In questi giorni leggo due notizie che riguardano il corpo delle donne. E non è casuale che siano entrambe sottotesto della nostra capacità procreatrice, la suprema ed esaustiva funzione delle femmine.
La prima notizia è la scoperta di un sistema per calcolare l’età in cui entreremo in menopausa. Insomma, possiamo programmare la sveglia sul nostro orologio biologico, senza temerne l’imprevedibilità. Sarà medicalmente utile? Ma, soprattutto, una simile analisi sarà psichicamente benefica? Penso che, se affidabile, si tratti di una ricerca importante per tutte le donne che rimandano una gravidanza per poi tentare di rincorrerla mentre il famoso orologio sta cronometrando. In realtà, il tempo è un concetto immodificabile. Le ore per svolgere un esame sono sempre quelle statuite, ferme e indifferenti: lo sapevamo dall’inizio, quando i sorveglianti ci hanno dato il via, e cambia poco se iniziamo a scrivere soltanto negli ultimi quindici minuti.
Tuttavia, sono tendenzialmente favorevole ad ogni progresso medico non invasivo. E questo sembra non esserlo: se ho capito bene, è una semplice questione matematica. Il rapporto causa-effetto tra cicli e temperature corporee. Ammetto di non essermi soffermata sulle spiegazioni scientifiche. Ciò che mi ha colpito è stato piuttosto il messaggio rivolto alle donne molto giovani, presentate come principali interlocutrici dell’esperimento. Hai diciannove, vent’anni e dovresti essere saggiamente interessata al tempo della tua fertilità. Dovresti esserne persino assillata, tanto da stilare un calendario a futura memoria, per quando deciderai che vuoi restare incinta.
A vent’anni l’idea di diventare madre non mi ha mai sfiorata. Non era neanche questione di essere innamorata o meno. Semplicemente la maternità era un’esperienza lontana dal mio mondo di allora, non inclusa nei progetti a breve o lungo termine che avessi iniziato a pianificare. E’ probabile che a quell’età i figli fossero un tassello naturale, qualcosa di esogeno ad un’edificazione mentale o volontaria. Se ci pensavo, mi dicevo soltanto “ne avrò”, senza che la prospettiva dovesse avere contorni pragmatici. Credo che sia piuttosto comune, il prosaico ragionamento di ogni ventenne. Ci sono quelle che restano incinte per errore e quelle che lo evitano con la contraccezione più elementare. Ci sono anche quelle che incontrano a vent’anni la persona giusta, e desiderano subito il matrimonio o un figlio. Ma non credo che a vent’anni qualcuna si arrovelli attorno alla fobia di “non poter” rimanere incinta, o peggio, di avere a disposizione una clessidra di ovulazioni che si consuma inesorabilmente.
La nuova scoperta scientifica ci invita alla lungimiranza. Ragazze, non sognate culle a cuor leggero. Non dilapidate la giovinezza, non fate l’amore minimizzando le soppresse potenzialità degli ovuli. Invece prevenite, programmate. Fate anche impunemente carriera a scapito della famiglia, ma ricordate le stellette sul calendario che vi separa dalla futura siccità dell’utero.
Un po’ fa tristezza. Come spesso avviene nella scienza, acquistare un’opportunità reca il contrappasso di perderne un’altra. Durante i miei primi mesi di gravidanza, in Calabria si sdoganava la nuovissima ecografia trimensionale, che promette fotografie nitidissime e a colori del feto, immagini realistiche cavate da una trasparente "pancia schermo". Mentre sentivo di una futura mamma commossa che aveva visto in anteprima le somiglianze sul faccino della figlia, io scherzavo con il ginecologo, rispolverando l'atavica teoria della forma dell'addome gravido per vaticinare il sesso del nascituro. Il medico liquidò subito il mio arcaismo: "Macché, non è vero niente. Cose vecchie".
Perché si vuole un figlio? Perché le donne “devono” procreare? Durante l’allattamento di mia figlia, ricordo uno scambio di consigli con un collega, padre di un bambino di due anni. Gli chiesi se la moglie aveva allattato, e per quanto tempo. Sconsolato ammise che il latte era andato via dopo tre mesi. Io espressi un partecipato cordoglio. Era anche la mia grande paura, gli confidai. Chi lo sa poi perché: ci hanno insegnato che l’anormalità è non averlo, il seno da nutrice. Il mio collega allargò le braccia. “Il fatto è – spiegò – che una volta una madre si alzava la mattina con il pensiero di allattare, e basta. Adesso ci sono cento altre cose, e la donna si stressa”. Dunque va bene, siamo generatrici di vita. Corpi da fecondare e riempire. E per questo che facciamo figli? Per questo – per l’intrinseca dittatura della procreazione - dobbiamo in tutti i modi cautelarci dallo spreco temporale della fertilità?
