(Questo mio racconto è stato pubblicato il 15 agosto sul Quotidiano della Calabria)
«Non mi era mai successo prima… Dio, mi sento così ridicola. Non so neanche come spiegarlo».
«Te lo spiego io. Ci siamo innamorati. Anch’io credevo che il colpo di fulmine fosse una stronzata, però… La sentiamo questa cosa… o no?»
Sì, la sentono, Emma e Mauro. Mentre il languore dell’orgasmo svapora dalla pelle e il respiro s’attenua, sanno che, da questo istante, le loro vite sono cambiate.
«Adesso non ti rivedrò più? Questa era una specie di sveltina d’addio?»
«Non dire scemenze. Tu e io… sì, certo che ci vedremo ancora».
«Tu e io che cosa?»
Nella registrazione, Mauro non risponde alla domanda. Solo dopo, le voci, di lui e della donna, incise nel laser continueranno a girare. Una radiografia misteriosa che si disvela ad Emma, immortalata nella lamina iridescente del cd. Un tormento da reiterare, una condanna denudata che lei potrà infliggersi senza tregua.
Emma è in piedi, a cavallo nel vuoto d’aria. Il corpo come in una capsula, dentro l’invisibile perimetro di brezza edificato nella pressione della corrente, che disegna un refrigerante cantiere fantasma nella già fibrosa afa mattutina.
Sul tavolo della cucina svetta il cerchio di una mela solitaria: con lo sfondo del mare sembra una perfetta natura morta, un dipinto banale di quelli che si vedono nelle fiere artigiane di pittura.
Emma sente il cigolio del rubinetto in bagno, poi lo sciabordio dell’acqua. Mauro si è alzato. E’ lui che ha lasciato la mela lì, sul tavolo. Emma non lo ha sentito scendere. Non è ancora familiare, quel passo veloce che si alterna sulla moquette delle scale.
Neanche oggi lei è riuscita a batterlo sul tempo. Quando deve lavorare, Mauro si sveglia sempre in orario perfetto e senza bisogno di ausili meccanici. Magari la sera prima ha tirato tardi, come ieri alla festa, ma poi si alza lo stesso, non sgarra di un minuto. Lei gli ha detto che forse ha inghiottito una sveglia, come il coccodrillo di Capitan Uncino. E dopo l’incantesimo si è trasformato in un cronometro vivente. Lui le ha detto che è un’idea carina, che nessuno ci aveva mai fatto caso. Ma stamattina Emma pensa che è strano che lei sia stata la prima a notare quest’imperturbabile puntualità. Si conoscono da due settimane. Esisterà qualcuno che di Mauro ne sa più di lei.
Emma inspira l’aria salmastra trascinata dal mare, un fiacco ristagno di corrente. Si avvicina al tavolo e accarezza la mela. La buccia è sigillata nell’alone gelido della permanenza notturna in frigorifero. Mentre Mauro adesso sta facendo la doccia, Emma tenta di epurare dalla testa il desiderio del suo corpo atletico, che subito, in un riflesso spontaneo, le inturgidisce i seni. E insieme, tenta di risucchiare via quello che continua a credere sia il loro amore.
Affonda la lama del coltello nella mela, scava nel nucleo rugoso per asportare i semi, recide il picciolo umido. Il passaggio della polpa fredda sul palato le provoca un lieve brivido. Ma durerà poco. Il calore del fiato intiepidirà il boccone, che scenderà in gola nella forma di bolo inoffensivo, privo di traumi.
Emma si sforza di rilocalizzare la casa, la città dove lei, da ieri, è tornata ad essere un’anonima turista. Però lei è una turista fiabesca che, come nei romanzi, in vacanza ha conosciuto l’uomo della sua vita. Due settimane soltanto. Destino. Emma l’ha cancellata in fretta, la sua identità di forestiera. Già memorizza le interiezioni dialettali seminate nelle frasi degli amici di Mauro, cripta le mappe delle strade, studia diligente i nomi dei luoghi autoctoni. Lui è calabrese e lo diventerà anche lei. Nordica assuefatta al Sud: una naturale adozione sentimentale. “Qui si lamentano sempre di tutto – pensava Emma – e invece io in Calabria ho pure trovato l’amore”.
