciamente, sceglie un libro perseguendo la ricerca di emozioni negative o stati di turbamento.

Come ho raccontato già in questo blog, quando lessi “Le particelle elementari” di Houellebecq e mi si riversarono addosso ondate di umanità disgregata, misoginia e distruttivismo, fui tentata di abbandonare il romanzo. Toccando alcune pagine ero arrivata persino a sentire in gola il rigurgito della nausea. Poi mi bastò il finale della storia per convincermi che avevo appena vissuto un’esperienza di perdizione e salvezza, resa possibile dalla parola, dalla scrittura. All’improvviso dove c’erano buio e disperazione, dilagava un impetuoso, invincibile chiarore.
Leggendo “L’apparizione” di Rocco Carbone il processo di consapevolezza fu invece sottile, trattenuto ad un confine quasi insenziente. Conclusi la lettura di notte con l’impressione di un libro illuminante, ma non riuscii a dormire ritrovandomi asserragliata in qualcosa di molto simile alla depressione, o forse la sfiducia nella possibilità di essere felice. Il mattino dopo decisi che avevo letto un capolavoro.
Dei racconti del mio libro “Comuni immortali” Giulio Mozzi, tra l’altro, aveva scritto: “...questa non è una voce cristallina: è vetro smerigliato. Non c'è trasparenza: c'è una materia semidensa nella quale il mio sguardo entra, si invischia, rimane prigioniero. Non posso dire di aver provato piacere, lì invischiato. Non posso dire di essere stato felice, prigioniero lì dentro. Ma devo dire che questa materia semidensa mi è rimasta attaccata addosso. Che non me ne sono liberato facilmente”.
Qualcuno, leggendo questa quarta di copertina, le trovò parole bellissime, ma ci fu anche chi mi disse: ma cosa vuol dire? E nonostante Mozzi (di cui adesso arriverò a parlare di “Il male naturale”) terminasse affermando che aveva trovato i racconti molto belli, quella persona mi chiese: è un giudizio buono o cattivo? Se leggo i tuoi racconti mi piaceranno o mi daranno angoscia?
Lo stesso dilemma me l’ha espresso l’amico Nuccio De Benedetto, a proposito però del romanzo “Un giorno come lei”. Nuccio mi ha spiegato di aver fatto fatica ad arrivare in fondo alla storia. Perché l’atmosfera lo inquietava. Cosa di cui ho piena contezza: le mie storie hanno un basamento di dolore, di vissuti problematici. Io provo a scriverne differendo l’impatto con questo fondo, da una superficie di distacco che è un diaframma necessario alle parole che sento ma pure non mi impedisce di amare i miei personaggi. Personaggi e storie “amarognole” (la definizione è di un altro amico, lo scrittore Vincenzo Corraro). L’unica volta in cui mi sono affidata a un tratto più marcato di ironia, nel racconto “Spazzatura cosmica”, chi l’ha letto ha espresso qualche perplessità, non ha lasciato segni forti come gli altri, insomma. E non so ancora se l’approccio parodistico che ho tentato in “Nome d’arte Goran” (romanzo che prima o poi sarà pubblicato da Città del Sole) spiazzerà chi ha letto “Un giorno come lei”.
“Vedi – mi ha detto Nuccio – è un po’ che ho deciso di fare soltanto cose che mi fanno stare bene. Niente film, musica o libri depressivi”. Poi aveva aggiunto: “Però c’è una cosa strana. Secondo me il tuo romanzo è bello perché i personaggi sembrano sospesi dentro una bolla, quasi come se fossero imprigionati. Ma questa stessa atmosfera mi coinvolge tanto da richiedermi di uscire dal libro, per non esserci anch’io, dentro la bolla”.
Ed è come dire che nessuno di noi legge un libro perché vuole soffrire. Ma può capitare che in quegli atomi di smarrimento ci sia quello di cui è fatta la vita, e allora, nel bene o nel male, non dimenticheremo facilmente quella scrittura. Esattamente quello a cui aspira chiunque scriva.
