venerdì 2 ottobre 2009

SPAZZATURA COSMICA

(Questo mio racconto è stato pubblicato sul Quotidiano della Calabria )


Erano dieci giorni tondi che Alberto aveva finito la supplenza e Peppe se n'era uscito con quella ciotìa del castello. Insomma, anche se era giugno e comunque le scuole tra un po' chiudevano, Alberto iniziava a infossarsi nel letto nebulizzando la stanza con gli starnuti della sua allergia che non abbiamo mai scoperto a cosa, e alle 11 la stanza olezzava come una discarica, e poi lui si metteva a ravanare tra le merendine davanti al televideo, poi andava a controllare la mail e il nostro pc antidiluviano prendeva a rantolare tipo vecchio asmatico terminale. Insomma, una cosa piuttosto deprimente.

venerdì 25 settembre 2009

Arriva FRAMMENTI DI COSE VOLGARI


(Dal 3 ottobre è in libreria l'antologia di narrativa contemporanea "Frammenti di cose volgari", edita da Bookbrothers , dove c'è il mio racconto "L'anima gemella", che si può leggere qui . Una recensione dell'antologia è qui. Di seguito posto la presentazione di Michele Trecca all'antologia, che si può acquistare anche qui  )

Frammenti di cose volgari e Acqua passata sono il nuovo inizio di una storia cominciata più di dieci anni fa con la pubblicazione del primo libro Books Brothers.
Dopo quella, ci furono altre acrobazie editoriali legate al nome Books Brothers. Fra le altre, l’antologia Sporco al sole, pubblicata nel ’98 e oggi indicata come uno spartiacque nella tradizione letteraria meridionale.
La prima generazione di libri Books Brothers è stata frutto di un gioco di sponda con altri editori che hanno ospitato quei titoli nel loro catalogo, come Stampa Alternativa Il giovane Pazienza (pubblicato in prima edizione da Books Brothers nel 2000. Dal 2006 Books Brothers è presente in rete con un proprio sito.

sabato 12 settembre 2009

Su UN GIORNO COME LEI /2

(Queste sono le prime pagine del mio romanzo "Un giorno come lei" in uscita per Abramo nella collana di narrativa contemporanea Le Onde)

E questo - aggiunse il Direttore sentenziosamente - questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare

Aldous Huxley - Il mondo nuovo

C'è la mia mano, piccola e bianca, appesa alla sua, in un fitto nodo di carne che si arrampica su per le scale. Mi sento stordito, come quando mi sveglio e aspetto che sia la sua voce a farmi abbandonare l'esistenza remota del sonno. Seguo l'andatura sensuale dei fianchi di mia madre, occultati nell'inganno etereo di una gonna da zingara. C'è la luce del giorno, che passa dai vetri delle finestre piantate ad ogni giro di rampa, ed è come una pellicola abbagliante distesa sulla materia fredda del nostro palazzo. Ci sono le sue scarpe che avanzano con un ritmo deciso, non rumore ma l'involontaria autorevolezza che il suo passo rimanda sempre.

sabato 5 settembre 2009

su UN GIORNO COME LEI /1

(Questa è la prefazione scritta da Cosimo Argentina al mio romanzo "Un giorno come lei", in uscita per Abramo nella collana di narrativa contemporanea "Le onde")

 Ho iniziato a leggere il manoscritto di Un giorno come lei nello stesso periodo in cui ho cominciato alcune letture ad alta voce dell'Isola del tesoro a mio figlio Francesco. Una sera per distrazione ho letto a Frà una pagina del romanzo di Isabella Marchiolo. Lui, 5 anni di maschietto tutto nervi, prima mi fa "ma che cavolo leggi, papà?" ma subito dopo aggiunge "però vai avanti che mi stava piacendo". Credo sia una caratteristica dello stile di Isabella quella di incollare alla pagina il lettore. Non so quanto abbia impiegato a scrivere questo romanzo ma deve aver lavorato di fino, la ragazza! Descrizioni pulite e mai banali. Sentimenti che affiorano più che esibiti. Circostanze cesellate più che buttate giù a colpi di inchiostro. Una grandinata per l'autrice non è una semplice grandinata ma è il ghiaccio che cresce sull'asfalto. Gli occhi verdi non sono solo occhi verdi, ma sono tagli in bilico su qualcosa di bello. Un cazzo non è un cazzo ma un tubo pieno di carne e sangue. Il vecchio ha la pelle stropicciata di rughe... e così via.

Su COMUNI IMMORTALI


(Questa è la prefazione di Giulio Mozzi  al mio libro di racconti "Comuni immortali ", edito da Palomar)


Della scrittura di Isabella Marchiolo si può dire: che è semplice, duttile, sommessa, essenziale. Quello che si può dire, in somma, di tante buone scritture. Delle storie che con questa buona scrittura Isabella Marchiolo racconta si può dire: che sono minime, vicine all'esperienza, sottilmente disturbanti, paradigmatiche. Quello che si può dire, in somma, di tante buone storie. Ma, detto questo, c'è ancora un avanzo.

venerdì 4 settembre 2009

SPINA




"Spegni le tue candele, Laura. E addio"
(Tennesse Williams - Lo zoo di vetro)

«Stronzaaa! Mi senti? Tanto lo so che mi stai guardando! Che c'è, stai con quell'idiota? Con lui sì e con me no? Rispondi stronza di merdaa!»
Angela è alla finestra e dietro il velo confuso della tenda guarda l'uomo che ama, ubriaco, che urla e la insulta in pienanotte. Lo osserva dall'alto: i suoi abiti stropicciati, il viso paonazzo, il collo che si gonfia nello sforzo di lanciarle addosso, alla cieca, quanta più possibile rabbia.
Per un attimo un'autoradio smorza la voce di Dario, trascinandosi dietro una canzone melodica mandata a tutto volume. Angela lo nota distrattamente: sembra che i cafoni ascoltino solo musica popolare, chi ama il rock o i cantautori non fa mai tutto quel frastuono. Somiglia a un'esibizione di suono contro le apatie della provincia meridionale. E' come se di notte, a girare la città in auto, il silenzio ingigantisse il vuoto, lasciasse uno spazio fosforescente, il tratto evidenziatore di quello che manca. L'incantesimo della Fata Morgana sullo Stretto non funziona più.

SI PUO' ANCHE IMPAZZIRE



Soltanto pochi minuti, ma ho avuto il tempo di guardarlo bene. Impossibile non riconoscerlo, è uguale a diciotto anni fa. La stessa magrezza nervosa di preadolescente troppo cresciuto, l’identica andatura pigra, quella serietà cupa che oscurava la giovane età di tenerezza inerme. La sua stazione è circa mezz’ora prima della mia fermata. Ricordo che quando andavamo a scuola lui ritornava sempre a casa in treno. Da solo, con la sicurezza di un adulto.  
La sua famiglia viveva in provincia, e forse lui abita ancora lì. L’ultima volta in cui ci siamo incontrati, io avevo tredici anni e lui quattordici. Mentre tento di fermare la sua sagoma di profilo, che cammina fiancheggiando il treno in sosta e si dirige verso il sottopassaggio, non posso fare a meno di domandarmi se anch’io sia rimasta uguale ad allora. Se qualcuno mi riconoscerebbe con la stessa facilità. Ma so bene che di quegli anni in me non c’è più niente. Il corpo del passato è stato cancellato insieme ai sogni, alle illusioni, alle paure. Nel tempo, luoghi e persone hanno strofinato sull’immagine di quella vita che iniziava, e le tracce di ogni cosa mia sono sbiadite, fino a scomparire, lasciando, al posto della figura originaria, una nuova superficie bianca e piatta. 
Nulla di quel tempo lontano è sopravvissuto alla realtà. 