«L’hai presa tu, la mela… avevi fame?»
«Scusami, ne ho mangiato solo uno spicchio».
«Dài, scherzo. Ce ne sono altre, sai?»
Emma guarda Mauro, è sbarbato e vestito, i capelli pettinati all’indietro sulla fronte abbronzata con una raggiera di peluria sottile e schiarita dal sole. Ha perso in fretta la pellicola di tepore della scorsa notte, che invece lei sente incollata addosso. Questo inedito isolamento dei sensi è un’avvisaglia della loro persistente estraneità?
«Senti, Mauro... Ieri sera… è probabile che fosse uno dei miei periodi fertili».
Lui ha la testa infilata nel frigorifero, si volta a guardarla: «E allora? Ti ho già chiesto di sposarmi, vorrà dire che avremo un bambino».
Invece non avrebbe dovuto fare l’amore con lui, non ieri sera. E non perché non vuole restare incinta. Ieri c’era la scia ferrosa, pesante, di quelle oscenità sul cd. Eppure l’ha desiderato, Mauro. Per un fatto fisico, scollegato dalla mente. Per marcare un territorio, rivendicare un possesso. Cancellare il legame sostituendolo con la brada materialità del piacere insensato. E poi, se si fosse negata Mauro avrebbe capito che c’era qualcosa. Da quando si sono conosciuti, fanno l’amore tutte le notti.
«Piccola, torna a letto, tu che puoi dormire».
Mauro è uscito, e la testa di Emma inizia a pulsare. Avverte il tremore dell’ansia, contrazioni infinitesimali dello stomaco e il battito accelerato sulle tempie. La villetta sullo Jonio dove adesso è sola - presumibilmente in attesa di una pigra mattinata in spiaggia per riempire il tempo prima del rientro di lui – si gonfia d’oppressione. Pareti, mobili, oggetti, si calcificano in una segnaletica luminosa che solo lei può vedere, e che la conduce alla valigia secretata nell’armadio. Alla valigia, e nascosto lì dentro, al cd che ieri ha ascoltato fino a perdere coscienza, come sotto l’effetto di una droga. Ora vuole ascoltarla. La smania di risentire le parole che documentano il tradimento di Mauro le provoca un parossistico ribaltamento dei ruoli. Lui è semplicemente un uomo con un’amante. Lei mette in scena un segreto, pratica una perversione. Lei che, da ieri, non riesce ad impedirsi di immaginare Mauro e l’altra donna.
Qui si lamentano sempre di tutto. Dicono che d’estate il mare è inquinato, che alberghi e ristoranti funzionano male, che la sera ti annoi e non c’è niente da fare. Ma Emma è arrivata per una tranquilla settimana di bagni e abbronzatura. A Bologna di concerti, mostre ed eventi ne ha quanti ne vuole, tutto l’anno. Voleva rilassarsi un po’ con la sua amica di giù, che ha ricambiato le ospitalità elargite in mesi meno torridi. Ad agosto a Bologna non si respira. Gli oriundi migrano tutti, rimangono sono stranieri e villeggianti di città.
Dunque Emma è migrata in Calabria, ma dopo tre giorni è traslocata dalla casa di Rita alla villetta di Mauro. Quando Mauro ha imbastito la loro alcova provvisoria davanti allo Jonio scudisciato dagli aliti bollenti dello scirocco, i suoi genitori lo hanno ammonito che questa storia è troppo precipitosa. Chi la conosce, questa qui? Ma come si fa a parlare di convivenza, di matrimonio, dopo pochi giorni? Lui era imbestialito. A oltre quarant’anni, né lui né Emma sono bambini. Non si sono mai sposati, e vuol dire che questa sarà la volta buona. Certe cose capitano così. Ad Emma l’amore è capitato nell’onda africana dello Jonio. E le è sembrato l’auspicio di un’eterna estate.