Ho letto molti racconti di Mozzi, e sempre ho percepito un’assoluta coerenza tra scrittura narrativa e capacità di scrutare nelle cavità recondite dell’umano esistere. Anche se questo significava materializzare situazioni e pensieri molesti, analisi scabrose, introspezioni limitrofe alla morbosità. Mozzi spinge la parole finché non è arrivata all’osso, scarnificata e nuda nella compiutezza del suo oggetto, che diviene impossibile da non guardare, da non conoscere.
“Il male naturale” l’hanno definito libro fantasma perché era già stato dato alle stampe nel 1998 per Mondadori. E’ uno dei casi in cui nella letteratura disturba troppo quel retrogusto angosciante che dichiara un uso della finzione non per consolare o edulcorare ma per scandagliare il reale umano. Infatti nelle librerie la prima edizione del libro era rimasta poco, presto defilata nell’interesse della casa editrice dopo la sferzata moralista del parlamentare della Lega Oreste Rossi, che presentò un’interrogazione per chiedere la soppressione del volume. Pietra dello scandalo fu il racconto intitolato “Amore”, poche paginette che descrivono in modo lucido e quasi chirurgico la relazione fisica tra un uomo e un bambino. Dove i ruoli sembrano ribaltarsi e l’uomo appare schiavo del sentimento verso il bambino, mentre quest’ultimo è un crudele aguzzino che calpesta e umilia l’adorazione dell’adulto. Ma, anche se il titolo suggeriva l’amore, c’erano di mezzo il sesso, e l’evocazione della pedofilia, così Rossi bollò il racconto (e l’intero libro) come scrittura depravata. A complicare le cose si aggiunse la presunta complicità della Mondadori, che aveva scelto proprio “Amore” nell’estratto di lettura per pubblicizzare il libro sul proprio sito internet. Ne nacque una querelle conclusa con la scomparsa del volume, già di per sé autocondannato dall’inquietante copertina ormai vintage, dove le dita di una mano ghermivano un pube affondando nella carne come artigli. Non meno d’effetto è la nuova copertina di Laurana, che mostra un angoscioso busto umano, l’opera di Aaron Demetz “Inverno” (non riesco a far a meno di provare attrazione per le grafiche di libri che scelgono l'arte contemporanea, è un retaggio dei tempi in cui, ancora senza prole, potevo permettermi viaggi a scopo mostre...).
In questi anni l’autore, che gestisce un frequentato blog letterario, “Vibrisse, bollettino”, ha proposto più volte sul web il racconto incriminato scatenando ogni volta infinite discussioni sul moralità e scrittura. Ma se la scrittura narrativa è libera – libera persino di ferire o offendere – dovremmo essere fuori dal campo della moralità. Occorrerebbe piuttosto distinguere tra immoralità e amoralità, quest’ultima (con il suo prefisso incolpevolmente privativo, ad indicare l’assenza genetica di qualcosa) insita nella natura della letteratura di finzione, quanto non lo è invece, ad esempio, nel giornalismo, che dovendo fornire un servizio (l’informazione) non può permettersi spazi di sregolatezza di pensiero.
Perciò credo che rileggendo oggi “Il male naturale” nella nuova edizione - arricchita di un commento dello stesso Mozzi sulle vicende del libro e di una nota critica di Demetrio Paolin – si farebbe torto a concentrarsi solo sul racconto della diatriba. E questo sia che si condivida o meno la mia concezione di letteratura amorale, e si sia o meno nel partito di quanti, come il mio amico Nuccio, preferiscono non procurarsi, leggendo, lesioni emotive (pur riconoscendo di esserne attratti).
