Il mio secondo romanzo, Nome d’arte Goran, pubblicato da Città del Sole, è probabilmente l’ultima mia narrazione collocata nell’indeterminatezza geografica. Una direzione che avevo preso, sin dai racconti di Comuni immortali, per rappresentare un’idea onnicomprensiva di Sud che – per come la vedo io – ingloba la dimensione esistenziale dei luoghi. Per me è il lato sentimentale del Mezzogiorno, quella cosmogonia di umanità, iconografie, simboli e anche luoghi comuni che caratterizzano la vita alle latitudini dell’emisfero meridionale. Di tutto questo fa parte, in una misura quasi totalitaria, la forma vaga e indefinibile della periferia.
In “Nome d’arte Goran” la periferia – intesa come situazione remota e antitetica al centro – è stata per me funzionale alla storia, più che in passato. Non è un caso – così ho poi riflettuto – che dopo questo romanzo io abbia iniziato a scrivere identificando con esattezza le città dove ambiento la narrazione, e dunque cambiando completamente strada. Me lo spiego semplicemente: quella periferia concettuale era un esperimento concluso, sebbene non sappia ancora dirmi se con l’esito che cercavo, o nel fallimento.
Il mio personale vissuto di periferia è imperfetto, almeno dal punto di vista delle definizioni. Sono nata e cresciuta in una città, e nelle mie successive migrazioni – tutte confinate a Sud – ho sempre stabilito residenze urbane. Ogni mio stanziamento era – ed è - però interamente periferia in questo suo limbo che non è né metropoli né villaggio. Cosa c’è più periferico di un indirizzo informe e ancora in addestramento, la cui unica peculiarità è l’essere decentrato?
Nel romanzo ho raccontato questa condizione con un tono ironico – che mi è sembrato l’unica possibilità contemporanea, quella parallela alle tracce desuete qua e là ancora cooptate dalla letteratura tradizionale meridionalista – della cui efficacia non sono totalmente convinta. E adesso che il romanzo è diventato un libro, ho ripreso a chiedermi cos’è per me – oltre la parodia, oltre la narrativa – la periferia.
La prima cosa che mi viene in mente è una tara genetica impossibile da correggere. In questi anni, condividendo un’identità periferica, ho conosciuto molte persone che da quest’identità tentano di emergere. Gente che continua a vivere qui – per scelta, motivi affettivi o più spesso per cause di forza maggiore – e prova a farlo con costrutto. Gente che ha buone idee e lavori creativi, che promuove iniziative nuove e vuole cambiare questo sostrato penalizzante. Certe volte, quando la conoscenza s’è rinsaldata in confidenza e amicizia, ho scoperto che in alcune di queste persone anch’io suscito la stessa opinione. Insomma, in questo gruppo ci diamo da fare, non siamo gli atavici meridionali immobili. Eppure la periferia si attacca sulla nostra pelle come una tenia vorace, e ci scava addosso la cicatrice della tara. Ed ecco che, qualsiasi cosa noi pensiamo o facciamo, è vanificata da questo marchio d’immaturità. Perché noi siamo nati dopo, partiamo in ritardo, siamo l’imitazione sbilenca di quello che, da altre parti – il centro, il polo opposto alla periferia – è il modello originale. Oppure, quando l’originale siamo noi, la nostra inesperienza inficia lo sforzo: nel nostro operato c’è sempre un errore, un refuso, un’ingenuità che fa sorridere. E’ quel difetto congenito che annienta l’ingegno e ci rimette in coda. Eterni secondi, eterni portatori di menomazioni. Una similitudine calzante nella terra dei disoccupati suggerisce che non saremo in grado di risalire la graduatoria, mai. Ci dicono che, sì le doti ci sono, ma così purtroppo non va ancora bene. Quasi sempre hanno ragione: se siamo onesti, lo vediamo pure noi il manufatto incompleto che, nonostante l’impegno, abbiamo prodotto. Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che, un’altra volta, quest’insita, naturale particella di sprovvedutezza ci ha sopraffatti. Ma come recuperare lo scompenso? No, non possiamo. Perché in periferia esistono soltanto autodidatti, nessuno ci spiega dove sbagliamo e come correggere la sgrammaticatura che ha sporcato la pagina immacolata del volenteroso compitino.
Quante volte ho sentito queste parole aleggiare attorno al mio universo di periferia? Di esempi ne avrei a migliaia. Ad esempio, a Matera giravano “The Passion” di Mel Gibson e io lavoravo dodici ore al giorno per andare tutti i giorni sul set e scrivere anticipazioni sul film o fare interviste. Ma i miei articoli li leggevano soltanto in Basilicata, e, magari un mese dopo, ritrovavo le stesse notizie su riviste nazionali, dove venivano presentate come esclusive. Non importava che io ne avessi già parlato. Perché io non esistevo, ero invisibile.