Per essere precisi, prima di percorrere la statale e stabilirsi nella villetta al mare, per Emma c’è stata una sosta nell’appartamento cittadino di Mauro. La loro prima notte di amanti, la prima promessa. Un letto estivo in città, stretto e soffocante, e quegli schietti giochi erotici, che nascevano arditi e si spegnevano repressi nell’esacerbante aspettativa del futuro comune che avevano deciso di inventarsi. Il loro erotismo è patinato, una custodia di plastica adeguata alla decenza dei sentimenti.
All’alba della loro prima notte, come i mulinelli ghiacciati che ti mordono le gambe all’improvviso dentro un’acqua tiepida, era apparsa quella donna. In realtà, non era esattamente apparsa. Emma non l’ha mai vista. Tutto era iniziato mentre loro due si risvegliavano dallo stordente torpore del sesso. Una doccia, battutine da scemi, una frugale colazione, il progetto dell’imminente trasferimento al mare. E intanto l’atmosfera satura della stanza veniva lacerata da uno stillicidio di squilli al cellulare di Mauro.
Lui non aveva risposto, ma presto era stato impossibile non dare spiegazioni ad Emma. Banale, era la solita ex. Ancor meno: non una ex, ma un’amica utile a parentesi sessuali mentre Mauro era ufficiosamente libero da impegni sentimentali seri. Quella, però, l’aveva presa male. Dopo un’agonia di richiami sempre più fievoli, gli squilli si erano spenti. Una cortina di imbarazzo, che entrambi speravano si consumasse con noncuranza, era scesa tra Emma e Mauro. Poi era stata come un’allucinazione. Singhiozzi disperati, schiaffi friabili dietro la porta menati con i palmi aperti di mani capaci di scarsa potenza. La voce di quella donna che gridava di aprire. Gridava che stava male, e che, se lui non avesse aperto, sarebbe morta.
Mauro non aprì. Aveva fatto cenno ad Emma di restare in silenzio. Esclusi gli spasmi di quella donna, anche la città, invasa dai miasmi delle auto surriscaldate nel traffico di mezzogiorno, taceva asfittica. Chi non stava per chiudere gli uffici era in viaggio per le spiagge. I negozianti arresi all’imposizione delle serrate agostane sempre più brevi iniziavano ad abbassare le saracinesche. Un lembo di mare rimboccato di cime spumose, vicino in modo rassicurante dietro i profili irregolari delle abitazioni, fomentava l’illusione della frescura.
La donna aveva smesso di gridare. Ad Emma sembrò di udire un ansito sedato, che tentava di placarsi, e forse il suono ovattato del corpo che si accasciava contro la parete di legno, il ciondolare della testa arresa, simile a quella di una bambola. Dal centro della pancia, ad Emma era lievitato un rigurgito di cattiveria, che non seppe identificare come autodifesa. Non aveva chiesto altre delucidazioni a Mauro. Aveva commentato, secca: «Che razza di teatro, è una donna patetica».
Quando uscirono per dirigersi verso il mare, Emma fu sicura che l’altra era lì a guardarli, in una delle automobili mute parcheggiate attorno al palazzo.
Ieri, quando ha trovato la busta indirizzata a lei, che conteneva il cd, Emma d’istinto ha ripensato a quella donna. E adesso lo sa, che le parole e sospiri registrati perché lei li ascolti, appartengono alla stessa voce spezzata di quel giorno. Ma allora erano gemiti di dolore, mentre nel cd la donna ha il fiato interrotto e poi liberatorio del piacere. Non ci sarebbe bisogno che lo spiegassero: è chiaro che quella donna e Mauro stanno facendo l’amore, e pure che se la spassano parecchio. Però loro nella registrazione parlano, e sono molto espliciti. Non è la conversazione tra due casuali amici di letto. No, il loro dialogo è tutto di rodati compagni amorosi. I corpi si conoscono bene, si raccontano l’uno all’altra con parole necessarie e vitali, come se dovessero tramandarsi in un futuro che altrimenti scomparirebbe. Mauro non sta chiedendo a quella donna di sposarlo, non le sta dicendo che l’ama, come ha fatto con Emma. Le dice che, qualunque cosa accada, non la lascerà mai.