Sono quasi arrivata, e sento addosso la stanchezza di due lunghi viaggi compiuti in meno di ventiquattro ore, la tensione di accudire una persona anziana e malata, l’ansia di attendere l’esito dell’ultima visita medica.
Anticipo l’epilogo della mia giornata. All’arrivo Adriano sarà in piedi davanti al binario con il suo cappotto chiaro e la sigaretta quasi consumata tra le labbra, insieme torneremo a casa, ed io telefonerò a Sandra per sapere come sta mamma, che le ho appena depositato in casa. 
È il suo turno, mia sorella me la riporterà tra sei mesi. In realtà stavolta è già un anno che non sta da lei a Bologna. Ogni volta è come se fosse la prima, mamma deve memorizzare le stanze della casa dove si svolgeranno le sue attività giornaliere, registrare i cambiamenti nella figlia, il genero e il nipote. Sposta gli occhi diffidenti su ognuno, come se un nuovo taglio di capelli o qualche centimetro di altezza in più del bambino fossero un’intrusione ostile nel mondo instabile che lei si sforza di fissare nella memoria. Altre volte ad insospettirla è sufficiente un movimento istintivo, fuori posto nel comune ordine delle cose. Il gesto di una mano per scacciare una mosca, uno sbadiglio, lo slancio verso un oggetto che sta per cadere. 
Quando ci siamo accorti della malattia, mia madre viveva da sola, come sempre visto che non ha mai voluto sposarsi. Per lei il matrimonio è una forzatura sociale, un’evoluzione antropologica innaturale. 
Nella mia dinamica dei fatti tutto inizia quel pomeriggio d’estate di sei anni fa. Forse già prima di allora, in mia madre si erano manifestati altri sintomi dell’Alzheimer. Io preferisco credere che il male le abbia concesso una dilazione perché qualcuno – io – potesse assistere al disfacimento, testimone sin dall’inizio. 
Quel giorno io e Adriano entrammo in casa con la mia copia della chiave – non usavamo il citofono perché le nostre visite erano sempre annunciate; e poi a quell’ora lei riposava sul terrazzo, e non volevamo darle il disturbo di aprire la porta. Le stanze erano immerse nel buio, ma sentii in lontananza, un suono sommesso di acqua che scorreva. Avvicinandoci al balcone, lo scroscio diventava più chiaro e pensai che mamma avesse lasciato qualche rubinetto aperto, così andai a controllare bagno e cucina. Adriano, che aveva proseguito verso il terrazzino, mi chiamò, con voce risoluta ma senza segnali di allarme. Mio marito non alza mai troppo il tono, in nessuna situazione. 
Lo raggiunsi già in tensione, e vidi una scena che non dimenticherò per il resto della vita. Adriano teneva stretta per le spalle mia madre, che si divincolava mezza nuda, con l’abito tirato sui fianchi e le ampie mutande di cotone abbassate tra le caviglie. Lungo le cosce scendeva ancora qualche goccia di urina, mentre una pozza maleodorante brillava sul pavimento e allargava rivoli tremolanti correndo oltre le spranghe del balcone. 

Dal finestrino del treno guardo una spiaggia deserta e ricoperta di sassi. I riflessi del sole sul mare sembrano perle sfuggite ad una collana rotta, che rotolando sull’acqua corrono a mescolarsi con le pietre scure della battigia.   
L’uomo che ho visto poco fa era mio compagno alle elementari, un bambino in una classe vociante di piccoli alunni in grembiule blu. In una stanza lontana, che osservo con un binocolo alla rovescia. Non so neppure se oggi i ragazzini indossino ancora divise o roba simile. Forse lo saprò se un giorno mi deciderò a fare un figlio. 
Dopo la scuola io e Marco ci siamo incontrati una sola volta. È stato al funerale di Elena, in un pomeriggio di fine estate. 
Un’estate interminabile e rapida, dolce come l’ultimo rifugio dell’infanzia che precede le prime decisioni importanti della vita. Io stavo per iscrivermi al liceo, aspettavo l’autunno con un misto di apprensione e curiosità. Dividevo con le vecchie amiche di scuola quei giorni di incertezza verso un futuro dove tutto era ancora realizzabile. Eravamo coetanee, vivevamo in un ambiente omogeneo e protetto, e stavamo crescendo nello stesso, preciso momento. Credo che in nessun’altra età mi accadrà di provare quel rassicurante senso di solidarietà. Gli adolescenti sono tutti fratelli: qualunque desiderio o dolore portino dentro, si sentono ribelli e invincibili. Uniti. Armati della loro ardente giovinezza contro l’incomprensibile quiete degli anziani. 

Una domenica pomeriggio la mia ex maestra telefonò per informarmi che Elena era morta. Come per la maggior parte dei miei compagni delle elementari, non l’avevo più vista, né avevo sue notizie da tre anni. Era malata già ai tempi della scuola, e si assentava spesso per lunghi periodi, persino mesi. La maestra e il direttore, che ammonivano sempre gli altri allievi di non superare il limite consentito di assenze, nei suoi confronti non avevano mai preso provvedimenti. 
La maestra ci aveva fatto capire che Elena soffriva di una malattia grave, e che dovevamo essere gentili con lei. Ma il mio banco era lontano dal suo, e nella nostra classe c’erano quarantacinque bambini. Così io non avevo tante occasioni di parlare con Elena, e di lei ricordo soltanto che era una ragazzina più alta della media, e girava sempre in coppia con un’altra compagna, seduta accanto a lei e piuttosto magra e piccola. A vederle formavano una coppia buffa, ma si capiva che erano molto amiche. 
Per telefono, la maestra mi disse che il funerale si sarebbe svolto il pomeriggio successivo, e che avrebbe voluto riunire tutta la classe in chiesa. Era convinta che anche per la famiglia di Elena sarebbe stato un bel gesto.   
Non ero mai stata ad un funerale. Avevo tredici anni, e fino a quel momento non avevo perso nessuna delle per- sone che facevano parte della mia esistenza. L’inverno precedente era morto un fratello di mia nonna, ma né io né mia sorella lo conoscevamo. Quando ero bambina, a qualche funerale partecipava mia madre, e di quelle occasioni ricordo soltanto i suoi abbigliamenti austeri. 
In seguito pensai al funerale di Elena come ad uno strano, metafisico canale di trasformazione dell’umanità che mi circondava. Dopo quell’evento, a breve distanza, sono morte diverse persone che costituivano il bozzolo di un mio habitat certo e familiare. Tra i parenti ho perso soltanto il nonno, ma nell’anno successivo sono scomparsi vicini di casa e conoscenti che, con la loro semplice mancanza fisica, hanno iniziato a sottrarre alla mia vita i primi tasselli di ideali e sicurezze. 
Continuo ancora oggi ad essere legata ai particolari visivi dei ricordi. Un mese fa, passando davanti alla vecchia casa dove vivevo con mia madre e Sandra, ho notato che la trattoria accanto al portone è stata ristrutturata. Nell’ampio locale vuoto, c’erano due imbianchini che mangiavano un panino tra barattoli di vernice, buste e rotoli di carta. Ho chiesto il permesso di entrare e mi sono aggirata per la stanza. Le pareti avevano un altro colore, l’assito di legno è stato sostituito da mattonelle. Niente è come prima, il mondo della mia infanzia non esiste più. È scomparso portandomi via con sé, e non ho neanche voglia di sapere dove sia adesso, per tornare indietro a riprendere me stessa. Non servirebbe: io non sono più in grado di illudermi che tutto ciò in cui credevo sia mai stato reale e possibile. E non saprei cosa dire alla persona che sognavo di diventare, per giustificare il fallimento dei suoi sogni.   

Il funerale di Elena era fissato alle tre del pomeriggio, in una piccola chiesa fuori città. Quel giorno l’aria trasportava un caldo afoso. Io non possedevo vestiti scuri, e, passando in rassegna il guardaroba, mi accorsi che gli abiti estivi erano tutti troppo leggeri per una cerimonia come quella a cui mi apprestavo a partecipare. 
In realtà, a preoccuparmi era altro. Il rigore che si addice ai funerali era l’ultimo dei miei pensieri. Non riuscivo a sopprimere il crescente imbarazzo per l’incontro con i miei ex compagni di scuola. Ci eravamo lasciati meno di tre anni prima, ma di mezzo c’era stata la pubertà, e con essa i miseri cambiamenti del mio corpo. 
Non avevo ancora il ciclo, e la mia figura, analizzata nello specchio a muro del bagno, ogni giorno mi suscitava uno stato d’animo diverso. Alcune volte, guardando con attenzione, mi sembrava di indovinare una nuova curva femminile, e mimavo le posture che potessero evidenziarla. In altri casi, invece, venivo delusa dall’indecisa morbidezza di gambe e fianchi, dalla tenera linea infantile delle mani, dal profilo di capezzoli soffici ed immaturi. 
Mentre mi vestivo per il funerale, ero agitata all’idea di indossare capi sottili, che avrebbero rivelato la mia acerbità fisica. Scelsi una camicia blu di taglio sportivo e una gonna a tubo, e completai l’abbigliamento con i mocassini, anche perché l’unico paio di scarpe con qualche centimetro di tacco di cui disponevo era invernale. Diedi un’occhiata all’insieme, e pensai che non mi piacevo. 
Mi chiesi come fossero diventate le mie ex compagne di scuola, che ricordavo tutte bambine. E mi accorsi di non conservare alcuna immagine di loro. Come accade per un evento dirompente che non riesce a trovare una collocazione nel tranquillo svolgimento della vita e, una volta superato, lascia la sensazione di un sogno traumatico. Lo si continua a cercare nella memoria, ma i contorni si appannano: quando la visuale si schiarisce, tutto è già dimenticato. Dev’essere dimenticato. 

