mercoledì 7 luglio 2010

Mamma Isabella vs Tata

Torpida serata d’estate, sono sul divano con la bambina che respira accoccolata sopra la mia pancia, febbricitante per l’ultimo raffreddore ereditato dalla scorsa schizoide stagione primaverile. Entrambe sudate, io che casco dal sonno e lei con il nasino bordato di rosso, umido di goccioline. Ce ne stiamo davanti alla tv, facendo zapping m’imbatto in questo dinamico reality, “Sos Tata”. Come ogni brava giornalista attenta (e costretta) ad un’informazione generalista, conosco di fama il programma. Ci sono famiglie caotiche con genitori-amebe in perenne ostaggio di figli pestiferi. Poi arriva una specie di baby sitter – qui denominata Tata per un aplomb più dignitoso e professionale del ruolo – e risolve tutti i casini. Insomma una ruspante versione della fantastica Mary Poppins aggiornata ai nostri tempi, ovvero con il curriculum infiorettato di diplomi al posto della borsona magica.

Dunque, conosco il genere. Quando la trasmissione entra nel vivo sono preparata. La novità, semmai, è scoprire che il mio compagno ha già visto varie puntate di “Sos Tata”. E’ lui – nonostante gli abbia spiegato che so che cosa si tratta - ad erudirmi sul meccanismo del reality. Dall’enfasi che mette su situazioni problematiche quali il vizio del ciuccio, la nanna nel lettone e l’inappetenza, intuisco una certa immedesimazione con i genitori televisivi.
Alice è incollata al mio corpo, le vedo il profilo con la sporgenza dell’anello gommoso del ciuccio. Mentre la Tata bionda di un trio casalingo alla Charlie’s Angels prepara le valige per la sua missione, mi sento sotto accusa. Il ciuccio, classico reato delle mamme moderne, dopo i due anni assurge alla pura ignominia.
La famiglia affidata alle cure della Tata bionda è composta da genitori, tre figli, nonni e zii. Simpaticamente salernitani. Vivono dislocati sui tre piani di una villa. Sbagliano praticamente tutto. La Tata bionda prende appunti e inizia a distribuire insufficienze e una raffica di meno, fino al baratro dei voti. La figlia piccola dorme con mamma e papà? Gravissimo: perché così la bimba non impara l’autonomia e la vita di coppia è rovinata. La figlia di mezzo si addormenta solo insieme ai nonni, che poi, scendendo le scale comunicanti tra i piani della villa la depositano a destinazione nel legittimo lettino? Inconcepibile. Il figlio grande si diverte ore ed ore al pianterreno con zii e cugino? Abitudine malsana: perché così il ragazzino disturba l’equilibro familiare degli zii e confonde i propri punti di riferimento.
Alice continua a ciucciare, con gli occhi semichiusi e il respiro che mi sembra più regolare. Le scruto le narici, nessuna ostruzione mucosa. Memore dei consigli delle ostetriche, provo a cambiarle posizione ma lei, anche nel dormiveglia, mi schiaffeggia la mano e rimane pervicace a pancia in giù sul mio addome oppresso.
Appena inizierà a ronfare sul serio, l’adagerò nel centro del lettone e tenterò di spogliarmi e infilarmi una maglietta per la notte. Se l’esperimento riesce senza strilli né il suo collo da tartarughina che emerge burrascoso per cazziarmi di aver scomposto la sua dittatoriale architettura del sonno, potrò pure lavarmi i denti e tornare a sdraiarmi. Mentre aspetto il papà, che è rimasto a guardare la tv (non le Tate, spero), magari posso leggere qualcosa e persino spegnere la luce. E dimenticavo l’ultimo rito della giornata: annusare il pannolino che Alice, a due anni fatti, porta ancora con pigrizia dispettosa, nonostante sappia benissimo quando deve fare pipì o cacca. Annusare e augurarmi che non ci sia bisogno di un altro cambio.
