lunedì 14 giugno 2010

ARANCE E CENERE

(Questo racconto è stato pubblicato sul "Quotidiano della Calabria") 

Il bello di questa città è una cosa a cui di solito nessuno pensa mai. Almeno per me, l’unico lato buono che ho trovato fino ad oggi, in trentadue anni di residenza ininterrotta, è che si può stare sul balcone quasi tutte le sere dell’anno. Non so se questo sia un piacere, un ozio o soltanto una cosa davvero troppo piccola per costituire un vantaggio che bilanci le altre tare.
Comunque, noi abbiamo un mutuo, una casa, e un balcone: una dose di civica felicità, che altrove va distillata con parsimonia e invece qui è elargita in un perenne, munifico benestare climatico.

Però, certo, occorre scegliere il balcone con l’esposizione giusta, quella riparata dal vento. Allora sì, pure d’inverno, ci imbacucchiamo bene con cappotti, sciarpe e coperte, e ce ne stiamo a guardare, dall’alto del quarto piano, i mulinelli di carte e lattine sfuggiti al bar dirimpettaio, giù nella voragine lontana della strada, o il ronzio impossibile da localizzare delle folate da cui il nostro perimetro domestico all’aperto è immune.
Mentre i bambini dormono ce le prendiamo sempre, queste sgombre oasi d’inattività. Le riempiamo di silenzi e brevi contatti solidali di pelle, oppure di recriminazioni senza voce con l’eco sotterraneo delle strombazzate di automobili, l’esalazione di qualche anatema gridato in dialetto all’incrocio stradale, i richiami strascinati degli abituali da tossico happy hour, che pare il più efficace antidoto sinora escogitato alla periferia.
Ma non è un assillo nostro, quello di anestetizzare la noia. In famiglia noi amiamo i rituali, ci sono congeniali le reiterazioni quotidiane. Altri, i nostri problemi.

