lunedì 2 agosto 2010

Il latte della vita

Quando mi capita di incrociare il bestiario dello showbiz (la mia scusante snob è quella classica: certa spazzatura la leggo soltanto dal parrucchiere o in sala d’attesa dal medico), qualche volta rifletto sulla distanza siderale che separa il mondo delle donne vere dall’acquario fluorescente in cui volteggiano le femmine patinate. L’ultima perla di saggezza la apprendo dalla soave attrice Anna Falchi. Incinta di quattro mesi, Falchi preannuncia ai suoi ammiratori che, pur nell’ebbrezza della futura maternità, conserverà il necessario raziocinio e non allatterà il piccolo. Perché non intende rovinarsi il seno.
Premesso che il seno di Anna Falchi è siliconato - sebbene i medici non contemplino il caso come motivo per sconsigliare l’allattamento naturale - immagino che una protesi al silicone, se fatta a regola d’arte, sia resistente e non biodegradabile. Possibile che le minuscole mascelle di un poppante riescano a smantellare la costosa opera di un chirurgo? Finora le siliconate si sono sottoposte a diete selvagge, Isole dei famosi e altre sevizie, mantenendo, sullo scempio ossuto del corpo, l’intatta e lussureggiante generosità del seno rifatto. Tuttavia Anna Falchi preferisce essere previdente. Così come molte sue colleghe neomamme, che, però, a differenza di questa attrice, che almeno è stata sincera, sbandierano orgogliose ai giornali le proprie capacità di nutrici, salvo poi ammettere che sì allattano, ma “un po’ e un po’ ”. Ovvero, il seno senza esagerare, e il latte artificiale a volontà. A qualcuna, come l’addolorata Elisabetta Gregoraci, piomba addosso l’alibi ideale: le hanno sequestrato lo yacht abusivo e lei, puerpera diligente, per lo choc ha perso il latte.
A proposito di donne vere e donne patinate, ricordo la diatriba scatenata – mi pare su Vanity Fair – dopo le dichiarazioni di Vanessa Incontrada, la quale ha optato per l’allattamento artificiale in modo da non avere vincoli di orari e poter proseguire una tournée teatrale. Apriti cielo. Al direttore della rivista arrivò un mare di mail scandalizzate, che giudicavano Incontrada madre degenere ipotizzando persino traumi irreversibili nel futuro del bambino costretto a nutrirsi artificialmente.
In quell’occasione, leggendo le mail delle mamme comuni, mi sono interrogata sull’insuperabile diaframma tra l’ambiente dello spettacolo e quello delle donne “reali”. Al di là di ogni considerazione di salute e benessere del lattante, l’allattamento implica un rapporto psicofisico delicato e molto fragile tra chi nutre e chi riceve nutrimento: produrre e offrire latte ai propri figli è una scelta inalienabile. Medici, nutrizionisti e psicologi continuano a pontificare sul corpo femminile. Ma non è così semplice né immediato. Dell’istinto materno non fanno necessariamente parte il martirio delle ragadi o la vocazione a sopportare mesi (per alcune persino anni) di ripetute e interminabili “sedute” con il bimbo attaccato ai capezzoli.
Quei verdetti grevi di disprezzo verso la Incontrada non mi sono piaciuti. Li ho trovati una delle espressioni più basse dell’astiosità femminile che noi donne sappiamo secernere quando vogliamo colpire e affossare il nostro stesso sesso. Ma in quei verdetti c’era anche dell’altro. Si dimenticava, appunto, la differenza tra le mamme vip e le altre, cioè noi. Chi scagliava anatemi se ne dimenticava al punto da pronunciare una condanna omnia nei confronti di tutte le mamme che non allattano al seno. Se quella differenza, invece, fosse stata presente alle erinni del latte materno, esse avrebbero dovuto rammentare che per moltissime donne l’allattamento artificiale non è una scelta dettata da ragioni estetiche o carrierismo.
No, per molte è stata una direzione obbligatoria. Il figlio di una collega non poteva succhiare al seno a causa di un’otite; un altro bambino ha preso un’infezione e neanche lui poteva sforzarsi al capezzolo della madre. Soprattutto, nei paesi del terzo mondo le donne sono denutrite e non hanno latte. Senza l’allattamento artificiale i loro piccoli morirebbero.
Io amavo allattare mia figlia, ma non ho saputo riconoscere e curare un ingorgo mammario e, su consiglio del pediatra, mi sono rassegnata alla staffetta con il latte artificiale. Il mio seno ha resistito quattro mesi, poi s’è prosciugato, mentre la bambina, inizialmente solidale con me e restia al biberon, ha accettato la comodità (e le certezza) della tettarella finta.
Quando ho smesso di allattare è stato come se mi fossi arresa a un fallimento. Per risparmiarmi questa frustrazione, bastava nascere e procreare cinquant’anni fa, quando la “scoperta” del latte artificiale aveva dato il grande, liberatorio annuncio alle donne: adesso avete un efficiente sostituto che nutrirà i figli; potete salvare il turgore del seno e la passione dei vostri mariti. Diciamolo sottovoce: seppure il seno, anatomicamente, è stato innestato nel corpo muliebre per assolvere una precisa funzione mammifera, la cupidigia sessuale dei maschi lo ha trasformato ai nostri occhi in un mirabile oggetto di desiderio. Nessuna donna, se riesce ad essere sincera fino in fondo, ama guardarsi allo specchio e vedere i suoi seni sformati, cascanti, stropicciati dalle smagliature. Prima la gravidanza ci illude con la rigogliosa fioritura dei tessuti mammari, ma è inutile negare che poi il seno, allattando, qualche danno lo riporta. Non facciamoci fregare dalle creme e gli intrugli miracolosi pagati un botto, per favore.
Si corre il rischio della beltà per il bene dei figli – perché poi la più recente ondata informativa ha cambiato le carte in tavola ricordandoci le salutari e insostituibili proprietà del latte materno – ma se potessimo salvare capra e cavoli…
Ognuna di noi lo ha pensato, almeno una volta. Poi, però, c’è quel corpicino appena uscito dal nostro ventre che, suggellato al seno, continua ad esserci unito. C’è la meravigliosa responsabilità di dare la vita, di nuovo, trasmettendo il nutrimento più importante. Il mio seno è sempre liscio e tonico, ma mi è mancato troppo presto il contatto fisico con mia figlia. Mi accade ancora di sentirmi in colpa, come se le avessi sottratto qualcosa che non ritroverà mai più. Mi accade di pensare che la prossima volta voglio allattare più a lungo. E in fondo al cuore ho paura che mia figlia si sentirà defraudata e potrà chiedermi perché con lei non sono stata coriacea, sicura, esperta.
Sono serene le mamme che allattano subito e non smettono. Attaccano i figli senza affanno, con la spontanea sapienza della natura. Li tengono lì, sul loro seno, mentre cucinano e puliscono casa, mentre dormono. Io, semplicemente, tentavo di imparare, e non ne ho avuto il tempo. Ma quella sapienza non l’ho persa. E’ incisa nella mia memoria biologica femminile. Esiste, incastonata nel mio petto. La proteggo dentro la mia carne, sotto la custodia di pelle e muscoli che per gli uomini vuol dire sesso e desiderio. E per me vuol dire essere un po’ meno bella e un po’ più madre.

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