Ad esempio, avevo programmato un’inchiesta sulla piccola e media editoria e mi sono sentita rifiutare interviste da editori a cui non interessava apparire su giornali a diffusione regionale, oppure le mie recensioni di libri – pur accolte da caldi ringraziamenti degli autori e degli editor – venivano sistematicamente cassate dalle rassegne stampa. Uguale destino, sembra, avrebbero i miei libri nell’utopico caso in cui venissi un giorno pubblicata da un grande marchio: da chi lavora nel settore ho scoperto che i grandi editori sono poco inclini a inserire, nelle biografie dei loro autori, sigle minori. Presumibilmente – come è accaduto ad un’amica, brava scrittrice che da poco è riuscita ad ottenere un contratto degno, anche i miei libri, come nella quarta del suo volume, verrebbero elencati con i soli titoli, come inconsistenti fantasmi. Nel frattempo mi è successo che la periferia si sia dissolta in uno dei miei libri. Una decisione d'imperio dell'editore: un conterraneo che però temeva che l'origine calabrese potesse danneggiare la promozione del libro. In molti - sostenne l'editore - trovando quella cacofonica dicitura "Reggio Calabria" avrebbero aggirato l'acquisto. Perché Reggio Calabria vuol dire periferia, un effetto taumaturgico al contrario che funziona da inconscio bollo di mediocrità. Lì, in quell'aletta di copertina, il fantasma sono io. Un'evanescente Isabella Marchiolo di cui non si conosce il luogo dove è venuta al mondo. Leggendo quelle brevi righe criptate sulla quarta del libro, ho scoperto quanto sia importante, invece, il genius loci. Lo è così tanto da caratterizzare più dell'età e persino più del lavoro o delle esperienze di vita. Perché è il germe: da lì inizia tutto, e puoi almeno tentare di comprendere il tuo posto nel mondo.
Il mio è fortemente condizionato dalla periferia. Ancora un esempio: al lavoro mi è capitato di contattato personaggi della cultura e politica – gente di cui avevo stima – per farmi rilasciare dichiarazioni sulla rivolta della popolazione lucana contro il deposito di scorie nucleari a Scanzano jonico, e quando le risposte non sono state silenzio, erano più o meno di questo tenore: lasci perdere; non è un argomento che conosco; oppure: ho troppi impegni per dedicarle qualche minuto. E (su richiesta degli editori) ho contattato gente di cui avevo stima per chiedere una partecipazione a miei libri in pre o postfazioni, e molte risposte sono state più o meno di questo tenore.
Questi episodi hanno tutti una componente esogena: la periferia percepita dagli altri, i non periferici. Ma non meno spesso questo status d’inadeguatezza s’invischia nelle nostre vite a causa di chi la periferia la custodisce e riproduce come uno scudo dal resto del mondo. C’è, in questa paga comunità oriunda, chi pensa che a noi debba andar bene quest’esistenza limitrofa, e che sia persino una grazia ricevuta. Vivibilità, dicono. Nessuno ci troverà e verrà a infastidirci: è un vantaggio, quello di potersi ibernare dentro un calco a "misura d'uomo", come dice la formuletta di prammatica dei periferici contenti. E se restiamo separati dal centro,allora in questa periferia riusciremo ad essere i migliori – possedere l’auto più grossa del paese, vincere il premio letterario della provincia, essere invitati ai convegni organizzati dal sindaco - senza che ci colpisca una frustrante smentita. Da questo genere di persone – in buona fede, lo riconosco - ho sempre tratto la più disarmante incomprensione. Si chiedono perché agisca in un certo modo, o perché scriva certe cose. Ed è tale il loro infantile candore da manifestarmi apertamente questa discrasia, talvolta accompagnata per paradosso da elogi imbarazzanti alla mia scrittura, o panegirici morali sull’esercizio della professione di giornalista e la “passione” (o hobby, non riescono a concepirlo altrimenti) per la narrazione.
Tutto questo, per me, significa periferia. Ma poi capita che, adattandoci alla sagoma della nostra tara, organizzando la vita in modo da aderire senza troppi danni al nostro handicap, continuiamo a vivere, a pensare, ad amare. Questo orizzonte consunto e accartocciato, questi giorni con il respiro corto che seguitano a pulsare testardi appartengono al nostro passato, sono l'irrinunciabile somma matematica dei dolori e delle gioie che hanno fatto di noi quello che siamo. E questa è la storia che ho provato a raccontare in “Nome d’arte Goran”, forse la storia che ho voluto raccontare fin dall’inizio e che continuerà a trafiggere – in forme differenti, nella maturazione della mia impossibile fuga da questa natività, con la consapevolezza e il dolore esatto dei luoghi - ogni altra cosa che scriverò.
(L'immagine del post è l'opera "Il sonno della periferia" di Paolo Collini)
lunedì 14 marzo 2011
Cosa significa periferia
Pubblicato da
isabella
a
lunedì, marzo 14, 2011
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