Ho conosciuto Adele Cambria qualche anno fa a Roma. L’avevo invitata per la presentazione del mio libro di racconti “Comuni immortali” alla libreria Fandango, ma non credevo che quella sera lei ci sarebbe stata, perché la giornalista non era una mia conoscenza diretta e avevo ottenuto il suo numero di telefono da un’amica. Invece la notai subito nella saletta, identica alla fisionomia apparsa in tante interviste televisive – piccola, minuta, con un folto caschetto di capelli che nei servizi Rai erano scuri e adesso sono candidi, con i suoi immensi, accesi occhi chiari. Rimase sino alla fine della presentazione e dopo scambiammo qualche parola. Mi disse che avrebbe letto il libro, che era curiosa.
Non so poi se l’abbia fatto davvero perché non ho più composto il suo numero di cellulare, coriacea nella mia orgogliosa ritrosia verso i veterani della scrittura, timorosa di risultare invadente nella mia inesperienza: di fatto è tutto l’opposto, se calcolo che da ormai quattordici anni che lavoro nel giornalismo e ho pubblicato quattro libri, di cui due di narrativa a cui se ne aggiungerà un altro all’inizio del prossimo anno. Dunque non sono un’esordiente, non più. Ma nell’establishment letterario resto di fatto invisibile, un po’ come lo erano i miei scoop sul set del film “The Passion” di Mel Gibson, secretati nelle pagine del principale quotidiano lucano e scalzate, settimane dopo, dalle anteprime (ma il contenuto era lo stesso dei miei articoli) sui rotocalchi nazionali. Invisibile un po’ come lo è il mio romanzo scomparso dopo pochi mesi dalle librerie per decisione del distributore.
Ecco perché non sono certa che Adele Cambria mi abbia letta o si ricordi di me. Ma, prima di aver letto a mia volta il suo “Nove dimissioni e mezzo”, forse avrei detto: sì, questa intellettuale femminista d’assalto non si ricorda di me, non può essere. Invece ora, apprendendo della sua giovanile esultanza per chiunque investa la propria esistenza nella scrittura, apprendendo della sua incrollabile sorellanza verso le altre donne, qualche dubbio ottimista mi sfiora. Mi dispiace non averglielo potuto chiedere di persona quest’estate a Reggio, quando tornò nella nostra città per presentare questa sua ultima autobiografia professionale, pubblicata da Donzelli. Le improrogabili ragioni del sonnellino pomeridiano di mia figlia mi hanno impedito di ricambiare la cortesia di quel nostro unico incontro romano. Ma Cambria capirà, è madre anche lei e, come spiega nel libro, per la prole rinunciò ad un elettrizzante incarico di inviata “mondana” all’estero. Se arriva da lei, una simile obiezione mi rinfranca: non sono quindi quella smidollata (o peggio, scansafatiche) che viene dipinta da molti, ovviamente nelle retrovie non ufficiali della redazione, ogni volta che usufruisco del congedo parentale o di altri diritti legati alla maternità. Ebbene, i sensi di colpa, le nostalgie, le responsabilità e le fitte incontrollabili della relazione con i figli hanno insidiato anche una che ha recitato con Fellini e Pasolini, scritto un’opera teatrale sulle donne di Marx, raccolto le confidenze di Elsa de’ Giorgi, fondato una rivista femminista e vissuto tra Roma, Milano e Londra. Da una, non dimentico con una punta di piacere, che è nata pure, come me, a Reggio Calabria, e ne è fuggita.
Le assonanze tra me e Adele Cambria si fermano qui. Io sono rimasta in Calabria, tranne che per una breve sortita in Basilicata, da atipica emigrata da un Sud all’altro. Lei ha lavorato per i principali giornali italiani, attraversando cinquant’anni di cambiamenti del nostro paese e della società. Io sono “ammessa” nel sancta sanctorum alle riunioni redazionali con capiservizio e direttore, lei è stata, per tutta la sua carriera, una prestigiosa collaboratrice. (Un appunto dolceamaro dei miei anni di debuttante come redattrice: un amico eterno collaboratore a rigaggio di una testata concorrente, con il quale ci beccavamo alle serate teatrali sfidandoci poi l’indomani a colpi di recensione, vede in televisione un servizio ambientato nella smagliante sede centrale del nostro giornale, dove avevo iniziato a lavorare sostituendo una collega incinta, e mi confessa che mi ha invidiata: “Quella sì che è una redazione, non il nostro ufficetto”).
