venerdì 17 settembre 2010

Il romanzo incompreso

Continuo a saltabeccare tra le identità di lettrice e scrittrice. Come lettrice cerco storie che mi raccontino qualcosa del mondo e dell’umanità, e che a fine lettura mi lascino dentro qualcosa, non necessariamente consolatoria o rassicurante. Quando scrivo, immagino storie che facciano questo stesso effetto in chi le leggerà. Il senso, la linearità e le implicazioni morali non hanno alcun posto nelle mie valutazioni, che io mi trovi da una parte o dall’altra.
Poi, però, capita che qualcuno – qualcuno che ha letto qualcosa di mio – mi dica (la possibilità di confronti diretti è un privilegio-svantaggio di chi conta su un ristretto parco lettori) le parole più aborrite, e forse anche temute, da un narratore. Dicono, per esempio: ma senti, qual è il significato di questo romanzo? Oppure: cosa hai voluto dire con questo romanzo? Oppure, ancora: ma sai, io certe cose non le ho capite. Sentenza, quest’ultima, dove risuona il fallimento della mia storia e dei miei personaggi.