“Possibile che non avessi altro a cui pensare? E soprattutto, possibile che non avessi altro da scrivere?” Le domande che Alan Bennett si pone nel libro “Una vita come le altre” sono galleggiate in testa anche a me. Bennett è un drammaturgo inglese che a oltre sessant’anni si mette a indagare su un segreto familiare, il dissepolto suicidio del nonno. Da lì inizia un’analisi sulla madre, più volte ricoverata in clinica psichiatrica, poi sul padre e su se stesso. Io invece sono una che ha scritto un romanzo, ancora inedito, dove si parla di una donna che non ha risolto certi atavici conflitti con la famiglia. E, come Bennett, mi chiedo: perché, a trentacinque anni come a sessanta, un autore non riesce a fare a meno di parlare di genitori, figli e tutto ciò che ruota all’apparato sentimentale di una famiglia?
Prima o poi, insomma, tranne rari casi di romanzieri maestri nella costruzione narrativa di fantasia, questa porta la varcano tutti. E forse la famiglia se ne sta acquattata pure dentro storie apparentemente svincolate dalla realtà dell’autore: lo ha ammesso Josè Saramago quando, ricevendo il Nobel per la letteratura, ha rivelato che in ogni suo libro si aggira il nume tutelare del nonno e delle affabulazioni di cui quel coriaceo contadino aveva nutrito il nipote in remote e afose notti d’estate trascorse a dormire sotto la frescura degli alberi.
La storia raccontata da Bennett è senza schermi un diario, un’autobiografia, seppure priva della partecipazione emotiva e solipsistica di un monologo privato. Il mio è un romanzo, con personaggi di pura invenzione e una trama che segue rotte diverse dalla vita reale dell’autrice. Ma non posso negare di aver attinto al serbatoio intimo di storie ed esperienza della mia famiglia. Ricordo che in una conversazione da blog lo scrittore Cosimo Argentina a un certo punto era sbottato dicendosi stufo di leggere romanzi in cui le autrici non facevano che parlare di gravidanza, parto e svezzamento dei figli. Cosimo, che anche è padre, commentava di non essere interessato ai nostri patemi materni confluiti in letteratura, e di reputarli quasi una forma di sfruttamento creativo della prole. Non è una novità, direi: gli scrittori sono spesso sanguisughe, parassiti che depurano le scorie dei loro furti nell’incolpevole sdoppiamento identitario dei personaggi. Non ero e non sono d’accordo con Cosimo Argentina perché credo che il calco della scrittura sia la libertà e la spontanea espressione: certamente se scrivessi thriller o libretti umoristici femminili alla Bridget Jones troverei più facilmente un editore e nel primo caso (il giallo) non mi dispiacerebbe neppure padroneggiare il genere, ma se devo seguire l’istinto, se la mia dev’essere una scrittura sincera, è altro ciò di cui voglio parlare. Ebbene sì, voglio parlare di coppie, di genitori e figli, di pappine e pannolini. Voglio essere la centesima persona che ne parlerà, ma per farlo a modo mio. Mi consola il fatto che Nick Hornby sia rimasto estasiato dalla dettagliata descrizione di una madre che tenta di disabituare la figlia al ciuccio, contenuta in uno dei romanzi di Ann Tyler…
Adesso, però, leggendo “Una vita come le altre”, qualche dubbio mi era sorto. Non sull’opportunità o la fruibilità dell’argomento famiglia, ma sul cinismo di cui è intrisa la capacità stessa di rielaborare materiale privato e trasformarlo in romanzo. La cronaca di Bennett è a tratti un catalogo asettico di dolori e ferite sedimentate nella storia familiare, e questo suo lucido distacco da eventi e persone mi è parso raggelante. Le persone che soffrono diventano piante o insetti da laboratorio, lo scrittore si trasforma in un entomologo. Avevo percepito una simile efferatezza letteraria nello stile limpido e perfetto di Philippe Forest. E probabilmente questo avviene perché nel rapporto di Bennett con la famiglia (e nel lutto di Forest per la figlia) è stato realmente così, e sarebbe stato – uso questa parola perché giudico la menzogna letteraria, quando edificata e consapevole, un reato - immorale mentire per ricavarne un romanzo sornione e pietistico. Quasi un tradimento. Il libro di Alan Bennett, con questi raggelanti schiaffi in pieno viso, è bellissimo: non si sarebbe potuto scriverlo in modo diverso, e in nessuna pagina ho avvertito residui di compiacimento, edulcorazione dei fatti o artificiale diplomazia.