La maestra aveva organizzato la situazione. Quattro genitori presero l’impegno di accompagnare noi ragazzi in macchina fino alla chiesa, divisi a gruppi. In tutto eravamo quindici, più l’insegnante e i conducenti delle auto. La maestra aveva telefonato all’intera classe, ma non era riuscita a raggiungere molti degli ex allievi. All’appello mancava Vigilante che, dopo la separazione dei suoi, viveva in un istituto. La madre era stata ricoverata per gravi disturbi psichici, il padre aveva cambiato città e non era in grado di provvedere al figlio. Irreperibile anche Ponti, di cui si sapeva soltanto che non avrebbe continuato gli studi perché i genitori avevano bisogno di farlo lavorare. Non c’era neppure la Greco, che, quando andavamo a scuola, si faceva sempre venire a prendere dalla sorella, a diciotto anni già sposata e con l’aria spazientita e i gesti frenetici che agli occhi di noi bambini distinguevano le figure degli adulti. 
Degli invitati al funerale si presentarono soltanto i ragazzi borghesi e di buona famiglia. Ad esempio io, figlia di madre nubile recidiva ed ex sessantottina, riabilitata da un ambiente dove certi peccati, se si hanno i soldi, sono espiati e si possono persino ripetere. Eravamo tutti benestanti e cittadini, di quelli che non comprendono il dialetto perché in casa si parla soltanto l’italiano. Tranne Marco. 
La maestra ci salutò con un rapido sorriso, stringendo il gomito a ciascuno di noi bravi e composti quasi adolescenti. Lei fu l’unica a parlare, noi ci trasmettemmo comune disagio e restammo in silenzio. Il sole batteva sulle nostre teste e inondava il sagrato della chiesa. Da un momento all’altro sarebbe arrivata la bara, insieme ai genitori e al fratello maggiore di Elena, che per salvarla le aveva donato il midollo spinale. Io pensai che la scena a cui stavo per assistere sarebbe stata molto spiacevole e dolorosa, e mi pentii di aver accettato la proposta della maestra. Mentre aspettavamo, lei si era sistemata proprio tra me e un’altra ragazza, e ci teneva entrambe a braccetto, aumentando il mio imbarazzo. 
Il nostro gruppetto era una comune fotografia di adolescenti nell’età dello sviluppo. Con le femmine quasi tutte più fisicamente mature dei maschi, che sembravano i loro fratellini minori. Mi sentivo meschina ma anche in quell’atmosfera angosciante che meritava altri pensieri, non potevo fare a meno di confrontarmi alle altre. Lucia Vigano, che stava in piedi alla mia sinistra, in altezza mi superava di una buona spanna, e la sua maglietta era gonfiata da un seno evidente. In tutte le ragazze, credevo di notare una cura generale dell’aspetto, seppure un po’ inesperta. A differenza di me, le ragazze indossavano braccialetti e orecchini, qualcuna era truccata. Tutti elementi che anch’io avrei voluto nella mia immagine, ma che nello stesso tempo avvertivo come cose fuori posto per me. Inoltre, non sarei riuscita a trovare il modo giusto per dire a mia madre che volevo truccarmi o portare gioielli. 
L’unico problema che non avevo era quello della depilazione, grazie alla peluria chiara, rada e fine. Ma la ceretta era un obiettivo ancora troppo avanzato persino per le mie ex compagne tredicenni. Eppure, quel giorno ricordo che non trovai sgradevole i folti ciuffi di peli arricciati che riempivano le ascelle di una delle ragazze: quelle macchie scure, incuria svelata senza vergogna, erano l’innocente, spontaneo commiato dell’infanzia.  
 
I ragazzi apparivano quasi identici ai tempi delle elementari. Qualcuno aveva sul viso accenni di baffi, i quali, misti ai rossori dell’acne ed inseriti in corpi dalle rotondità fanciullesche, esprimevano il disagio dei proprietari nel portarsi addosso quello strano ibrido di mutamenti. Altri invece erano cresciuti in altezza, ma essendo questo l’unico cambiamento fisico notevole, mi diedero l’impressione di essere reduci da un bizzarro esperimento, dove qualcuno aveva asciugato tutta la carne e stirato i corpi tendendo la pelle sulle dure ossa rimaste. 
Marco era alto e magro, con spalle larghe e mani grandi da uomo. Il suo corpo non recava nessun segno di pubertà in corso: tutto si era compiuto con rapidità sorprendente, come se il tempo si fosse messo a correre trascinando di forza il ragazzo. Nonostante questo, il mio ex compagno non sembrava diverso. Guardandolo sentii un intenso turbamento. Erano i suoi occhi seri ed ingenui, uguali a quelli del Marco bambino che ricordavo io. Permettevano di riconoscerlo anche nel nuovo corpo di precoce giovane uomo. Il suo sguardo che fissava lontano davanti a sé, quello che ho ritrovato poco fa quando Marco ha attraversato il vagone ed è sceso dal treno.   

Come avevo temuto, il funerale fu un’esperienza straziante. I genitori e il fratello di Elena erano entrati in chiesa insieme alla bara, ed io avevo immaginato che portassero occhiali da sole. Invece tutti e tre mostravano con rassegnazione i volti sfatti dal dolore. Ma piangevano in silenzio, e persino i rari singhiozzi sfuggiti avevano un suono sommesso. La madre di Elena si reggeva al braccio del figlio, a cui, sotto l’onda delle lacrime, tremava il mento. Con loro c’era Anna, l’amica del cuore di Elena. Era sempre piccola e minuta. Notai che non piangeva. Accanto a lei c’era un ragazzo più grande, il suo fidanzato. Anna si è sposata poco dopo, a quindici anni. Non con il giovane del funerale. Oggi gestisce un negozio nella mia zona, è separata ed ha una figlia. Qualche volta la incontro e ci salutiamo di sfuggita. 
Elena era distesa nella cassa di legno chiaro, quella che si usa per chi muore da giovane. Nel suo caso, però, una ragazzina piuttosto alta, era di misura superiore della norma. Non la guardai neppure una volta. Lo decisi con un moto di autodifesa da tutta quella situazione. Mi dissi con ostinazione che non era ancora tempo, per me, di vedere un morto.   

Il momento peggiore fu al termine della cerimonia. La maestra ci invitò ad avvicinare la madre di Elena, per fare le condoglianze. Ci fu risparmiata la partecipazione alle esequie in cimitero, dove andò soltanto Anna. 
Eseguimmo tutti l’incombenza, poi ci ritrovammo nel cortile della chiesa, senza idea di cosa dire. L’insegnante avviò una larvata conversazione in attesa delle macchine che ci avrebbero ricondotti a casa. A qualcuno fece i complimenti per la crescita ed accompagnò l’elogio con illazioni su eventuali fidanzamenti. Ad altri chiese delle famiglie, mandando i propri saluti. 
Marco era vicino a me, appoggiato ad un muretto, e scrutava la strada per avvistare il prima possibile un amico, che sarebbe passato a prenderlo in motorino, per andarsene via alla svelta. Lo invidiai per quell’indipendenza. 
Quel pomeriggio mi disse una cosa, ma credo che in realtà stesse parlando tra sé. O forse voleva davvero che qualcuno lo ascoltasse, e scelse me soltanto perché ero la persona che in quel momento gli stava davanti. A scuola andavamo d’accordo, ma non trascorrevamo molto tempo insieme perché Marco era un tipo solitario, l’unico bambino a non rientrare in alcun gruppo. Spesso doveva rinunciare ai giochi dell’ultima mezz’ora per prendere l’autobus che lo portava in stazione. 
Mentre eravamo sotto il sole e la bara di Elena era forse già arrivata al camposanto, Marco parlò sottovoce, fissandomi un attimo con quegli occhi strani e poi distogliendo lo sguardo. Ma non era disagio, soltanto un senso di indivisibile solitudine. 
Si rivolse a me e disse: «Sai perché la famiglia di Elena soffre così tanto per lei?» 
Era una domanda assurda, e stavo pensando a cosa rispondere. Ma lui non me ne diede il tempo e continuò la sua riflessione. 
«È perché lo sapevano che lei sarebbe morta. Si erano abituati all’idea di perderla e credevano che avrebbe fatto meno male. Invece, quando sai di dover rinunciare a qualcosa che ami e poi quel momento arriva, è ancora peggio.» Tacque un istante, poi si alzò di scatto, perché il suo amico stava per arrivare. Concluse così: «Si può anche impazzire». 
Pochi minuti dopo, mentre insieme ad altre tre ragazze stavo prendendo posto nella macchina che ci avrebbe ricondotte a casa, sentii un ronzio. Una libellula era entrata dentro l’auto da uno dei finestrini posteriori e sbatteva alla cieca tra i sedili nel tentativo di ritornare all’aria aperta. Il rumore delle sue ali era assordante e circondava l’insetto di un senso di aggressività. D’istinto mi ritrassi, per paura che potesse saltarmi addosso. Spalancai la portiera, ma la libellula non smetteva di rimbalzare convulsa nell’angusto spazio del veicolo, incapace di vedere la via d’uscita.   