E poi, impressa nel disco, c’è la carnalità immateriale che Emma non può vedere e che, in un’inevitabile e odiosa percezione, visualizza ossessivamente. Ricalca i divoranti singulti della donna, la silenziosa presenza di Mauro allacciato all’altra. Il tradimento subìto è un mantra che la precipita in un abisso di perversione.
Sabato Emma dovrà partire. Solo due giorni che coincidano con l’ultimo diaframma che separa dalle ferie estive di Mauro, un pratico riempitivo per economizzare gli ultimi impegni del prima. Prima che inizi il loro tempo di coppia. Sarà una separazione d’emergenza, fulminea e indolore. Deve recuperare le cose che le serviranno per il prolungato soggiorno in Calabria. Perché lei e Mauro hanno deciso di vivere insieme e devono mettere su casa. Sarà una tappa, l’hanno chiarito. Lui è d’accordo a chiedere il trasferimento, e con qualche santo in paradiso tra qualche anno vivranno a Bologna. Per lui non è un sacrificio. Ha sempre aspirato ad andarsene dalla Calabria, e ormai a quarant’anni passati, una cosa del genere la fai soltanto se c’è un buon motivo, una contropartita valida alla sedimentazione delle abitudini. Chi lo sa se anche una città, per un uomo che forse in realtà non ti ama, può essere la dote risolutiva.
Intanto sta per inaugurarsi l’indeterminata stanzialità calabrese di Emma. Ma non nella villetta jonica: Mauro le ha detto che d’inverno il mare grosso sotto casa disturba il sonno e dà i nervi. Troppo vento qui, d’inverno. Lei non riesce a figurarselo. Questo litorale l’ha conosciuto immobile, quasi irrespirabile. Un habitat adatto alla scorza coriacea dei fichidindia, all’aridità della sabbia che però, lambita dall’acqua, si fa calco morbido e dà quasi il miraggio di una resurrezione dall’arsura. Quando fanno l’amore nella camera da letto stagnante, con le ante della finestra che devono restare socchiuse per il vicinato con la terrazza di un ristorante, si ritrovano collosi di sudore e umori organici. Se non fossero stimolati dal neofitismo del sesso, amarsi dentro la circolazione sanguigna arroventata dello Jonio sarebbe quasi ammorbante.
Mauro le assicura che il vento di certe zone della Calabria è insopportabile. E’ una manata ruvida che se il termometro sale sembra benigna, e invece ti entra nelle ossa, ti morde il cervello pure d’estate. Secondo qualcuno, il vento è causa di follia.
Ma oggi ad Emma serve il vento. E’ un’impellenza calcolata. Un tradimento che risponda a un altro. Una corrente che la stordisca e spazzi a terra le carte della sua storia con Mauro rimescolandole. Oggi Emma cambierà direzione, andrà sul Tirreno.
Nell’abitacolo dell’auto che lui le ha lasciato, il caldo ha steso una pellicola rovente. Emma allaccia la cintura. Inserisce il cd nel lettore. Guida rincorrendo la cronaca dell’amplesso di Mauro con l’amante. Lei che lo asseconda spudorata, lo invita a oltrepassare i limiti di ogni decoro. I colpi compatti dei movimenti. Frasi via via smozzicate che precipitano lei, l’ascoltatrice impura, nel gorgo del rapido distacco di quei due amanti dai vincoli concreti della realtà. Abbandonano se stessi, annullati nell’estasi.