Siamo qui anche stasera, a respirare un’aria bollente e opaca, come rabbuiata da particelle grigie che mi sfarfallano davanti agli occhi simili alle bruciature sulle pellicole dei vecchi film. Forse il mio è solo un miraggio suggestionato: per la prima volta assisto all’eruzione panoramica millantata dall’agente immobiliare. Era una delle attrazioni dell’appartamento: si vede l’Etna, e se capita ci si gode a distanza di sicurezza il cataclisma. Con quella peculiarità pensò di aver fatto centro, l’agente. Non sapeva che il merito della transazione era tutto altrove, nella nostalgia. Ho avuto una nonna proprietaria di una casa con balcone affacciato sul vulcano. Anche se, in realtà, finché lei è stata viva, il drive-in di lava e fumo non l’ho visto mai, né mi è apparsa sulle acque l’iridescente Fata Morgana, a disegnare una fantastica via di fuga da questa città.
Oltre la ringhiera è steso un tappeto di strade, palazzi, lucenti traiettorie di fari d’automobile. Dietro la coltre urbana c’è la macchia compatta del mare. Poi un lembo rimboccato di collina riarsa, che non si sa più se appartiene ancora alla Calabria o è già Sicilia. L’ultimo avamposto visibile dal nostro balcone è l’orizzonte della montagna, l’apparizione di un cono pallido dove le colate laviche sono densi lombrichi rossi che sbavano sulle pareti di roccia. Avanzano immobili come certi insetti che mi fanno paura perché sembrano morti, inoffensivi, e invece stanno acquattati nel loro istinto irragionevole, pronti a zampettarti addosso.
Metto a fuoco la schiena di mio marito che spezza la solidità orizzontale della ringhiera. Tra le sue gambe lievemente divaricate è rimasta una discontinuità di materia, due paletti del balcone: il corpo è un’amorfa radice di carne cresciuta lì, nel territorio edificato. Sembra lui l’organismo artificiale e non il ferro, il cemento della casa che racchiude tutta la nostra vita, le serate su questa veranda con i vasi di ficus, i pensili dei gerani e la tenda parasole che di notte, quando il vento dello Stretto è una creatura selvaggia, vibra come uno strumento musicale suonato da spiriti indomabili.
I fumiganti umori dell’Etna minacciano la mia proprietà rateizzata. Penso a come prevenire, rimediare: «Credo che dovremmo coprire tutto… Vedrai che domani mi ritrovo i cuscini neri di cenere».
Mio marito Nicolas solleva le spalle, cambia posizione spostando il baricentro del peso, dal piede destro a quello sinistro. Il movimento che fa con il collo per girarsi a guardarmi gli stropiccia grinze elastiche sulla nuca: «Dicono che ce n’è un altro, sottoterra, in Calabria».
«Un altro cosa?»
«Un vulcano. L’ho letto da qualche parte… è una specie di montagna preistorica sommersa. Sta sotto il Tirreno, verso Cosenza».
«Quindi se al vulcano gli gira saltiamo tutti in aria?»
«Probabile»
«Quante stronzate… mica le spari per non parlare... del resto? Della bambina, intendo.»
Nicolas alza il braccio, il polso risale parallelo alla linea del mento, fino a tagliare l’oscurità notturna con il disco incandescente di luce dell’orologio: «Domani… anzi no, esattamente tra otto ore, quella bambina non avrà più niente a che fare con noi».