So che le mie parole appariranno ciniche alle donne che non riescono a restare incinte perché hanno lasciato “decantare” la loro età riproduttiva. O anche a quelle che hanno provato fallendo, e continuano a tentare con il ticchettio del time out che risuona nelle orecchie. Aspettando il lutto femminile che senza preavviso dirà: mi dispiace tanto, il tempo è scaduto. Mi dispiace, potevi pensarci prima. Appunto. Con il calcolo anticipato della menopausa, almeno queste donne potranno affannarsi nei paraggi dell’ora X, giocarsela fino alla fine. Come nell’ipotetico gioco della morte annunciata: sai che ti restano tre mesi di vita, che ne fai? Di solito, la gente risponde che se li sfrutterà tutti quei mesi. Partirà per i posti dove ha sempre sognato di andare; spenderà un capitale in ristoranti, gioielli e regali per gli amici; magari scriverà un libro di memorie o filmerà un auto-testamento sfacciatamente sincero. Qualcuno più goliardico avrà detto pure che proverà l’ebbrezza di baciare una sconosciuta, fare “buu” al primo che passa, defecare per strada.
Per la fertilità, però, è una faccenda un po’ diversa. Personalmente non sarei in grado di sopportare l’accanimento terapeutico mirato a una gravidanza. Ma certe cose devi viverle addosso, altrimenti non si può mai dire quanto una teoria aleatoria collimi effettivamente con la realtà.
Eppure non so quanto bene faccia una profezia della menopausa, anche in una donna che ha bisogno di scadenze precise. Siamo le vestali della natura. Davvero siamo convinte di poter avere perentoriamente la meglio sul nostro corpo, di cavarcela con così poco? L’abbiamo già fatto con l’epidurale, che osa cancellare secoli di nobilitanti strazi di travaglio. Partorirai nel dolore, fu scritto. Ma noi, imbaldanzite dalla medicina, sfidiamo blasfeme la sacralità imposta al parto con la penitenza del ventre. E qualche volta, come è capitato a una donna che conosco, la panacea della puntura si trasforma nell’imprevisto: il parto cesareo d’urgenza.
Più eclatante, almeno per me, è stata la notizia di un esame del sangue che potrebbe sostituire l’amniocentesi. Non so ancora come prenderla, questa cosa. Nel mio caso è un argomento delicato. Sono rimasta incinta nella zona franca in cui l’amniocentesi non era ancora “consigliabile”. Adesso però ho sforato di un anno, e i medici concorderebbero sull’utilità dell’esame. La prima volta temevo le conseguenze del prelievo sulla bambina. All’epoca lessi avidamente ogni informazione correlata. La percentuale di efficacia e quella di aborto spontaneo. La possibile consequenzialità di un parto prematuro. Avevo paura. Una delle tante paure a cui è soggetta una primipara, amplificate dal mio naturale temperamento ansioso.
Però c’era dell’altro. O meglio, avevo paura soprattutto d’altro. Cosa avrei fatto se l’amniocentesi avrebbe rivelato una malattia o una deformità? Legalmente sarei stata autorizzata ad abortire, si capisce. Ma non sarei riuscita a farlo. Raschiare via un bambino malato sarebbe stata una scelta insopportabile. Non so se il mio ragionamento era – ed è – sorretto dal coraggio o piuttosto dalla vigliaccheria di non assumersi responsabilità. Tanto più che mi conosco: non sono una madre perfetta, men che meno lo sarei con un bambino a cui serve assistenza speciale. So che il mio ragionamento è semplicemente amore. Non potrò mai non amare qualcosa che è proliferato nel mio corpo. Non potrò smettere di amarla perché ha un difetto di fabbrica.
Ma so bene – anche per averlo immaginato dentro la storia di un romanzo - che l’amore materno non è un automatismo così sincronico. Separati dal parto, madri e figli diventano due persone che possono respingersi o ispirare diffidenza. Nelle prime ore con la bambina, la guardavo colma di tenerezza e gratitudine. Mi accorsi subito che del mio involucro le era rimasta una delicata fodera di peluria sulle orecchie. Appena lo notai, ebbi un’immediata reazione di disappunto. Guardavo quel fagottino e quasi me la prendevo con lei perché era ancora avvolta nel bozzolo dei nostri nove mesi di congiunzione fisica.
Per tutto il giorno mia figlia fu placida, finché, in piena notte, aizzata da un altro poppante piagnucoloso, iniziò a strillare togliendo il sonno e me e alla nonna alloggiata su una sdraio vicino al mio letto. L’abbracciai forte e già avevo memorizzato tutto del suo viso, del suo minuscolo corpo mummificato dalle garze per il cordone ombelicale. Le carezzai le orecchie vellutate. Pensai che non avrei mai più amato qualcuno con una forza così inarrestabile.
sabato 10 luglio 2010
Due notizie sul corpo delle donne
Pubblicato da
isabella
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sabato, luglio 10, 2010
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