La lettura di “Nove dimissioni e mezzo” è stata per me provvidenziale. Sarà perché è accaduta mentre aspetto il mio secondo figlio e, a riposo, ho attualmente del mio lavoro solo la visuale e l’eco dei servizi televisivi e degli articoli di cronaca di questi ultimi mesi, fagocitati da uno scadente voyeurismo del macabro, del vizioso? Qualche giorno fa, riflettendo sulla scrittura dei pezzi di uno dei maggiori quotidiani nazionali, ribadivo un’intuizione sorretta dalla fiducia nel lavoro che ho fatto in questi anni, dalla correttezza e precisione che, lo credo fermamente, ha caratterizzato i miei articoli giornalistici o le mansioni che mi sono state affidate. E questa convinzione la estendo ai miei colleghi, tutti giornalisti in trincea che dalla nostra professione spesso traggono più oneri che onori, pur lavorando con gli stessi ritmi e uguale preparazione di chi è assunto nei “grandi” giornali. Ovvero, è stata questa la mia riflessione, non noto alcuna superiorità – non stilistica, né d’informazione – in un pezzo di cronaca di Repubblica rispetto a un pezzo (o alla maggior parte di pezzi) pubblicato sul nostro Quotidiano della Calabria. E neppure nel settore culturale, nelle terze pagine, ho visto, in questi mesi in cui sono lontana dalla redazione, idee o letture degne di particolare nota, almeno non sui quotidiani nazionali che leggo giornalmente. Con il contraltare della letteratura, e della revisione in corso del mio secondo romanzo (che pure trovo per molti versi imperfetto, incompiuto persino), tutto questo mi ha portata anche a svilire il mestiere stesso del giornalismo. Inseguo da sempre la scrittura, il parola che raggiunge l’umanità. Non sono un animale da redazione, né una reporter invasata. Non penserei mai, come fece una collega all’epoca del delitto di Erika e Omar, “ma perché non sono nata a Novi Ligure!”.
Eppure non era una cosa risaputa? Il giornalista deve informare, non importa che scriva bene o tocchi le corde di chi legge. Quello è compito della letteratura, se ci riesce. Ma da qui a trasformare il mio lavoro in una fiera delle pruderie, in un morboso adescamento dei lettori, ce ne corre.
Un antidoto alla mia strisciante disaffezione al giornalismo è stata la scrittura di Adele Cambria. Questa donna straordinaria per il suo vissuto e le sue idee è riuscita anche ad essere una cronista di memorie non asettiche. Una voce viva, vibrante di personalità, asimmetrica all’allineamento di firme-ombra – fotocopiate nell’uso di luoghi comuni, banalità e formule trite (…non erano quelle che nei corsi c’indicavano come gli errori più pericolosi all’esame scritto per il tesserino di professionista?) – capace di un lucido discernimento dei eventi che le passano davanti agli occhi. Soprattutto, Adele Cambria è qualcuno che ha difeso il suo “genere” femminile e le peculiarità intellettive o creative connesse senza scimmiottare il mestiere fatto dagli uomini, una che non ha avuto paura di manifestare le sue idee e di esporsi. Ci ripenso quando sento di colleghi che usano lo pseudonimo in pezzetti di cronaca locale che potrebbero offendere un sindaco o una fonte. Perché, dicono, sono utilità da non perdere. Ma sono certa che Adele Cambria sarà d’accordo con me se replico che un buco sul giornale non vale la dignità della nostra firma.
Forse, leggendo l’appassionante racconto-diario di “Nove dimissioni e mezzo”, avrò anche pensato che quelli di Cambria erano altri tempi. Che, nonostante le restrizioni, le ingerenze politiche e le censure che la giornalista mia concittadina denuncia nel libro, la professione allora non era imbastardita come lo è oggi. Che erano tempi in cui un romanzo edito da un piccolo marchio aveva comunque una sua visibilità, un riconoscimento identitario.
Poi mi torna in mente che questa donnina caparbia si è dimessa da grandi giornali ogni volta che ha sentito la sua professione a rischio, la sua integrità di pensiero minacciata o vacillante. E mi ripeto che, se non finirò per disamorarmi di questo mestiere, l’unico antidoto alla mia crisi è questo modello di giornalismo. Non accettare compromessi, non svendere il patrimonio della firma, più prezioso di qualsivoglia ingaggio o promozione, impermeabile alle blandizie dei falsi maestri. E, se possibile sotto l’ipnosi mediatica di questa stagione incolore, mantenere intatto l’entusiasmo.
Infine, con un po’ di amarezza, ho soppesato il nome di Cambria a quello delle varie Camilla Cederna e Oriana Fallaci, che ha, per concomitanza generazionale, incrociato nel suo cammino professionale. Perché una come la calabrese Adele non ha raggiunto la stessa, immediata notorietà delle altre due? In cosa sarebbe stata minoritaria?
Cercando tra le agende di una parte ormai conclusa della mia vita – una parte che posso a pieno titolo chiamare passato – ho tentato inutilmente di rintracciare il telefono di Adele Cambria. Non l’ho trovato. Avrei voluto dirle che il suo libro è molto bello, e sapere se aveva letto quei miei immaturi, emotivi e mai dimenticati racconti.
martedì 16 novembre 2010
Nove dimissioni e mezzo
Pubblicato da
isabella
a
martedì, novembre 16, 2010
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

0 commenti:
Posta un commento