Lui ha già deciso, chiaramente. La scelta logica, quella obbligatoria e certificata dalla legge. Mentre noi discutiamo - sì, ormai lo stiamo facendo davvero, in questa bolla di scirocco rovente siamo scivolati dal torpore alla tensione - la bambina dorme sul divano del salone. Una piccola testa arruffata, una sagoma nera ritagliata sul candore del cuscino. È ancora negli anni dell’innocua promiscuità, ma non l’ho sistemata nella stanzetta di Michele e Ivan perché lì ci sono solo due letti. Il progetto di aggiungerne un altro per il terzo figlio - l’ideale femmina della completezza genetica - è rimasto nel cantiere dove parcheggiamo i tasselli del nostro futuro prossimo, fino a quando diventano improvvisamente priorità e dobbiamo affannarci a risolvere l’emergenza.
Quella bambina che adesso dorme, lei è nera anche quando fa giorno. Ma di un nero lucido, splendente: riflessi che brillano a intervalli sulle guance alla convergenza con il setto nasale, e sul mento, sulla curva bombata della fronte.
La bambina ha una madre e un padre, che non siamo io e Nicolas. È venuta da un paese africano dove fa caldo come sulle spiagge dello Jonio quando l’afa stagnante è una diga impermeabile, sterile di refrigerio. Sua madre l’ho incontrata oggi pomeriggio. Mi ha portato la bambina e una sacca che conteneva un ciuccio con la mascherina di plastica a fiorellini rosa, un orsetto di peluche mutilato di un occhio, un cambio di vestiti estivi.
Ci penso ora al fatto che non le ho chiesto neanche come si chiama, la madre. Mi bastava che le informazioni le avesse almeno una tra noi due, sembrava una condizione assolutoria. Così era quella donna a condurre, a scardinare l’ordine degli eventi.
Tutto questo potrebbe essermi già successo un milione di volte. Quando sto alla mensa non me lo domando mai se mi osservano, se registrano il mio corpo e l’ identità, se qualcuno potrà seguirmi e arrivare a memoria al mio indirizzo. Lì serve darsi da fare, ottimizzare tempo e risorse. Meno pensi, più a lungo resisti.

La bambina si chiama Shani, ha cinque anni. Capitano cose così e uno invece pensa a certe assurdità. Per esempio, io ho pensato che i miei figli l’hanno tolto prima, il ciuccio. Michele a due anni, Ivan a diciotto mesi. Similitudini di difesa: un’istintiva, autofabbricata protezione dall’ignoto. L’ho pensato per convincermi che anche in questo esiste qualcosa che conosco, che posso gestire.
I genitori di Shani sono ambulanti. Vendono bigiotteria e borse contraffatte, alle fiere sfoderano l’esotico repertorio di tavolini, lampade e statue di legno e avorio. Sono irregolari. Quando ho raccontato questa storia a Irene, lei ha sbuffato sporgendo le sopracciglia. Non fa le effetto, proprio. Irene ha un contratto a progetto ma lavora nove ore al giorno. Ha beccato due visite degli ispettori e si è dovuta barricare nei cessi dell’ufficio. «Per loro è uguale - mi ha detto - i controlli sono una fatalità, o sfiga imprevedibile. È come finire in mezzo ad un agguato di ‘ndrangheta. Mica puoi andare in paranoia per ‘ste cose, sennò non campi più».
Irene argomenta la nostra multipla ubicazione dentro il dominio del caso. L’alea dei calabresi può ben gareggiare con quella degli immigrati. Siamo disoccupati, precari o cassaintegrati. Siamo bersagli mobili e casi nazionali. Possiamo capirli, i clandestini, vero? Invece no. Invece africani, polacchi e rumeni sono l’ultimo stadio, il diaframma tra la nostra italica negritudine e un’arretratezza più melmosa, che possiamo additare nel conforto della superiorità gerarchica. Un toccasana morale: almeno possiamo dire che qualcuno se la passa peggio di noi.