Quando l’aria condizionata entra in circolo, Emma sente l’afflusso del rossore alle guance. Pensa che lei avrebbe vergogna di incitare un uomo in quel modo. Pensa che quella è una donnaccia, una da letto e basta. Mauro la usa per divertirsi. Dev’essere così. Il miscuglio climatico tra il condizionatore e l’aria bollente che filtra da qualche bocchettone dell’auto, la getta nel caos sensoriale. Le ondate fredde sono spilli nella nuca, il caldo le bagna le mani incollate sul volante. Fuori, sull’autostrada che scorre a intermittenza, le sfila accanto una betoniera polverosa, poi un operaio che agita una bandiera, un omino mercuriale che si sta liquefacendo all’orizzonte, attraversato da onde tremolanti che si strizzano negli occhi di Emma.
Ha scelto la prima uscita utile per il mare. Un cartello verde scolorito di usura, braccato dai raggi obliqui del sole sull’asfalto cocente. Emma prosegue, inerpicandosi su tornanti a spirale che lasciano la spiaggia in basso, uno strapiombo vertiginoso arroccato di casette, insegne di locali e negozietti di articoli estivi, con i palloncini gravidi di elio che tendono fili ardimentosi verso il cielo.
La lingua di strada che porta al Castello di Scilla è odorosa di gelsomini. Emma avverte un impercettibile sfasamento nell’atmosfera. Inizia così, la vendetta del Tirreno.
Il vento vibra sotto le ruote dell’auto, ha la sonorità di un bisbiglio rauco. Dall’alto si vedono il mare e rocce traslucide che acquistano irreale bidimensionalità. Emma ha deciso di ignorare le spiagge, oberate di lidi e bar. Non andrà neanche a Chianalea, dove Mauro le ha raccontato della diceria popolare secondo cui le coppie che visitano il villaggio dei pescatori, poco dopo si lasciano. Ma lei non correrebbe rischi, adesso è sola.
Sul piazzale del Castello il vento la lavora ai fianchi, s’infila lascivo sotto il prendisole, le solletica le cosce tamponate contro il tessuto della gonna per effetto della lunga aderenza al sedile dell’auto. L’odore del mare si propaga fortissimo, quasi indecente.
Il portone è aperto, le narici allenate di Emma, tossica di caffeina, sono colpite dall’aroma fragrante di moka. Nella prima sala c’è una mostra didattica sugli organismi marini, oltre un’entrata ad arco anche una dozzinale esposizione di quadri.
Le stanze del Castello sono scatole cinesi a vista, un rompicapo di puerile soluzione. Emma segue le tracce olfattive della moka. Quando arriva alle spalle dell’uomo che sta togliendo la caffettiera da un fornello, quello sobbalza.
«Mi scusi, non l’avevo sentita entrare…»
«No, l'intrusa sono io. A quest’ora il castello è chiuso, immagino».
L’uomo fa un cenno di diniego con la testa, un braccio lungo il fianco e l’altro piegato ad angolo retto, per sostenere la caffettiera fumante: «Non glielo so dire. Non lavoro qui, mi ospitano soltanto.»
«Per fare il caffè?»
L’uomo sorride. Emma lo valuta sulla cinquantina. E’ alto e ossuto. Biondissimo, le sopracciglia albine che grondano su occhi blu assediati da rughe. Lui poggia la caffettiera sul fornello: «Mica è un agente segreto dell’Università? Se omette di dire del caffè, la farò assistere alla mia ricerca… Una cosa storica, che potrà raccontare ai nipoti!»
«Me ne offra uno e prometto di tenere la bocca chiusa. Sono in astinenza da… un’ora e dieci minuti».
L’uomo estrae da una busta due bicchieri di carta e versa in entrambi un rigagnolo pastoso di moka. Serve Emma, poi riempie il proprio bicchiere. Bevono insieme. Lo sguardo di Emma s’abbassa alla gola dell’uomo, dove sta transitando lo stesso sapore che ora attraversa la sua trachea, trasmettendole una scarica amara, un sollievo anestetizzante.