Questi racconti di Mozzi sono infatti una piccola e sconvolgente lacerazione nel loro narrare un grumo segreto dell’umanità, il substrato del nostro male inevitabile. C’è una cattiveria silenziosa che è soprattutto degli afflati spontanei del corpo, e poi intacca l’anima. E non è possibile redimerla, come dice con asettico nitore Giulio Mozzi: “Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale. Non credo che un perdono potrà salvarmi, né credo che potranno salvarmi una terapia o il pensiero razionale o tanto meno la letteratura”.
Una letteratura che gioca con rimandi autobiografici (il nome Giulio, il riferimento a persone realmente conosciute dall’autore) ma rivendica la facoltà di cambiare le cose stemperando eventi e sensazioni in una sorta di catartica follia. Così nei racconti ci sono corpi torturati da tagli autoinflitte, sensi di colpa che si trasformano in ossessione, attrazioni morbose traslate dall’oggetto originario a simulacri sostitutivi, desideri che hanno come fonte soprattutto persone perdute o scomparse. E pare che proprio attorno all’assenza, a questo vuoto lasciato aperto nei sentimenti dei personaggi, si sprigioni un male quasi esantematico che la scrittura di Mozzi denuda senza enfasi ma nell’essenzialità di reiterazioni linguistiche, dialoghi interiori, disconnessioni di tempi e pensiero. Nella nota finale del libro, datata 1997, l’autore annunciava che “Il male naturale” sarebbe stata la sua ultima antologia di racconti, e in effetti (sebbene ci furono poi “Fantasmi e fughe” e “Fiction”), questa raccolta rappresenta uno spartiacque nella produzione dello scrittore veneto. Dopo l’esordio di “Questo è il giardino”, identificato da Mozzi come acme della propria condizione di scrittura (un dichiarato benessere che si trasmette al lettore, come riprova dell’efficacia dell’appagamento dell’autore nei confronti del suo lavoro), e poi il perturbante “La felicità terrena”, questi racconti che analizzano il “male” sono l’ultimo e più completo capitolo di una trilogia intima che – come dicevo - guarda lì dove forse si avrebbe paura di farlo. Dunque poco importa se, come ipotizzava Oreste Rossi, Mozzi sia correo nell’amore tra il pedofilo e il bambino, o che, come scrisse Pampaloni, il racconto “Amore” sia sgradevole e crudele, se lasci intuire compiacimenti o non piuttosto un distacco paradossalmente empatico con la zona oscura dell’umanità. Una volta (era un grottesco dibattito per “Comuni immortali” finito nel battibecco sui contenuti sessuali di alcuni racconti tra due pseudocritici letterari di provincia) con l’antropologo Mauro Minervino commentammo della pruderie bacchettona di quanti annusano viziosità in ogni riga dove affiori il sesso. E notammo che in certi casi, al contrario, il sesso ha sfumature assolutamente non sensuali: è lì come un brullo, manifesto dato di fatto, è lì senza eccitare. Per dirla, come con crudezza osservò Tinto Brass rispondendo a una mia domanda in una Mostra del cinema di Venezia ormai lontanissima nel mio tempo di mamma esiliata dalle trasferte giornalistiche, c’è anche del sesso che non provoca, illustrò il regista, "erezioni nei maschi e umidori nelle femmine". Il presunto erotismo di “Amore” è freddo e dolente, così come agghiacciano, negli altri racconti, le ardenti passioni della giovane disabile, le fantasie necrofile, la verginità carica di prospettive, il feticcio infantile e vagamente intriso di delirio religioso del coro di Mariele Ventre, o l’incomunicabilità fisica ed emotiva da cui sono affetti tutti i personaggi, spesso simili tra loro al punto di confondersi in una narrazione progressiva e infinita.
Racconti che, a fine lettura, continuano a far aleggiare una consapevolezza strisciante. Il male organico acquattato dentro di noi, tra tessuti, umori e desideri insospettabili.
Possiamo liberamente scegliere di non volerlo sapere, di non volere qualcuno che ce lo venga a dire in questo detestabile modo che è il reale. Non vogliamo sapere che siamo fatti di sangue, d’acqua e naturale perversione.

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