Il fischio del treno striscia nell’aria, la lacera come un suono di gesso intatto su una lavagna. In questo tratto di strada tira un vento prepotente. Lungo i binari crescono alti giunchi, che lottano contro quella violenza. Alcuni steli si piegano fino all’inverosimile, ma senza toccare terra. Rimangono a un millimetro dal suolo, resistendo alla furia. Ma la maggior parte si arrende. Li vedo sfaldarsi nell’aria, neri uccelli terrorizzati che volano via oltre il finestrino. 
Quello che è successo a Marco cinque anni fa l’abbiamo saputo tutti. Nelle piccole città le voci girano. Non ricordo neppure da chi ebbi la notizia che un mio ex compagno di scuola aveva tentato di suicidarsi. Qualcuno mi raccontò che Marco conduceva una vita tranquilla. Abitava da solo nello stesso paese dei genitori, era impiegato come autista per una ditta privata di trasporti e per lavoro gli capitava spesso di viaggiare, anche all’estero, accompagnando scolaresche o gruppi in vacanza. Del suo privato i miei informatori non sapevano molto. Dalle sue parti, a volte lo si vedeva in giro con qualche ragazza. Si conosceva una vecchia sbandata finita male per una giovane ungherese, che poi era ritornata nel suo paese. Al momento del fatto non esisteva una fidanzata fissa. 
L’aveva fatto tagliandosi le vene dei polsi con un rasoio. Quando me ne hanno parlato, l’ho immaginato affondare la lametta e posare su quell’atto doloroso il suo sguardo assorto e distante. Senza disperazione, come ci si accorge di diventare davanti agli avvenimenti improvvisi ed inevitabili che non lasciano scampo. 
A salvarlo, mi dissero, era stato il fratello. Non credo che Marco l’abbia odiato per questo. Sono convinta che abbia accettato il corso delle cose e sia andato avanti in quella sua vita di cui non era riuscito a liberarsi. 
Poco fa, quando ho riconosciuto il mio ex compagno di scuola, la sua immagine mi ha fatto un effetto inquietante. Uno che ha tentato di uccidersi senza apparenti motivi e continua a vivere dovrebbe avere un aspetto diverso. La sua figura non dovrebbe essere identica a quella dei lontani, promettenti giorni di quattordicenne, quando l’idea di morte e sconfitta non gli era ancora entrata nel cervello. Forse. 
Oggi fa piuttosto freddo, soprattutto adesso che sta scendendo la sera. Quando è sceso dal treno Marco indossava una giacca pesante. Se avesse lasciato le braccia nude, sarei riuscita a vedere le cicatrici sui suoi polsi. 
Non so quale volto o corpo dovrebbe avere qualcuno che ha deciso di morire. Una cosa, però, la so bene. Conosco esattamente il volto e il corpo di qualcuno che ha per- so la voglia di vivere. Si può anche impazzire, mi aveva avvertita Marco. Ma entrambi siamo ancora qui, trattenuti contro la nostra volontà. È la vita, che vuole restarci attaccata addosso.   

Per telefono Adriano mi ha detto che ha avuto problemi alla macchina e verrà a prendermi con la mia. È rimasta ferma per due giorni e con questo freddo adesso sarà coperta di ghiaccio. Mi sembra di vedere Adriano dentro la mia macchina, il motore e la ventola del riscaldamento accesi, mentre aspetta che la patina gelata si sciolga. Sul parabrezza piccoli fiori liquidi apriranno i loro petali e il ghiaccio si staccherà a pezzetti scivolando sul cofano. Adriano darà pochi colpi secchi con il tergicristallo e partirà con la sua parte di visuale libera e l’altra metà, la mia, oppressa da un gelido velo. Ha calcolato il tempo, e arriverà cinque minuti prima del treno. Preciso e metodico, come sempre. 
Quando la vettura si arresta sibilando nella mia stazione, chiamo Adriano dal cellulare. Lui è già lì. «Sono in macchina sul piazzale, davanti all’ingresso», annuncia. Non ritiene opportuno accogliermi al binario: non ho bagagli pesanti e la sua presenza sarebbe inutile, oltre a creargli il problema di trovare parcheggio. 
Mentre scendo dal treno, osservo la gente in attesa. Vorrei avvicinarmi a qualcuno, uno qualsiasi, e abbracciarlo, illudendomi che si trovi lì per me. Potrei farlo davvero, e poi scusarmi spiegando che ho sbagliato persona. Ma nessuno rimane da solo a lungo davanti alle rotaie: subito appare l’amico, il parente, l’amante di ritorno dal viaggio e insieme vanno via alla svelta, verso casa, prima che io possa raggiungerli. 
Poi scelgo un bel ragazzo con il viso affilato, mi colpi- scono i suoi capelli ricci di africano biondo. «Scusa... sai quale treno devo prendere per... Venezia?» 
Lui alza gli occhi dal tabellone degli orari e mi guarda con chiaro stupore. «A Venezia? A quest’ora? Non credo proprio che ci siano treni per Venezia, non senza cambiare almeno. Ecco qui... ci sono alcuni espressi, ma dopo mezzanotte, e devi prendere sempre la coincidenza a Roma.» Correda l’informazione con un sorriso gentile. «Grazie. Anche tu parti... dove stai andando?»   
«Tutto bene? Hai l’aria distrutta...» 
«Sì, sono sfinita. Non vedo l’ora di farmi un bagno e andare a letto.» 
«Immagino. Arriveremo in dieci minuti, a quest’ora la strada è libera. A casa è tutto a posto, puoi stare tranquilla. Io starò sveglio fino a tardi, sono in alto mare con una sentenza. Beh... che hai, perché non sali in macchina?» 
«Aspetta... sento un rumore, forse è entrato un insetto.» «Ma no, non c’è niente.» 
«Mi sembra un’ape o una vespa...» 
«Non dire idiozie, hai mai visto api o vespe con un gelo così?»  

Una settimana dopo il funerale di Elena, ebbi le prime mestruazioni. Ero stata fuori per l’intera giornata, e non provavo alcun dolore. Me ne accorsi prima di andare a dormire, in bagno, trovando le mutandine fradice di sangue scuro. Appena capii quello che era accaduto, ne parlai a mia madre. Lei mi fornì un pacchetto di assorbenti. Era infastidita dal mio disorientamento, e per farmi capire che la cosa non era affare suo, disse: «Non c’è niente di eccezionale. Lo sapevi che doveva succedere». 
Poi sono successe altre cose, a me e a mia madre. Cose che dovevano accadere. 
La sera delle mestruazioni capii che da allora, in un modo o nell’altro, avrei dovuto vivere.



(Questo racconto è tratto dal mio libro "Comuni immortali", edito da Palomar)

L'ANIMA GEMELLA


«Miche’, statti accorto con ‘sti commessi, ca’ ti fricano come niente…»
La ragazza con la gonna a frange che sta confabulando con il tipo azzimato sulla porta della profumeria scocca una sbirciata ostile ad Irina e si zittisce. Un mulinello di scirocco spazza il marciapiedi sollevando zaffate taglienti di polline, una delle sanguisughe d’energia che la natura infligge alla città rammollendone i riflessi.
Come ogni mattina, sul corso che odora di dolci artigianali, gli impiegati in pausa caffè e le signore borghesi si dedicano al tradizionale scambio di invidie. L’aroma fragrante che esala dalle pasticcerie è appestato da veleni di vecchia data e tubi di scarico delle auto, in sfregio ai vituperati tentativi di irreggimentare l’isola pedonale. Ma a puzzare di più è l’alito della gente, vaporizzato d’astio. Dentro la prigione all’aperto delle fioriere vegeta qualche disoccupato, al quale, però, non mancano mai cellulari nei quali berciare, come se quell’alveo di strada fosse insonorizzato e gli stessi corpi non esistessero, custoditi dall’incantesimo della sfiga. O magari dalla benevolenza del santo patrono, un estremo, taumaturgico assistenzialismo.
Irina si guarda nello specchio di una vetrina, che le cattura metà del corpo, fino alla curva dei fianchi. Un clone senza peso, fatto d’ombra e attraversato da un barbaglio di sole. Una striscia di arcobaleno disfatto le attraversa il busto, pare la ferita di un’arma fantascientifica.
È davvero lei, quella donna? La sua immagine le ispira diffidente estraneità. Il clone recluso nella vetrina potrebbe saltare fuori per prendere il suo posto e continuare a vivere lì, in quella città con le palme assediate dal vento e i palazzi eterozigoti, che sembrano stranieri ingordi di occupare uno spazio già sverginato da altri. Stranieri deportati negli opportuni lotti di concentramento periferici, che raccattano avanzi con la bava alla bocca. Come lei. Se hai fame anche l’acquolina dello scarico del cesso ha un buon sapore.
Il fiato di Irina appanna la superficie del vetro. Le sembra di guardarsi dentro una pozza d’acqua sporca, e aspetta la scarpa di un passante, un’orma sgarbata che cancelli tutto. La suola di un calcio virtuale, da parte di quelli che pensano “zingara, tornatene a casa tua” , tanto polacchi e zingari sono uguali, è un incesto di casta possibile, persino auspicabile per l’agognato genocidio della categoria omnia. Dopo, nello specchio ci sarà di nuovo la solita lei. Quella che Irina conosce bene, gretta e incontaminata.