Il mio romanzo, invece, era germinato da un’idea, da una persona vera che ha messo radici in un personaggio. Poi la storia se n’è andata da un’altra parte ed è finita in un posto che rimane lontano, per spazio e destino, dalla mia realtà. Mentre aspetto una risposta da chi lo ha letto e potrebbe pubblicarlo, continuo a fare infinitesimali modifiche al testo, e questa volta mi sembra diversa dalle altre. Sebbene io sia totalmente scissa dai personaggi, permane la stratificazione profonda di un senso di colpa, una tentazione a ridimensionare i punti più scomodi della storia. Uno scrupolo inspiegabile nella scrittura di un romanzo - no, peggio, è una castrante violenza all'autonomia della narrazione (che fine avrebbero fatto, in questa logica, opere come "Le correzioni" di Franzen?). Ma so bene che qualcuno scaverà nelle impronte originali, in quelle fisionomie e quei caratteri che io ho visualizzato per infondere vita nei personaggi narrativi. E continuerà a filtrare un’osmosi ormai esaurita da tempo tra realtà e finzione.
Se mai pubblicherò questo libro, questo potrebbe essere l’approccio di certi lettori esterni alla mia geometria familiare. E’ capitato anche a me, del resto. Puerile, ma un po’ fa parte del gioco: leggi un libro e fai associazioni d’idee tra romanzo e romanziere. Quando con entusiasmo scoprii l’opera prima di un autore che oggi è da best seller, notai subito alcune affinità anagrafiche tra il protagonista del libro e lo scrittore. Cose come la città d’origine, l’età, la professione. All’epoca lo scrittore venne nella città dove io lavoravo per presentare il libro, e lo intervistai. Poi, come lui mi aveva chiesto, dopo la pubblicazione gli inviai l’articolo. In cambio ricevetti una serie di mail in cui lo scrittore si complimentava con me e faceva allusioni vagamente galanti. Tempo un anno più tardi, al secondo libro, partecipai a una nuova presentazione, preceduta da sue mail altrettanto gentili. Ma nella sala della conferenza lo scrittore non fu ugualmente espansivo e dimenticò la nostra partecipata corrispondenza: in prima fila sedeva una bella signora bionda, la moglie. Invece il personaggio dei libri era un malinconico separato...
La protagonista del mio terzo romanzo vive in Calabria come me. Come me è madre e ha due città tra le quali migra, affettivamente e nella routine fisica di due esistenze parallele. Come me ha una nonna pittoresca che oggi non c’è più, come me convive anziché sposarsi. Qualcuno farà caso a tutto questo, ma è inconfutabile che quel personaggio non sia io. Perché, allora, continuo a rifare all’indietro la strada del romanzo innalzando steccati dove la libertà aveva attinto dalla vita vera? Perché mi colpevolizzo se faccio l’entomologa, come Bennett? Forse mi sento un vampiro, e sto dando ragione a Cosimo Argentina. Forse penso che questo sia il mio romanzo migliore solo perché parla della cosa che conosco meglio al mondo, l’amore. E la famiglia.
Però, al netto di questi ossessivi cesellamenti letterari, da due anni e mezzo il nucleo del romanzo è intatto. Non ha subìto stravolgimenti di trama, aggiunte di capitoli e ricostruzioni strutturali, come mi è successo con i lavori precedenti. Se lo facessi questa volta, mi sembrerebbe una lobotomia. No, non importa quanto cinica io sia nel raccontare questa storia, nel frugare dentro il talamo sacro della Famiglia. Importa soltanto che io sia libera, insieme al mio romanzo. Di questa libertà non ne ho sofferto. Non ho scritto a fatica, non è stato un lavoro terapeutico. La storia è sgorgata fuori da me come una sorgente, cristallina e inarrestabile. Non sono riuscita a irreggimentarla perché l'avrei distrutta: sono una ladra che può trafugare l'essenza di una vita, ma non ho la blasfemia di rubare la voce dei miei romanzi e renderli carne sanguinolenta ma muta. Questo romanzo era la mia storia, ed è diventata la storia di qualcun altro. Famiglia: possibile che non riusciamo a scrivere d’altro?
(L’immagine è “La famiglia Bellelli“ di Degas)
lunedì 14 febbraio 2011
Un romanzo di famiglia
Pubblicato da
isabella
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lunedì, febbraio 14, 2011
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