Mentre lui raccatta i bicchieri sporchi, Emma osserva l’ambiente. Ci sono una scrivania con un pc e un notebook, un grande quaderno ad anelli che trabocca di fogli sfusi. I due monitor sono accesi, sulla tastiera del pc è distesa una cuffia che manda segnali gracchianti, come la cacofonia di un meccanismo guasto: «E’ un ricercatore? Cosa sta studiando?»
Lui ride, un solco a forma di freccia appare a un angolo della bocca: «Alla mia età sarebbe improbabile. Sono professore, ma precario… e mi sto rassegnando a restarci a vita. Magari mi serve da elisir di giovinezza, lei che ne dice, eh?»
Emma alza brevemente le spalle, l’altro si batte una mano sul fianco: «Ma non le ho ancora risposto, scusi. Studio le correnti dello Stretto… tento di fare meglio dei miei illustri predecessori».
«Credevo che qui sapessero già tutto sull’argomento».
L’uomo scuote la testa, fa una risata gorgogliante che s’interrompe, assorbita dalle parole: «Invece è proprio l’opposto! Pensi al progetto del Ponte e capirà che dello Stretto certi sedicenti ingegneri e scienziati non sanno assolutamente nulla. O fingono di non saperlo, che è la mia personale opinione non scientifica».
Le indica lo schermo del notebook, dove una fila di cilindri si muove dall’alto in basso sgretolandosi in placche che crollano e poi risalgono, come nel replay di un palazzo terremotato. Sull’altro schermo, quello del pc, c’è una fotografia satellitare dello Stretto assediato dalle geometrie quasi combacianti di Sicilia e Calabria, ricoperte di aloni concentrici come gli anelli sulla corteccia di un albero. Emma si stringe i gomiti: «Per me è arabo. Purtroppo ha tra i piedi un avvocato, mi sa che veniamo da due pianeti diversi».
Lui fa un gesto ampio con la mano: «Forse è meglio così. Potrebbe accorgersi che io non ho scoperto nulla di speciale. La verità che siamo ancora lontani dal sottomettere l’imprevedibilità delle correnti».
Fa una pausa: «Non è di qui. Emiliana?»
«Si sente tanto?»
«Direi di sì. Ma siete simpatici».
Emma si spiana la fronte: «E’ un complimento? Un modo gentile di sfottere?»
L’uomo si blocca, ora tiene la cuffia tra le mani. Emma stringe le palpebre: «Mi scusi… sono una cafona, sul serio. Lei non c’entra con i miei casini.»
L’uomo le ha voltato le spalle. Sta digitando sulla tastiera del notebook. I cilindri sullo schermo zampillano veloci: «C’è un segnale da uno dei correntometri… Un attimo di pazienza e torno da lei».
Adesso lui ha indossato la cuffia. Emma ha l’impulso di avvicinarsi a soffiargli sulle orecchie. Da una finestra la corrente erompe a fiotti, striglia la schiena sudata di Emma, le natiche incollate al prendisole, chiuse in una pellicola opprimente. Emma è una crisalide che vuole lacerare il suo bozzolo, sporcarsi di sangue e detriti.
«Ecco, li vede? I venti dello Stretto sono quelle creste bianche laggiù. Piccolissime maree che stanno montando».
Emma mette a fuoco le increspature lucenti sulla superficie dell’acqua, che si allarga sotto la panoramica del Castello. E’ come un’enorme chiazza piatta che qualcuno – l’aria guerresca del Tirreno – sta slabbrando con dita impudenti.
Il professore biondo le fa da guardaspalle, si prende tutte intere le raffiche violente, che gli gonfiano la camicia come una vela impazzita. Emma capta l’eco del suo battito cardiaco, ma non può essere. E’ solo una suggestione.