L’incontro con se stessa nella vetrina l’ha infastidita. Ha poco tempo per restare da sola, per conto suo, si sente come se quella casuale distrazione avesse sciupato una conca di assenza perfetta.
Flavio esce tutte le mattine alle nove e mezzo e scende a piedi la scalinata che porta alla piazza. Va in edicola, dove compra il giornale e un biglietto del gratta e vinci, poi si ferma al bar per il cappuccino. Ritorna puntuale dopo venticinque minuti, ed è tutto. L’unica pausa che Irina può prendersi da lui. Un pensionato ha un infinito tempo libero, e Flavio desidera giustamente trascorrerlo con lei, la sua compagna.
Quando lui ritorna Irina è già a casa, e lo aspetta in soggiorno, dove può svagarsi guardando fuori della finestra a quattro ante. L’appartamento di Flavio non è lontano dal centro, in un quartiere residenziale piuttosto caro, con le vie battezzate in nomi altisonanti seguiti da numeri - una volta dovevano essere una specie di nobili o forse dei re. Ci vivono professionisti di mezza età, c’è persino il portiere. Gli affitti sono alti, ma loro non hanno problemi. La casa è di Flavio, lei è stata fortunata.
Nel palazzo sono tutti proprietari. La signora Federico ha l’intero quarto piano e sta ristrutturando per affittare, come si fa qui. Una signora gentile: quando Irina è arrivata, ha invitato lei e Flavio a cena, con il marito, l’avvocato, e la figlia, che studia giurisprudenza perché poi così un lavoro sicuro nello studio di famiglia ce l’ha, Flavio le ha spiegato questo. La Federico pensava che Irina non parlasse l’italiano, le ha fatto i complimenti. E’ che l’ex marito di Irina lavorava in Italia, e le ha insegnato la lingua - poteva servire. Lei sbaglia soltanto con le preposizioni. Ad esempio, “in” e “a”. “In” Calabria e non “a” Calabria; “a” Trieste e non “in” Trieste. Si confonde sempre, non le entrano  in testa.
Il suo ex ha fatto carriera: è partito dalle campagne meridionali, dove raccoglieva cipolle e fragole, ed è approdato ai cantieri del Nordest. Adesso Nagy si veste come uno della televisione, con i pantaloni stretti che mandano in fregola le femmine italiane, ma per Irina prima era meglio. Dopo ore con le dita a impastare nella terra, le mani di Nagy profumavano di dolce appena inasprito da un amaro di radice, un effluvio forte ma piacevole, come gli umori che si annusano durante l’amore. In una foto se ne sta in jeans e maglietta circondato da una serra abbagliante, le capocchie sanguigne delle fragole dappertutto. Era bellissimo, pareva un quadro. Se guardavi quella foto, ti dimenticavi dei padroni, dei magazzini dove si dormiva in venti, dei soldi a nero.

I Federico e Flavio abitano nello stesso palazzo da due generazioni, sono amici. Pure in Polonia il vicinato è importante. Però è diverso, lì non ti invitano ogni tanto e basta, con l’argento, i dolci serviti nella confezione della pasticceria di marca, i liquori differenziati per pranzo e cena. E poi vai a scoprire che nella pasta piena non c’era la mozzarella ma un formaggio filante che costa meno. A Irina piace il nome, “a pasta china”, il trionfo dell’abbondanza. Carne, latte e carboidrati in un unico piatto, una sfacciata scorta contro la miseria. Pieni, fino a scoppiare. Qui funziona così. Dove si può si eccede, per controbilanciare quello che manca, un antidoto alle mutilazioni genetiche del territorio.
Nella città di Irina, Torun, le cene si fanno meno spesso, però se tu vai dai vicini pure ogni giorno, loro ti offrono quello che hanno in casa: caffè, cracker, biscotti, latte e succo di frutta, caramelle. Non è molto, ma c’è sempre qualcosa, ti dà l’idea dell’accoglienza, dell’amicizia. Dividere quello che si possiede. Irina si sentirebbe in imbarazzo a offrire biscotti nei piattini di carta alla signora Federico.
È in Italia che si usa così. I ricchi con i ricchi, i poveri ognuno per i fatti suoi, meglio risparmiare le risorse. La miseria potrebbe abbattersi su di loro all’improvviso. Ma che ne sa della miseria una che mette a tavola l’argento?
Però, certo, Torun è un piccolo centro, mentre questa è una città. Nagy le diceva che qui sono disgraziati, che al Nord è un’altra cosa. Irina invece sul corso vede le donne con le borse uguali alle scarpe. All’inizio le somigliava a una sfilata in maschera, tutta quella cura per camminare su neanche un chilometro di strada. Vanno su e giù ondeggiando tacchi assurdi, rossi o magari gialli, e a guardarle ci sono soltanto certi ragazzi fermi fuori dei bar, che fischiano e parlano in dialetto allungando la bocca per trascinare le vocali in un mugolio animalesco. Buttano fuori il fiato ansimando, si danno di gomito, e di certo in quei versi chi lo sa quali zozzerie rimasticano. Quei tacchi gialli devono avere qualcosa di erotico, perà a Irina sembrano ridicoli e basta, una cosa da cartone animato. Forse i cafoni immaginano che se una è tanto sfacciata da piazzarsi così poi è capace di bei numeri nel sesso. I maschi italiani le pensano queste cose qui.
Lei non lo sa neanche dove si comprano le scarpe uguali alle borse. Ma sta imparando. Prima di chiedere i soldi a Flavio, vuole essere sicura di aver capito il meccanismo. 

Dalla finestra Irina guarda la strada, invasa da automobili parcheggiate in doppia fila. Sarebbe vietato, rischiano una contravvenzione.
Chiaramente una strada guardata dal terzo piano non è un granché come vista. Dalla casa di Torun si vedeva una collina vicinissima, che racchiudeva l’orizzonte. Una montagnola che sembrava disegnata da un bambino con i pastelli, tutta verde e una nevicata di puntini gialli che scivolavano sulle pareti.
Quadri, disegni. Lei vede tele e colori ovunque, voleva diventare un’artista. Dipingere soggetti come fiori, corpi di donna, visi di bambini, non quei lugubri spruzzi di vernice che hanno messo sul lungomare - Flavio le ha raccontato che li ha fatti una pittrice importante. Forse è Irina ad essere ignorante e quelli sono capolavori. Su un pannello c’era la recensione di un critico, parlava di “visione cataclismica” e lei aveva pensato che un quadro non deve fare paura. Quelle tele parevano una minaccia pronta a detonare sul mare. Irina non la capisce la gente di qui. Quadri angosciosi, merda di cane, scorie delle scorribande da sabato sera sulle spiagge. Com’è possibile vivere benedetti dal mare e vomitargli addosso questo schifo?
Il custode del Lido, che d’estate la fa entrare gratis per fare il bagno, giocando con il suo nome l’ha ribattezzata “a sirena”. Forse così alla fine una patria ce l’ha anche lei, il mare le ha concesso la sua cittadinanza. Le sirene le capisce, a terra non sopravvivono a lungo.
Flavio glielo dice sempre, di comprare quello che serve e provare a dipingere. Ma così non sembra una cosa d’arte. Questo suo sogno, anche se lei non è una pittrice famosa, Irina non vuole venderlo come al solito, con lui, al supermercato del sesso.

