Continuo a saltabeccare tra le identità di lettrice e scrittrice. Come lettrice cerco storie che mi raccontino qualcosa del mondo e dell’umanità, e che a fine lettura mi lascino dentro qualcosa, non necessariamente consolatoria o rassicurante. Quando scrivo, immagino storie che facciano questo stesso effetto in chi le leggerà. Il senso, la linearità e le implicazioni morali non hanno alcun posto nelle mie valutazioni, che io mi trovi da una parte o dall’altra.
Poi, però, capita che qualcuno – qualcuno che ha letto qualcosa di mio – mi dica (la possibilità di confronti diretti è un privilegio-svantaggio di chi conta su un ristretto parco lettori) le parole più aborrite, e forse anche temute, da un narratore. Dicono, per esempio: ma senti, qual è il significato di questo romanzo? Oppure: cosa hai voluto dire con questo romanzo? Oppure, ancora: ma sai, io certe cose non le ho capite. Sentenza, quest’ultima, dove risuona il fallimento della mia storia e dei miei personaggi.
Per lo più, mi è capitato con i cronisti locali incaricati di scrivere il pezzo su qualche presentazione dei miei libri. Spesso il libro in questione non l’hanno neanche letto, e potrei ammettere che, nonostante la mia formazione giornalistica alla sintesi e la lunga esperienza come recensore letterario, io non sono un granché nella spiegazione di un mio racconto o romanzo. Ho subito rinunciato a far capire a questi cronisti che un romanzo, e soprattutto un racconto, non si spiegano e non devono avere un “significato”. Ma mi domando se avrei la stessa difficoltà qualora una simile obiezione arrivasse da un lettore. Cioè, dalla persona per cui io scrivo.
Qualche mese fa, per la prima volta, è successo anche a me. Sono una lettrice incoerente, deraglio senza rispetto dalle idealtà che come scrittrice vagheggio verso chi mi legge. Ho letto un romanzo bellissimo, “Prenditi cura di me” di Francesco Recami, e, incredibilmente, non ho capito il finale della storia. Non intendo dire che questo romanzo è incompiuto, o magari che non ha un vero finale, come spesso si pontifica a proposito di alcune storie poco romanzesche nella loro struttura. Storie che, tra l’altro, sono quelle che prediligo perché mi sembrano più vicine alla vita reale. Intendo, semplicemente, che non ho capito le ultime parole del romanzo di Recami, nelle quali lo scrittore, come si evince con chiarezza, vuole racchiudere una precisa direzione futura delle vicende dei personaggi, della storia che io ho appena finito di leggere. Dunque, in questo caso, è essenziale “capire” il finale. Non capirlo, come è accaduto a me, è persino frustrante: alla fine di “Prenditi cura di me”, mi rimane l’impressione di aver perduto tutta la storia, come un’amnesia parziale e disorientante, un oscuramento dell’emotività e la partecipazione che avevo infuso in quella lettura.
Ora, devo aggiungere che io non rientro nella categoria dei lettori commerciali. Difficilmente sono attratta dai best-seller, non ho letto molti dei successi editoriali degli ultimi anni, e tranne rari casi di incrollabile e mai delusa fiducia, sono incline al tradimento dei miei autori preferiti se la trama del loro ultimo libro non m’ispira. Sono una lettrice che se ne infischia di colpi di scena, plot intricati e personaggi ricalcati sull’attualità per cavalcare l’onda di scandali e gossip. Dunque, non dovrei essere il tipo di persona che si domanda “cosa significa il finale di un romanzo”. Eppure l’ho fatto. A caldo, ero rimasta così basita che volevo procurarmi l’email di Francesco Recami e scrivergli. Poi ho pensato da scrittrice e mi son detta: cosa mai potrebbe rispondermi qualcuno a cui sto dicendo che non ho capito il suo romanzo? Cosa mai risponderei io?
Credo che che quando un narratore viene messo di fronte all’impenetrabilità di una sua storia, conti poco l’incasellamento letterario della sua scrittura. Conta poco dirsi che il lettore contestatore è un imbecille, o che l’opera è incompresa. Per me la scrittura non è un’attività solitaria. Non lo è nella sua genesi perché nasce sempre dalla realtà. Non lo è nella gestazione, perché mentre scrivo sono in compagnia di personaggi che non riesco a non affratellare – se non nell’immagine fisionomica, che poi diviene autonoma e di pura fantasia – a coloro che, in un ibrido di umanità, hanno composto ognuno di loro. La scrittura non è un’attività solitaria quando la storia è finita, quando viene pubblicata e si consegna alla lettura di altri. Scrivo proprio per questo: non essere sola, venir ascoltata da qualcuno. Se il mio romanzo è qualcosa che “non si capisce”, l’invisibile cerchio che mi unisce agli altri si spezza. I miei personaggi cessano di vivere, sono inani comparse teatrali su una scena astratta. Vuoti riempiti di parole che non palpitano.
Resto convinta che non si possa ricercare un significato – né una morale – nella letteratura. Forse il problema del senso è il vero discrimine tra letteratura e narrativa, forse segna il confine di qualità tra l’una e l’altra.
Dovrei rispondere tutto questo alle domande dei cronisti locali, ma sarei troppo prolissa per le trenta righe che il giornale riserverà alle presentazioni dei miei libri. Non sono ancora preparata all’eventualità che a sollevare dubbi di senso su un mio romanzo sia qualcuno che lo ha effettivamente letto. Ma se dovesse accadere, sarà come una prova d’amore. Capirò allora, con assoluta certezza, se io stessa in quella storia ci credo. E’ probabile che Recami avrebbe risposto così all’email che non ho mai inviato.
Intanto, dal primo al secondo libro ho fatto un salto di maturità. Verso i racconti ero animata da un’eccessiva protettività. Ricordo che arrivai a scontrarmi con un critico che esprimeva giudizi entusiastici ma dando un’interpretazione delle storie antitetica alla mia. All’epoca pensavo che si trattasse di uno stigma: volevo dire una cosa e ne arrivava un’altra. Non ero stata in grado di spiegarmi, avevo fallito. Ma in realtà le mie paure erano dettate dall’egoismo e da un’indentificazione solipsistica con i miei personaggi che di fatto li condannava all’isolamento e alla non-esistenza al di fuori del mio utero di autrice.
Però sono migliorata. Oggi accolgo con interesse i variegati commenti sulla mia Catena di “Un giorno come lei”, ritrovandomi a scoprire sfaccettature del personaggio molto plausibili e prima da me ignorate. Le concedo di suscitare passioni di ogni tipo, di essere amata e odiata. Le concedo di uscire dalla pagina ed essere viva nella fantasia di qualcun altro, alla quale io non voglio avere accesso. Non chiederò a nessuno di spiegarmi cosa significa la “sua” Catena.
venerdì 17 settembre 2010
Il romanzo incompreso
Pubblicato da
isabella
a
venerdì, settembre 17, 2010
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