La sua voce ha un timbro carezzevole, che trasforma l’illustrazione scientifica in una cantilena: «Lassù c’è il Pilone, uno dei templi delle correnti dello Stretto…»
Il robusto scheletro d’acciaio del Pilone è una sentinella stilizzata su un cuscino di roccia e vegetazione. Quando Emma si volta verso il professore, i suoi occhi che calamitano quelli di lui non hanno più nessuno scudo, né difensivo né di diplomazia. Sente la mano dell’uomo massaggiarle un seno con il movimento ondulatorio di una medusa. Avverte un calore che diluisce in giù, fino all’inguine, e la bruca irradiando dalle gambe e le braccia, risalendo frenetico come dentro uno stantuffo.
Gli passa le dita tra i capelli sottili: «Però te sei il secondo biondo che mi capita da queste parti. Dove son finiti i maschi mediterranei?»
Il professore ride inarcando la testa all’indietro: «Colpa della dominazione normanna! Se non ho i pigmenti giusti, sei ancora in tempo per mandarmi in bianco…»
Emma lo zittisce premendogli le labbra contro le sue. Il torace dell’uomo è esile ma tonico. Così diverso dalla morfologia di Mauro, il suo esatto bilanciamento tra tessuti elastici, spigoli di ossa e vitalità muscolare.
Il tocco dell’uomo è febbrile: lui le esplora il ventre con un’urgenza spontanea, ne pretende porzioni occulte, sempre più vicine al nucleo di se stessa.
«Scommetto che lo fai spesso, professore. Magari con qualche studentessa…»
«Non usi metafore, eh, signora?»
Emma ride. Gli slip le sfiorano i talloni, il grembo altrimenti esposto è protetto dalla prossimità carnale del compagno. Non è la situazione per un linguaggio pudibondo. Cosa importerebbe, e a chi?
Mentre il suo corpo si unisce con quest’altro, un volume sconosciuto di sensi e secrezioni, Emma vomita scorie malate. Sta purificando un virus, espellendo tossine velenose. Nella camera sonora del vento, i lamenti di Mauro e della sua amante sono il richiamo di una sirena malefica. Un mostro marino che s’inabissa nel gorgo delle correnti, trafitto dalla potenza dello Stretto. Emma, fecondata sullo Jonio, celebra le sue nozze riparatrici con il Tirreno.
Il Castello adesso è la corona di una roccia sfumata al limite estremo della spiaggia. Emma accende una sigaretta e osserva le volute grigie del fumo che disintegrano le loro molecole nel vento. Immagina una diagonale sonora tra il piano del mare e l’altura del Castello, un altro segnale che contamina le correnti dello Stretto.
Lui le ha spiegato che esiste una zona esatta e irreplicabile, in cui il dislivello delle maree tra Jonio e Tirreno si appiana, annullando la carica dei poli opposti tra i due bacini. Dove il vento è un punto zero: non più volteggiante calura, non più staffilate gelide.
Il nome del professore lo ha scoperto solo sulla carta vergata del biglietto da visita. Ci sono il suo cellulare e il numero di casa, che demandano unicamente a lei la decisione di rivederlo.
Sulla spiaggia una coppia di sposi è occupata nelle sfiancanti sessioni fotografiche matrimoniali. Il velo della sposa s’accartoccia come una trombetta carnevalesca, poi si srotola e le insidia il viso. Emma sente una spinta che destabilizza l’equilibro. Il tacco del sandalo s’è conficcato nelle maglie di un tombino. Dal codazzo di invitati del matrimonio, un uomo con ricci scuri scomposti dalle folate implacabili, la fissa incuriosito. Le sorride: «Da come li guardi, sembri una che si sposerà presto… ho indovinato?»
Mi sono sposata oggi, pensa Emma. Ma non lo dice. Ruota la caviglia e libera il tacco. Il vento le sbava sulla schiena, poi è una frusta pungente che arrende le membra.
(La fotografia che illustra il racconto è di Nan Goldin)
domenica 15 agosto 2010
LA VENDETTA DEL TIRRENO
Pubblicato da
isabella
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domenica, agosto 15, 2010
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