In Calabria il papà di Shani aveva un amico, uno che viene dal suo stesso paese. Faceva le stagioni per raccogliere la frutta. L’ultimo lavoro con arance, mandarini e kiwi nelle campagne di Rosarno. Dormiva in un capannone insieme ad altri trenta africani, cinquanta euro di fitto mensile. Il suo stipendio con la frutta arrivava a trenta.
La mamma di Shani non parla italiano. Ha provato a descrivermi il capannone, i muri ciechi, il fornello maculato di ruggine. E poi pisciare all’aperto dietro tendoni puntellati ai tronchi degli alberi come sipari rudimentali, adattati alla messinscena dell'intimità condivisa. La mamma di Shani infilava qualche ridondante parola in dialetto, per farsi capire meglio. E poi schifo, ripeteva, schifo. Magari fa schifo pure a loro lavarsi il sudore con l’acqua sporca.
Ora che il cielo è completamente spento, l’Etna ha un’incomprimibile aureola arancione che si espande nell’atmosfera. I lombrichi di lava scavano il ventre della montagna, non sembra che possano raffreddarsi in cordoni duri, ordinari marchi di vecchiaia confusi tra le cicatrici anagrafiche delle eruzioni.
Un giorno l’amico del papà di Shani ha fatto qualcosa. Non so bene. Avrà pisciato contro un muro anziché dietro la tenda collettiva. Qualcosa così. Ma lo hanno visto, ed è chiaro che cose così, a vederle, fanno vomitare. Perché nei paesi civili la gente si svuota la vescica a casa sua. Altre tende lì, alle finestre o nei baldacchini plastificati delle docce. L’africano si era appena rialzato i pantaloni che gli è arrivata una gragnuola contro la schiena. Proiettili, ma di gomma, presi in prestito dal guerresco giocattolo di un bambino. Però facevano male. E anche il resto, quello che è successo dopo, faceva male.
Me lo ricordo, quel casino. Era in televisione e su tutti i giornali. La mamma di Shani parlava a bassa voce. Le labbra incespicavano sul suo italiano friabile, inconsistente come una tela di ragno. Gli occhi, però, erano fermi. Mi guardava fisso, non riuscivo a distinguere la confluenza dell’iride nella pupilla. Tutto nero, dilagante.
Certe volte, se quello che dici è l’essenza, la lingua che parli non conta più. Se parli di paura, morte, fame, ti capiscono sempre. Quella donna cantilenava, apriva le mani mimando ruoli e personaggi in un teatro grottesco. Mi portava in quelle campagne, nella placida sfera di schiavitù invisibile, prima del clamore degli scontri. Certi personaggi della farsa non li poteva nominare. Avevano le facce cancellate, la fisionomia obnubilante incarnata dall’omertà.
Mentre sbarrava gli occhi in quel modo enfatizzando la sua fiaba del terrore per affabulare me, l’ignara cittadina bianca, alla gola mi ha preso un riflusso di succhi gastrici. Avvertivo tra i denti un sapore agrumato e stantio. Dopo, ho raccolto tutte le arance che abbiamo in casa e le ho gettate nell’immondizia.
Per aiutare il suo amico il papà di Shani è finito in carcere, poi lo hanno rimandato in Africa. Irene, pragmatica, mi ha chiesto perché non si è fatto i cavoli suoi. Non ce l’aveva lui, un dignitoso precariato sul Lungomare di questa città, arioso delle correnti dello Stretto? Mica doveva per forza andare a Rosarno e ficcarsi in quel casino. È stato un irresponsabile, ha detto Irene.
Nicolas affonda le mani nelle tasche. Noto il serpente di una lunga vena che gli scorre sul braccio e si spezza prima di impattare con il nodo del gomito.
Stringe le labbra, poi tira su con il naso. È quella sua perpetua allergia alla polvere che si ostina a non voler curare con gli antistaminici. O forse sono le ceneri volatili, l’effetto sarà lo stesso. Lui si batte una mano sulla coscia: «Ma che altro vorresti fare, tu? Avremo già parecchi guai perché non l’hai denunciata subito, quella donna».
«Questo me l’hai già detto. Lo so»
«Però ti senti a posto. No, tu pensi che così li stai aiutando. Ti senti onesta solo perché non le hai dato soldi. È pazzesco… tutta questa storia è pazzesca!»
La mamma di Shani le aveva imparate bene, le ultime parole del suo monologo. Lingua eccellente, pronuncia cristallina. «Prenditela tu mia figlia».
Sì io, nella mia casa con il balcone e l’ombra del vulcano. Due figli scuri d’occhi e capelli, melanina sufficiente per una naturale investitura adottiva. Basterebbe l’abbronzatura estiva a renderli un po’ fratelli, i miei e l’altra, la bambina africana.
Irene mi ha detto che sono matta. Peggio, sono uscita fuori di testa. «Ma ti rendi conto - ha commentato - di come ragiona ‘sta gente? E non venirmi a parlare di integrazione e altre balle, che non c’entra niente. Mica sono razzista, io. Però come fa una madre a vendere sua figlia? Ti sembra normale? No, gioiuzza, quelli sono selvaggi».