Comunque l’appartamento di Flavio ha tante finestre e due terrazzi. Una cosa che a Irina piace è il balcone lunghissimo che inizia in cucina e finisce nella camera da letto. Da quando abita qui – oltre alla lavatrice, le scarpiere, l’armadio per le bottiglie di olio e vino e l’acquaio, che c’erano già– lei ci ha messo le piante. Vasi che attraversano il balcone tutto intero, nessuno nel palazzo ne ha così tanti.
Flavio è una brava persona. Irina l’ha capito subito, dalla prima telefonata. E lei che lo aveva aggredito perché credeva fosse Nagy. Il numero di cellulare era quasi identico, cambiava soltanto l’ultima cifra. Il nome dell’ex non risultava perché lei non l’aveva registrato in rubrica. O forse per non vederlo scritto, il nome. Tanto lo riconosceva lo stesso, con quei numeri in fila, semplici da ricordare. Bastava tenere a mente il prefisso 336, preceduto dallo 0039 dell’Italia. Poi 12344321, in successione e al rovescio. Nagy se lo era fatto fare apposta.
Flavio, invece, alla fine aveva tolto l’uno e messo uno zero. Chissà come gli era venuto di togliere il primo numero e sostituirlo con una cifra che non conta niente. 
Sette mesi fa, rispondendo a quel numero, Irina aveva sentito una voce che parlava in italiano. Pensando ad uno scherzo di Nagy aveva mandato la voce al diavolo. E poi era Flavio.
Flavio è calabrese, ha settantadue anni, vedovo da dieci. Ha un figlio sposato e un nipote, che vivono a Trieste. Lavorava al dipartimento del personale della Regione, ha una buona pensione.
Irina è polacca, ha quarantaquattro anni, un figlio di sedici che vive con i nonni a Torun, un ex marito che lavora per un cantiere edile a Trieste. Lei e Flavio hanno nel loro destino un numero di telefono e una città.

Irina sa di essere bella. Ancora bella. È alta, bionda, con gli occhi verdi e una leggera miopia che ora è corretta da lenti con la montatura invisibile. A Tomas, suo figlio, piacerebbero. Roba firmata, gliel’ha regalata Flavio. Lei l’ha scelta sul giornale – era quella della pubblicità di Sharon Stone – e lui l’ha presi sul corso, in un negozio costoso, sulla porta avevano messo un enorme paio di occhiali che si accendeva di luci al neon da un lato all’altro, come una miccia pronta a consumarsi.
Salendo dall’angolo del negozio di ottica, in una via sormontata dai cassonetti dell’immondizia, c’era una bottega dei cinesi. Qui gli stranieri hanno iniziato a fare buoni affari. Però i cinesi si erano dimenticati di cambiare l’insegna del locale, e sopra la vetrina si vedeva la scritta “investimenti”, con le lettere adesive grattate. Ma non è perché sono cinesi, qui l’incuria è un parassita vorace, che ammorba la città e le persone. Lenzuola e mutande impiccate sulle strade del centro, chioschi abusivi, auto sbarrate contro gli scivoli per i disabili. Ognuno si ruba lo spazio a morsi, vi appone il proprio sigillo di possesso egoista. L’appartenenza è un risarcimento rabbioso, la vendetta di una residenza focomelica: voi non ci date niente, e noi prendiamo di forza, violentiamo, sfregiamo.
A Irina Flavio ha comprato pure i jeans a vita bassa, che lei se li può permettere ancora. Si è un po’ appesantita sui fianchi, ma questo non guasta, infatti Irina se ne accorge che per strada i maschi la guardano, certe volte qualche ragazzo giovane. Le bramano le tette e il sedere, le gambe lunghe. Come il portiere del palazzo, che la saluta con il sorriso obliquo. Si capisce quello che pensa: la vacca straniera che si fa mantenere dal vedovo, forse cerca di farlo secco a letto, chissà i lavoretti che gli serve per vederlo schiattare, quel povero vecchio.
Invece il sesso con Flavio è tutto il contrario. Una cosa lenta, monotona, scene e azioni reiterate. All’inizio le sembrava una cosa meschina il fatto che lui dovesse prendere la pillola blu. Poi quel momento è entrato nella scansione dei loro incontri intimi. I pomeriggi del fine settimana, dal venerdì alla domenica, in un codice privato concordato. Lei gli porta la medicina e un bicchiere d’acqua, perché Flavio non ha mai imparato a ingoiare le pillole da solo.
Fanno l’amore sempre nella stessa posizione, a letto e con la luce del comodino accesa anche quando è giorno e il sole filtra dietro le veneziane abbassate. A Flavio piace guardare Irina sopra di lui, cingerle i fianchi, baciarle i seni e l’addome. Mentre si muovono, lui ripete i movimenti della giovinezza, e in questa rincorsa del passato, dove il corpo afasico non può più seguirlo, si sforza di tornare indietro con la mente. Allora Flavio perde i suoi modi cortesi e ansima greve, la palpa con la frenesia di stringere più carne possibile e trattenerla sotto le dita. La sua faccia si fa larga e stolida, Flavio viene dando una spinta amplificata e grottesca, che vorrebbe essere l’imitazione di uno slancio naturale. Viene ululando a labbra socchiuse, con un sospiro che rigetta fuori più una rassegnata liberazione che un piacere.
Ma questo accade soltanto dal venerdì alla domenica, e dura all’incirca mezz’ora. Ormai è una cosa quasi indolore.
Il male, una fitta bruciante al centro dei seni, arriva se Irina si ricorda di prima. Prima, in vita sua, aveva fatto l’amore solo con Nagy. Loro due che, quando fuori pioveva, si nascondevano dietro il velo d’acqua steso sul vetro della finestra, e facevano a gara per sbrinarlo con il respiro caldo di fumo, dividendosi una sigaretta. Loro due che si amavano e le gocce, il fango, le foglie secche e accartocciate, i rigagnoli d’acqua sporca scorrevano nelle fratture delle strade, facendo navigare carte molli come fantasmi di colombe. Pioveva dai tetti, sui marciapiedi, sulle panchine, nei cartoni di rifiuti abbandonati, sulle ali degli insetti annegati nelle pozzanghere. Le mani leggere di Nagy si posavano sulle orecchie d’Irina, e lei udiva il suono sordo provocato dalla pressione: un sibilo profondo e remoto, onde propagate dalle spirali di una conchiglia.

Flavio però un tempo era bello. Irina ha visto le sue fotografie giovanili con la moglie e il figlio. Adesso è vecchio. Ma ha dei bei colori, vivi e prepotenti. I denti bianchissimi, le pupille d’un blu intenso e immacolato, la pelle luminosa, una tinta tra il rosa e il dorato. A guardare Flavio sembra di prendere una boccata d’aria fresca in un paesaggio di montagna. I suoi colori rendono tutto più facile. A Irina piacerebbe dipingerlo, salvare i colori e dimenticare il resto.
Quando la mattina Flavio esce per comprare il giornale, le capita di pensare alle cose che vorrebbe dire alla gente e che non si possono dire. Ci pensa pure la notte, prima di addormentarsi, ma in quella situazione è più difficile concentrarsi, perché c’è Flavio accanto. Il suo russare ritmico, da bestia a riposo, il calore umido emanato della sua schiena. Poi a tradimento arriva il sonno, e le succhia via tutti i pensieri.
Di giorno, invece, questo grumo d’impotenza le rimane interamente dentro. Ma non nella testa, come di notte. I pensieri la mattina se li sente in fondo alle viscere, in un punto doloroso che si conficca tra il cuore e la pancia. Affastellati lì fanno male, e pare che se non li tira fuori la faranno esplodere. Certe volte il male è così forte che Irina davvero preferirebbe scoppiare.
Riesce a stare meglio soltanto se immagina di dirle sul serio, quelle cose. A Nagy, a Tomas, a Flavio. Che poi è chiaro, non le dirà mai.