Mi sento addosso gli occhi della Tata bionda, già pronta con il taccuino spianato. Lo so, bocciatura totale. Dopo un attento esame genealogico, la Tata mi punta l’indice contro, sconcertata. Ma da chi ha imparato, questa mamma? Proprio lei, che da bambina non ha mai usato il ciuccio, non ha mai tenuto il dito in bocca o rosicchiato le unghie, non ha mai dormito nel “letto grande”.
E’ così. Nella mia evoluzione di neonata, sembra che io sia stata esemplare. Peso e altezza nella media, contenuto calo fisiologico. A dieci mesi parlavo in un discreto, essenziale vocabolario. Precoce camminatrice. I pannolini a casa nostra sono arrivati insieme a mia sorella: per la mia pelle delicata ci si era rassegnati al surplus di lavaggi dei “ciripà”. Unica macchia nell’immacolata tabella di marcia della crescita fu lo scarso appetito, ereditato da Alice.
Poi le cose sono cambiate, nel modo improgrammabile in cui noi stessi e il destino amalgamiamo lo scorrere degli eventi senza poter gli uni influenzare l'altro ma semplicemente coabitando le percentuali mutuamente contrattare per incidere sull'esistenza. Intendo che la mia vita non è stata sempre lineare e diligente. Non è che tutto questo mi abbia preservato dal dolore o garantito la felicità. Sono stata una parabola completa: prima la curva ascendente con l’esplosione di vitalità, un incontrollabile ipercinetismo e quel tipo di naturale socialità carismatica. Poi il picco della timidezza, la scontrosità ribelle.
A dirla tutta, una simile impeccabile infanzia non mi ha neanche resa particolarmente autonoma: per empio, ho imparato a lavarmi da sola ben oltre l’età consigliabile. E c’è voluta la terza media perché mi avventurassi a percorrere i pochi metri che separavano casa e scuola al termine delle lezione. Al piano di sopra, un’altra madre montava in vedetta sui tragitti scolastici di un’altra coppia di figli, raccomandando loro di agitare le mani in segno di saluto al primo angolo da svoltare.
Soprattutto, quell’infanzia priva dei nocivi vizi aborriti dalle Tate non mi ha tolto nessuna paura. Tempo sei anni e costringevo mia madre a fingere veglie sul divano accanto al mio letto perché avevo paura di chiudere gli occhi lasciando incustodita la porta della stanza e i malvagi personaggi che durante la notte l’avrebbero varcata per aggredirmi. L’estenuante ma innocuo risveglio notturno che mi faceva affacciare dalle sbarre del lettino per proporre ai genitori di “chiacchierare”, sarebbe degenerato in un’angosciosa insonnia, placata solo dalla vicinanza materna. Una sorta di risarcimento traumatico del lettone? Comunque durò a lungo. Mi portarono dallo psicologo, esperienza poi divulgata in famiglia e di cui ebbi rabbiosa vergogna.
E’ vero che Alice, esaurita una fuggevole e promettente parentesi neonatale, ormai dorme stanzialmente con noi destinando il lettino unicamente a saltelli e capriole. E’ vero che dopo un anno di rifiuti, adesso è attaccata alle sue “pause-ciuccio” come un tabagista. E’ vero che a due anni e mezzo non riusciamo a piegarla alla regola del vasino.
Non posso sapere che movimento seguirà la sua parabola vitale. Faccio quello che sento. Faccio che la amo. Ridiamo e giochiamo. Sì, mia figlia ride troppo perché, adesso, non sia un giovane essere felice.
Ieri era il quarto giorno di mare e le sue guance sono già diventate rosse e tonde. Nella mia pagella firmata dalla Tata bionda c’è un cimitero di segni blu, croci e punti esclamativi. Ma finché Alice ride, finché i nostri giochi meritano un suo abbraccio affettuoso e carezze e coccole, da questa piccola maestra io ho l’unico voto alto che davvero conta. L’unico che m’interessa.
Un poscritto per la Tata bionda: vorrei proprio vederla più dei due giorni tagliati nel montaggio tv, alle prese con i terribili bimbi salernitani…

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