Non sarebbe stato l’uomo nero a prendersi Shani. La sua mamma voleva darla a noi, i bianchi. Una filastrocca capovolta: qual è la ninnananna per addormentare la bambina che ora soffia l’alito dolciastro del sonno sull’asettico, estraneo domicilio del mio divano? Chi sono i mostri che la spaventano e l’eroe che verrà a salvarla?
«Non ho mai detto che quella donna mi ha chiesto soldi. Veramente l’ho detto?»
Nicolas non risponde, arriccia il naso. Trattiene lo starnuto sulla punta di un respiro ridicolo, che suona stonato, come una pernacchia. Quando lo raccontava nonna, l’Etna in eruzione me lo immaginavo un po’ come una gigantesca bottiglia di spumante. Tante bollicine roventi che scintillano nell’aria sporca, attorno alla bocca della montagna. Prima o poi lo vedi, diceva nonna. Invece, guardato da qui, non è uno scoppio sotto pressione ma è quieto bollore. Il gioco ottico di quelle cartoline per cui Michele e Ivan sono in fissa, quelle con gli omini fosforescenti che si muovono se cambi l’angolazione visuale. Fanno lo stesso movimento, sempre uguale, avanti e indietro. Una mano che saluta, un piede che cammina, gli occhi prima aperti e poi chiusi. Ma ai bambini piace: è un meccanismo elementare, la magia possibile che puoi cancellare e rifare all’infinito.
È così anche il mio vulcano sul balcone: un’illusione tridimensionale.
Oggi Michele e Ivan hanno fatto merenda insieme a Shani. Parallelepipedi di crema ricoperti di cioccolato, sopra c’era la pellicola brinosa lasciata dalla permanenza in frigo, che si scioglieva con il calore del fiato. Hanno mangiato senza parlare, però sorridevano. Solo Michele me lo ha chiesto, dopo. Chi è quella bambina. Il piccolo no, lui ha ancora le sue imperscrutabili risposte ai fatti di questa città, della nostra famiglia. E avrei voluto che lo spiegasse pure a me, quello che ha capito.
A Michele ho raccontato che Shani starà un po’ con noi perché la sua mamma e il suo papà devono partire. Dev’essergli sembrata una specie di vacanza, perché mio figlio ha battuto le nocche eccitato, come fa quando ha un’intuizione importante, e ha assentito: «Tipo gli scambi con l’estero! Allora vuol dire che a me e Ivan ci mandate in Africa?»
Poi è ridiventato serio e ha aggiunto: «Però devi parlare almeno inglese… tu mica lo sai l’inglese, mamma. E se io parto, poi come fai a parlare con la bambina africana?»
A Rosarno c’erano piccoli tizzoni, sciamanici vulcani di copertoni bruciati, lamiere sventrate, vetri appuntiti che sprizzavano dappertutto. Come i lapilli dell’Etna che dal mio balcone non si vedono.
Ci hanno truffati, lo spettacolo dell’eruzione è incompleto, abbiamo pagato un prodotto taroccato.
La mamma di Shani chiedeva che la sua bambina restasse qui. Era il male minore. Il ritorno, quello sarebbe la condanna.
Nicolas e Irene hanno pensato ai soldi. È un sillogismo più immediato. Non la capirebbe nessuno la predeterminata volontà di consegnare la vita di qualcuno a questa terra. Qualcuno che si è già giustiziato maledetto e ha proclamato il suo destino terminale, finito più di quanto lo sia questo suolo. L’africana stava seduta sul bordo del mio divano, sembrava a disagio nell’affossamento creato dal suo peso sul tessuto. Aveva la schiena diritta con una curva esatta, il volume del vuoto in bilico oltre la linea convessa del corpo. Mi sono chiesta quanti anni ha. Quanti altri figli. Mi sono chiesta se la odia, questa terra che è la sua scelta obbligatoria.
Poi mi è tornata in mente una scemenza. Quando io e Nicolas siamo stati a quel festival e un pomeriggio c’era una coda sfiancante davanti alla sala del cinema. C’era una ragazza veneta credo, o lombarda - ha detto troppo poco per discernere l’accento - che era sola e voleva attaccare bottone con me. Magari se Nicolas quel pomeriggio non fosse andato a vedere un altro film, se io fossi stata in coppia, la ragazza avrebbe cercato un’altra compagnia per quella parentesi di solitudine. Che ero calabrese non se n’era accorta. Nella meridionalità altoborghese non c’è marchio rivelatore: non il colore, non l’estraneità assimilabile alla razza. Voglio dire che io lo so parlare, l’italiano. Quando ho spiegato da dove venivo, semplicemente ha voltato le spalle e si è infilata nuovamente nella corrente sudata della gente in fila.
Ci ho pensato quando la mamma di Shani parlava di Rosarno e del suo uomo, che ha difeso l’amico. Li chiamano selvaggi, ma hanno il senso autentico della comunità. Forse in quella coda davanti al cinema, insieme a me, c’erano altri calabresi - ce ne sono sempre, dappertutto - ma se ne sono stati zitti, a dividere una silenziosa, elitaria empatia con la ragazza padana. Tra di noi, se è poco conveniente, non ci mischiamo.
Mio marito sussurra, la voce stride come i fili di vento che non ce la fanno ad arrivare fino qui, nella nicchia di cemento a temperatura ambiente del nostro quarto piano: «Me lo vuoi dire o no cosa ti ha raccontato quella là? Ma che t'ha fatto l’affàscino?»

Nonna diceva di un’altra cosa che si può vedere dal vulcano. La neve. Una spolverata di bianco contro le pendici annerite, incongruente e perfetta, che sfida l’alveo asciutto del fuoco. Un pigmento di razza bianca nel regno nero della cenere.
Prima o poi capiterà, e la vedremo. I miei bambini meritano un risarcimento alle lacune dell’infanzia marina, defraudata dal ludico piacere della neve.
Nicolas mi stringe i gomiti, la presa delle dita è forte ed eventuale come un morso, un atto violento ma non doloso: «Cristo, si è svegliata… Hai sentito?»
Non lo sento, il pianto della bambina. Sento grida lontane, voci strozzate di adulti che deragliano tra il dialetto e una lingua sconosciuta. Mi gira la testa. L’uomo nero… la bambina senza più padre né terra gliela ridiamo all’uomo nero.
Corro dentro al buio. Dalla porta aperta della cucina esalano zaffate di frutta. Entro e vedo un’arancia schiacciata a terra, vicino all’anta dove c’è il secchio dei rifiuti. Si decompone nella scanalatura di due mattonelle. La buccia è un minuscolo, poroso cratere lunare. La polpa liquefatta è ancora rossa, come sangue.

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