Irina e Flavio aspettano l’autobus. Sta finendo settembre, dalla villa riccioli di foglie ingiallite piovono vicino a Irina, che si sente secca e terminale come quel paesaggio d’autunno. Anche lei sta morendo per rinascere, cambiare le sue foglie vecchie.
Flavio strizza gli occhi per leggere le fermate sul cartellone. Sull’asta della pensilina sono incollati tre bigliettini rosa. Numeri di cellulare stampati dentro il disegno di una nuvoletta a forma di cuore. Fuori della nuvoletta c’è scritto “Agenzia matrimoniale FELICITA’. Trova l’anima gemella”. Che nome, pensa Irina. Che c’entra la felicità con l’amore e l’anima gemella?
In attesa sul marciapiede due giapponesi con ingombranti zaini sistemati tra le gambe, studiano una cartina. Irina si chiede se si fermeranno o sono di passaggio, una rapida, curiosa sbirciata in una terra di transito, turismo spicciolo come la monetina elargita a un mendicante, o infilata per pura necessità nella macchinetta di un distributore.
Irina è nervosa, le ramificazioni della città la mandano in ansia come un nuovo marchio di foresteria, la sua ostinata ingenuità di sentirsi smarrita: «Flavio, ma che cosa stai leggendo? Dobbiamo aspettare il 21 e basta.»
«Sì, ma forse c’è un modo per fare prima… con una strada alternativa…»
«Senti, abbiamo sbagliato e dobbiamo riprendere il nostro autobus. Il 21, vedi qui, passa. Ma come siamo finiti dall’altra parte della città!»
«Tieni ragione, mi sono confuso…»
«Allora smettila di guardare il cartello… quando il 21 arriva te lo dico io, va bene?”
“Credo che sia passato da poco, mo’ ci vorrà almeno mezz’ora…»
«Ma sai tutto, tu? Noi aspettiamo già da tanto, e vedi che ora arriva!»
Un autobus si ferma aprendo le porte automatiche con uno sfiato meccanico. Flavio chiama forte: «Irina, è questo!», e la trascina sottobraccio sul mezzo.
Le porte si riavvolgono, Flavio e Irina sono in piedi vicino al gabbiotto di guida. Lei gli lancia uno sguardo di disapprovazione: «Ma perché abbiamo preso questo? Non è il 21.»
«Arriviamo prima, fidati!»
«Come arriviamo prima? Questo va da un’altra parte!»
«Ma no, dobbiamo solo cambiare alla quarta fermata.»
«Cambiare… quarta fermata… ma perché sempre cose difficili! Non c’è posto, dobbiamo pure stare in piedi qui ed è vietato.»
«Ma no, non è vietato.»
«Sì invece, così disturbiamo l’autista!»
Lui le accarezza la mano: «Quei due ragazzi scendono, adesso ci sediamo là.»
La fermata è annunciata dal trillo stonato di una prenotazione. Flavio e Irina si sistemano sui due sedili liberi. Quando l’autobus riparte srotolando la sua fiancata metallica sulla città, avvertono un lieve stordimento alla nuca, il senso di marcia inverso che preme sulle tempie e li vince in un bozzolo di spossatezza.
Irina sbuffa, rifiata l’aria stagnante dell’abitacolo. Poi si volta verso Flavio e a entrambi sale spontanea una risata.
La villa si allontana con i vecchi che giocano a carte, la corolla di fruttivendoli ambulanti, la statua di Garibaldi colonizzata dagli epitaffi di malinconici graffitari di periferia. Qualcuno ha scritto: “In questa città sarò solo un treno in transito”.
Domani all’alba, fino al prossimo vento di tramontana, i netturbini spazzeranno via le foglie morte.



(Questo mio racconto è apparso su Booksbrothers ed stato poi pubblicato nell'antologia di narrativa contemporanea "Frammenti di cose volgari"; la foto del post è di Nan Goldin)

