domenica 11 febbraio 2018

Lealtà

Questa mia recensione al romanzo "Lealtà" di Letizia Pezzali edito da Einaudi è stato pubblicato sul Quotidiano del Sud



E’ una parola poco usata e riconosciuta, che quasi evoca reminescenze antiche, la “Lealtà” della pavese Letizia Pezzali. Per Giulia, protagonista del fenomenale romanzo edito da Einaudi – libro già rivelazione in genesi, quando, ancor prima della pubblicazione italiana, ha venduto i diritti per la traduzione in sette paesi – la lealtà è il suggello di un legame. La promessa chiesta dal maturo amante Michele per interpretare il rapporto sentimentale ed erotico che i due vivono nella contemporanea era glaciale dell’incomunicabilità social, aggravata nel suo neutrale distacco dall’ambientazione del libro nel mondo economico londinese. “Quando parlerai di noi – le scrive lui – fallo con lealtà”. E quella parola così potentemente fuori contesto diviene essa stessa definizione. Più dell’amicizia, svuotata di ogni significato in questi anni di chat, condivisioni e reti di contatti. Più dell’amore stesso, carico di gravami emotivi, pretese, delusioni e rancori.

martedì 23 gennaio 2018

Ogni piccola bugia


Questa mia recensione al romanzo "Ogni piccola bugia" di Alice Feeney   (Nord) è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud

Avvertenza al lettore: in questo romanzo niente è come sembra. Nemmeno l’ipotesi che, iniziando la storia con una donna in coma, depositaria insenziente di segreti e flashback rivelatori, da lei si possa sciogliere il nodo della trama. Quest’incipit da manuale è infatti solo uno dei raffinati strumenti del mestiere che l’autrice Alice Feeney ha appreso dalla regina del giallo, Mrs. Agatha Christie. Ma come accade agli allievi davvero dotati, Feeney cita per fare proprio. Ed ecco che, no, in questo romanzo per il lettore resterà un’illusione quella di sapere in anticipo il nome del colpevole (non era così anche con la sublime maestra Agatha?). Dovendo incasellarlo in una definizione, “Ogni piccola bugia” (Editrice Nord) è un thriller psicologico basato su un canovaccio piuttosto classico: due sorelle legate da un passato terribile e sotterraneamente rivali; un incidente che forse tale non è; personaggi ambigui e tutti con i loro maleodoranti scheletri nell’armadio. Partendo da qui, la scrittrice inglese confeziona una narrazione che, nonostante le premesse di genere, sfiora la letteratura d’autore.

giovedì 18 gennaio 2018

Lo spirito di Lady Oscar


Chi ha amato la bionda eroina francese in abiti da colonnello, lo riconoscerà subito quel refrain… Poche, inconfondibili note che accompagnano la falcata sicura della modella nello spot del profumo “Dange-rose” di Blumarine. Era il motivo che chiudeva le puntate cruciali (compresa l’ultima) dell’anime “Lady Oscar”, oggetto di nostalgico culto per noi “ragazze” che ci affacciavano all’adolescenza negli anni Ottanta. La coraggiosa e tragica madamigella Oscar, costretta dal padre a vivere da uomo al posto di quell’ideale figlio maschio mai arrivato, è ormai entrata nel mito e, per fortuna, oltre ad imperare nei fans club in rete, la rivediamo periodicamente nelle repliche televisive, forse ad appannaggio di un pubblico prevalentemente “anta” (a differenza della grande dimenticata Candy Candy, vittime di diatribe editoriali mai risolte in Giappone). Omaggiata anche da un altro outsider degli anime, Lupin III, nell'episodio "Folle amore a Versailles", in cui il ladro rubacuori torna nella Parigi pre-rivoluzionaria alla ricerca di un gioiello appartenuto alla regina Maria Antonietta: lì incontrerà una Oscar dalle forme sexy (non proprio alla Margot, ma procaci quanto basta) che lo aiuterà nell'impresa. Una madamigella un po' troppo maliziosa, che alla fine dell'avventura si ritroverà senza divisa, splendida creatura "nature" pronta a ricongiungersi con il suo André, anche lui in costume adamitico e mutato in una aitante statua di pietra. Inutile aggiungere che le scene più hot sono state censurate, come già era accaduto per la stessa serie di Lady Oscar.
La citazione di Blumarine è però per intenditori, essendo basata su dettagli noti solo agli esperti: oltre alla musica, le rose sfaldate che volteggiano nello spot assediando la bellissima lady che nelle prime immagini indossa un mantello con le spalline militari e nel cui pugno è salda una lunga spada (altra reminiscenza della donna-colonnello). Il titolo originale del manga di Riyoko Ikeda era infatti “Le rose di Versailles” e i caduchi petali del fiore più scenografico del creato sono un vero e proprio leitmotiv della storia. Ricordate la rosa bianca cucita da Maria Antonietta durante la prigionia e consegnata alla rivoluzionaria Rosalie perché la posasse sulla tomba di Oscar, colpita a morte durante la presa della Bastiglia? Ma l’associazione più immediata resta quella dell’immortale sigla del cartone, dove Oscar, dolente e nuda tranne che per il fidato fioretto, era imprigionata tra le spine di un roseto. Lo spirito di Madamigella è più vivo che mai…



giovedì 28 dicembre 2017

La bambina con il cappotto rosso

Questa mia recensione di "La bambina con il cappotto rosso" di Kate Hamer, edito da Einaudi, è stata pubblicata sul Quotidiano del sud



Una madre e una bambina legate da un amore ambiguo, venato di insicurezze, rimorsi e segreti. La mamma, Beth, è ferita dall’abbandono del marito Paul, padre di Carmel, otto anni, un’originale ragazzina con la predilezione per il colore rosso e improvvisi loop di assenza durante i quali vede il tempo accelerare e avverte sensazioni corporee inspiegabili. Forse proprio a queste visioni, che la spaventano ma le danno euforia, è legata la soluzione alla sua scomparsa. Carmel, infatti, sparisce nel nulla durante un festival di narrativa fantasy dalle atmosfere piuttosto nere, dove si trova con la mamma. Beth cade nella disperazione, colpevolizzata – soprattutto da se stessa – per aver perso la bambina, che sarà introvabile per quasi sei anni.