QUADRILOGIA D'ESTATE


Siamo appena arrivati in spiaggia e mi sento già addosso il sudore colloso della canicola. Guardo le mie gambe sempre troppo bianche, eccesso di protezione solare. Dietro la trama sottile dell’epidermide, in controluce, noto due lunghe vene azzurrate, che prima non c’erano. Il mio corpo sta cambiando. Dovrei saperlo, abituarmici. Percorro le vene e penso che sono belle, qualcuno potrebbe avermele dipinte sulla pelle. O forse è solo l’ombra dei miei capelli contro quel bianco intonso, un’illusione, qualcosa che in realtà non esiste.
    Giuliano non parla, questo mutismo correo aderisce al nostro pomeriggio al mare, amplifica la calura. In compenso il vento è loquace, sembra espettorare salsedine che vaporizza sui pochi volumi umani che ci circondano.
    È colpa mia, lo so. Quando ho le paturnie sono intrattabile, penso che nessuno ha mai capito niente di me. Domani, se la bollicina di carne che mi cresce dentro diventerà un bambino, lui saprà già tutto, anche quello che non ho mai detto a nessuno.
    Mi raccontano che presto comincerà a muoversi: prima come un battito di farfalla, poi tirerà calci e farà capriole come un bimbo vero. Lui o lei, ancora non si vede.
    Siamo accampati vicino a una coppia e un ragazzino che può avere tre anni. Gioca con una palla e per due volte la fa rotolare accanto ai miei piedi. La madre si scusa, lo rimprovera senza convinzione. Lo chiama, Samuel, e lui gira la testa riccia a guardarla. Il suo nome pronunciato, reiterato, ha l’integrità della vita, lo rende inconfutabile.
    Do le spalle a Giuliano, ne avverto il respiro accaldato, il movimento delle dita che rovistano tra le pietre della spiaggia. All’improvviso perdo le mie difese. Non ho finito il terzo mese e mi chiedo se ci arriverò, fino in fondo. La memoria recupera fobie assurde, un veggente marocchino che a diciott’anni mi aveva profetizzato un aborto, che non era chiaro se mio o di una donna della mia famiglia.
    Il cuore del mio bambino è una minuscola luce perlacea di sangue e filamenti organici. L’ho guardato pulsare nell’ecografia, e penso che la prossima estate anche noi, visti da fuori, saremo come quei tre.
    Il mare continua ad umettare la battigia, una bava lucida ricalca la rena arrendevole. C’è un altro bambino, questo di anni ne ha circa sette, e saltella sulla fanghiglia sabbiosa facendo scempio dell’ordinato disegno composto dall’acqua. Si muove sgraziato e ulula versi gutturali, sembra un difetto di fabbricazione impossibile da rimuovere, un prodotto tarato fuori luogo in questa crudele, spietata, perfezione della natura. La scena somiglia a un esame: il mare si arrocca nella sua bellezza assoluta, orgogliosamente solitaria, e il bambino la sporca, sbaglia, candido, con i suoi gesti disarticolati.
    Il silenzio tra me e Giuliano diventa di piombo, un’ancora che ci trascina al centro dei nostri teli distesi, a picco dentro la sabbia e le pietre arroventate dal sole.
    Lo avevo deciso dall’inizio, l’amniocentesi non la faccio. Non me ne frega niente, il mio bambino lo voglio così com’è, non gli metto un cartellino di collaudo. Guardo il piccolo barbaro con i suoi occhiali spessi abbacinati dalla luce, mentre affonda le gambe pesanti nella schiuma del mare, e mi chiedo se ne sono così sicura. Se davvero una madre è questo, amore incondizionato, totale.
    Il ragazzo corre a gettarsi nel grembo di una donna con i capelli corti, sudati sulla nuca. Lei gli fa il solletico sotto il mento, lui ride.
    Samuel mi lancia la sua palla e viene a riprendersela guadando affannato tra i sassolini della spiaggia. Giuliano mi accarezza una mano.
************
 Nunzia era lì, sulla panchina sotto quell’albero con le radici enormi che nessuno si ricordava mai a quale specie appartenesse. Caposaldo della vegetazione umana che concimava le serate estive sul lungomare, l’albero serviva soltanto da inamovibile punto di riferimento per lo struscio. Con le sue radici sventagliate sul suolo, quasi un’escrescenza suppurata dal territorio, somigliava ad una gigantesca piovra senza lo schifo dei tentacoli mollicci.
    Quella Nunzia compatta come una bambolina, da sempre una delle fighette della città ma nella secondaria categoria mignon, Dalia non la vedeva dallo scorso luglio, un anno esatto fa, quando erano partite insieme per l’Inghilterra, tentate dall’idea di un’economica vacanza-lavoro un po’ fuori tempo massimo, trattandosi non di due diciottenni in viaggio premio post maturità, ma di malinconiche venticinquenni in fuga.
    Poi, quel sabato, facendo la spunta alla lista per la valigia della seconda vacanza britannica, che stavolta Dalia affrontava con Mario, si era accorta della presa elettrica. Per soggiornare in Inghilterra hai bisogno di una presa speciale, un adattatore per la spina, che è diversa da quelle europee. Se non ce l’hai non puoi neanche asciugarti i capelli con il phon. Ma l’adattatore, che Dalia aveva comprato l’estate scorsa, non veniva fuori da nessuna parte. Perché l’aveva prestato a Nunzia, che a Bournemouth era rimasta altri due mesi, Dalia aveva preso l’aereo da sola.
    La fine di certe amicizie ha l’odore disperso, svaporato dei bagnoschiuma consunti. Senti un illusorio aroma residuo, invece non c’è più niente, è patetico fondo di bottiglia. Ad ottobre Nunzia era tornata con un marito inglese e un’infezione sessuale banale ma molesta. Non lo diceva più che loro, con gli uomini che si sceglievano, meglio sole. E che Dalia era stata un’idiota a fare l’amore con Mario prima di partire, che invece di divertirsi erano state tutt’e due in paranoia per quel ritardo, e meno male che le mestruazioni erano arrivate quando lei si era messa con il cameriere torinese, quasi quel bacio sgombro avesse sbloccato un interruttore difettoso. Dalia e Nunzia la chiamavano la terapia estiva. Solo che bisognava distinguere tra farmaci lenitivi e curativi, e per Dalia, i flirt vacanzieri non facevano granchè effetto sul lungo termine.
    Aveva telefonato a Nunzia domenica, il tempo di riesercitare le parole amicali, il gergo della loro solidarietà imbiancata. Che loro erano quel tipo di amiche che si raccontano tutto, sesso compreso, per significare fiducia, intimità assoluta, compresa la nudità complice dei trattamenti estetici, lo scambio di indumenti libero dal pudore degli umori corporei mescolati.
    Nunzia, ovviamente, non abitava più con i suoi e la madre si era limitata a dire che avrebbe riferito. Ma Dalia non aveva ricevuto né la telefonata, né la presa.  
    Adesso Nunzia se ne stava sulla panchina, che di sera pareva intatta e invece alla luce rivelava scrostature di vernice simili a carie. Aveva sempre i suoi occhi rigati di bistro eccessivo, le sopracciglia come ali sottili in bilico verso un volo impossibile.
    Quell’estate, la prima sera a Bournemouth non conoscevano nessuno. Erano rimaste a lasciar passare le ore sedute al tavolo di un pub deserto, dividendosi un cartone di patatine. C’era il mare dietro una striscia di lampioni e cabine del lido, sembrava di essere ancora a casa. Mancava soltanto l’albero, ad asfissiarle con i suoi tentacoli.
************
 La ragazza ha il piercing all’ombelico, questa è la prima cosa che lui nota quando entra nell’anticamera dell’agenzia immobiliare. Un brillantino arenato in mezzo al semicerchio d’argento, come brina su un amo conficcato nella carne.
    Lui si asciuga le mani umide contro la tela scabra dei jeans. Pensa che il tecnico di una ditta di condizionatori non dovrebbe essere sudato, non è una buona garanzia. Però oggi la città è una gigantesca bocca di forno e la sua ditta è una delle poche rimaste aperte il 10 agosto. Insieme all’agenzia immobiliare che ha ordinato il condizionatore, dove la ragazza con il piercing lo accoglie esaltata come una sopravvissuta che incontra un altro essere umano tra le macerie di un cataclisma. Intorno, un accerchiamento di saracinesche ottuse, musi metallici senza voce. Tutti in ferie, quelli che hanno i soldi per pagarsi una vacanza.
    Dentro l’agenzia la temperatura è da sauna, il tessuto sotto le ascelle della ragazza è dentellato di un alone scuro, la stoffa bagnata si arriccia lievemente e sembra boccheggiare per il caldo.
    La ragazza ha un bel corpo, impossibile non accorgersene: la maglia corta è incollata ad un busto perfetto, dove il caldo traccia una curva madida nell’incavo dei seni; sotto i pantaloni leggeri s’indovina la striscia minima di un perizoma. Lui non è mai andato a letto con donne che portano quel tipo di lingerie, sua moglie Elena a certe cose non ci ha mai pensato.
    Quando il condizionatore è montato, il clima più fresco alita una trama di goccioline immobili sulla scollatura della ragazza, la pelle pare respirare di gratitudine. La sala dell’agenzia è un animale meteropatico, si risveglia molle dal letargo.
    Lei si spoglia con la fretta dell’imbarazzo e lo attira verso la scrivania della reception, il posto meno soffocante dell’ambiente. A sinistra dei suoi tacchi, due alti steli di vernice nera, nel cestino delle riviste un giornale è aperto su un avviso sociale, una specie di pubblicità progresso. C’è la fotografia di una donna che si abbraccia le gambe con la testa chinata sulle ginocchia. La ragazza intercetta il suo sguardo e le esce una risatina nervosa. Fa caso per la prima volta alla sua voce, ha un tono gorgogliante e sgradevole: «Non guardare, porta male… è una cosa di tumori»!
    Lui pensa alla prossima rata mensile della macchina, all’affitto che con le analisi di Elena non quadra più, ai loro regali di matrimonio venduti, che ogni giorno si smaterializzano dalle stanze.
Il corpo della ragazza sussulta contro il suo, accanto alla scrivania, su un tavolino a forma di cubo vuoto, c’è un vaso di malta cinese blu come gli occhi di Elena. Lui rivede la loro casa spoglia, quell’incongrua emorragia di cose e ricordi che somiglia ad un trasloco, alla promessa di un cambiamento, e invece è una dismissione senza ritorno, gli oggetti che non riemergeranno da nessuna scatola.
    La ragazza serra le palpebre, perduta nei suoi pensieri di trasgressione imitata dai rotocalchi. Non può vederlo mentre solleva il vaso dal tavolino. Il bordo affilato gli graffia il palmo, lo solleva cauto perché, nello sbalzo climatico che gonfia la sala, potrebbe scoppiargli tra le dita.
************
La temperatura si era alzata di dodici gradi, la colonnina di mercurio schizzava verso il disco cocente del sole, da una sopportabile calura all’afa irrespirabile. La gonna di lino si accartocciava nelle pieghe della lunga immobilità sul sedile del treno, le mie ginocchia abbronzate baluginavano come cocuzzoli di montagna bagnati di rugiada. Mi piaceva inventare immagini di refrigerio, evocare idee d’acqua e aria pulita mentre la locomotiva avanzava nel suo molle tragitto e lo scompartimento emanava asfissia e scenari usurati.
    Che follia farsi sette ore di viaggio con quel caldo. Ma a casa avevo detto che era un appuntamento di lavoro, cosa che, da queste parti, giustifica tutto. Macinare chilometri per una speranza pronunciata a voce, un’aspettativa ancora intatta nel suo involucro di foresteria che ispira più fiducia delle promesse nostrane.
    La sera prima in tv avevamo rivisto per l’ennesima volta “Nuovo cinema paradiso”, uno dei film preferiti di Renato. Quando i due amanti, ormai invecchiati, si incontravano e facevano quell’amore che gli era rimasto incagliato dentro dagli anni dell’adolescenza, io avevo pensato che parlassero di me e Loris, come succede a tutti. La storia che stiamo vivendo la vediamo dappertutto, nei libri e nelle canzoni, e per tramandare questo rituale antropologico di romanticismo banale, finisce che combiniamo casini. Io, per esempio, quando i due del film si avvinghiavano dietro i finestrini appannati dell’auto, avevo le guance in fiamme, mi ha salvato la connivenza con la luce azzurra dello schermo.
    Il treno sarebbe arrivato alle 14, ora di punta del torrido pomeriggio metropolitano. Mi sarei immersa nel calore pregno della stazione Termini, un accogliente ventre di umanità in transito, una madre- prostituta che si offre a tutti senza chiederti chi sei. Per esempio, amanti scaduti, o ex meridionali d’importazione.
    Scesi i gradini appiccicosi del predellino, il vapore della locomotiva ancora tiepida mi solleticò le caviglie d’umidità. Le pareti dello stomaco stridevano, presi un panino con speck, salsa piccante e formaggio, una di quelle bombe che mangio soltanto in viaggio, come godurioso indennizzo alla fatica dei percorsi accidentati e imprevedibili che partono da Sud.
    Un’ora dopo entrai nella Galleria di arte moderna e il multiforme percorso della Quadriennale mi inghiottì in un bolgia di suoni, colori e fotogrammi in movimento. Loris mi stava aspettando nella stanza d’albergo che avevamo prenotato perché a Roma anche lui aveva famiglia. Me lo figurai seduto sul letto mentre faceva zapping alzando il collo verso il remoto monitor di uno di quei televisori degli hotel, sistemati sempre troppo in alto. Chissà perché, dietro la testata del matrimoniale ci vedevo una stampa di Klimt, e Loris mi aleggiò davanti insieme agli esili innamorati del quadro, un ossessivo fantasma replicato nei video mandati ad oltranza nella sala.
    Lo volevo da vent’anni quel suo desiderio che adesso bruciava dentro un’anonima camera d’albergo, nell’ingannevole combustibile della memoria. Se ci fossi andata, in quella camera, gli avrei chiesto perché, nell’onnipotente estate dei nostri diciotto anni, non mi aveva mai telefonato.
    Con Loris ci eravamo conosciuti in palestra, dividevamo il letargico allenamento di fine stagione, preparatorio alla prima seminudità della spiaggia. Lui mi aveva chiesto il numero di telefono – allora non ce li avevamo i cellulari – e io gli avevo dato il recapito della signora che ci affittava la casa al mare per luglio. Mi vergognavo pure, perché doveva rispondere la signora e venire a chiamarmi davanti ai miei.
    Una fossa di corpi scuri, ammassati come nelle banali illustrazioni dei gironi danteschi, si allargò sul pavimento. La visione apocalittica di Vanessa Beecroft risucchiava Loris, le sue scarpe che sporcavano il copriletto dell’hotel e i lampi discontinui inviati dal televisore. Continuai a girare per le sale della Quadriennale, il treno ripartiva alle 18 e il mio tempo nel passato stava per scadere.




(Questo mio collage di microracconti è apparso su Booksbrothers)